Due mesi fa in Afghanistan la chiusura ufficiale della missione italiana, nulla sembrava far presagire una svolta così cupa

18 agosto 2021, ore 16:45

Quel giorno a Herat si respirava gratitudine per il lavoro dei soldati italiani e speranza per il futuro

L'ultimo ammainabandiera

Lo scorso 8 giugno l'Afghanistan era ancora una terra di speranza. Si chiudeva quel giorno la missione italiana ed ero a Herat insieme al ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. L'ultimo ammainabandiera mi ha commosso così come le testimonianze dei soldati con cui abbiamo avuto modo di parlare durante il volo e nella base italiana. Nei discorsi delle autorità presenti, il doveroso omaggio per i 53 caduti italiani in Afghanistan e poi quella promessa che oggi sembra stonata: non lasceremo sola la popolazione afghana. La missione internazionale ha promosso la pace e tanti progetti per l'istruzione, la cultura, i diritti delle donne. Poche settimane sembrano ora aver spazzato via tutto ed è difficile, nonostante le rassicurazioni dei talebani, restare speranzosi.


Il ponte aereo

A Herat, quel giorno di giugno, ho anche avuto modo di incontrare due giovani afghani, interpreti, che hanno lavorato fianco a fianco con i nostri militari per anni. A loro, come a centinaia di collaboratori, è stata garantita accoglienza in Italia. Ci hanno detto che sarebbero partiti con le loro famiglie perchè stare in Afghanistan sarebbe stato troppo pericoloso. Nei loro occhi c'era il timore per il futuro, ma anche l'entusiasmo di chi sta per cambiare vita. Il mio pensiero, dopo la caduta repentina di Kabul, è andato subito a loro. Saranno riusciti a imbarcarsi? Staranno bene? L'aereo che ha portato a Herat noi giornalisti è lo stesso che ha trasferito in Italia le prime 74 persone in fuga. Appena sceso, un medico afghano che ha cooperato con il nostro Paese ha detto di sentirsi tradito dalle potenze occidentali. Serve molto sangue freddo, in questo momento, per pensare che non sia così.


I diritti delle donne

Per chi negli anni ha seguito il difficile percorso delle donne afghane verso la libertà e l'indipendenza, il velocissimo ritorno dei talebani al potere è stato uno schiaffo morale. Forse perchè, dopo tante agognate conquiste sociali, non siamo più disposti a concepire un mondo in cui le donne debbano coprirsi integralmente con il burqa o in cui non possano studiare, lavorare o scegliere, come tante di noi, di non sposarsi o di non diventare madri. Dai talebani sono arrivate tante rassicurazioni in questo senso, ma sarà solo il tempo a dirci se ci possiamo fidare degli studenti del Corano e della loro interpretazione rigorosa della sharia. Ora vogliamo che siano messe al sicuro tutte quelle donne afghane che si sono spese per rendere l'Afghanistan un posto migliore. Glielo dobbiamo. 


Due mesi fa in Afghanistan la chiusura ufficiale della missione italiana, nulla sembrava far presagire una svolta così cupa
Tags: Afghanistan, donne, Herat, Kabul

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