Scuola, la ripartenza in presenza il 7 gennaio delle Superiori divide anche il fronte delle Regioni

04 gennaio 2021, ore 20:05
agg. 07 gennaio 2021, ore 11:42

Intanto la maggioranza continua a lavorare sulla verifica di governo, e cresce l’ipotesi di un terzo esecutivo a guida Conte

In ordine sparso. Il rientro in classe degli studenti italiani non sarà uniforme, almeno stando alle dichiarazioni e agli annunci dei Governatori, che raccontano ancora una volta un’Italia fortemente differenziata dal punto di vista regionale. Il presidente della Regione Toscana Eugenio Giani ha annunciato che le scuole superiori ripartiranno regolarmente il 7 gennaio con la didattica in presenza al 50%. Lo stesso vale per le elementari e le medie. «Saremo in minoranza - spiega Giani - ma sono convinto che sia importante il ritorno in presenza con gli insegnanti e sia fondamentale per gli studenti». In Liguria invece le scuole non apriranno, almeno per ora. In Friuli Venezia Giulia le scuole superiori non riapriranno fino al 1° febbraio, ha annunciato il governatore Massimiliano Fedriga: «La scuola, e soprattutto la presenza, deve rappresentare una priorità, ma la priorità la si tutela se si comincia e si finisce l’anno scolastico in presenza, non se si fanno `stop and go´ continui», ha spiegato Fedriga, spiegando così la sua scelta: «Ho paura che oggi la fretta non sia una buona consigliera. Aprendo il 7 gennaio per dopo dover chiudere dopo poche settimane, penso si rischi un fortissimo danno nell’organizzazione ma anche nella parte formativa dei ragazzi». È la stessa linea adottata dal governatore Luca Zaia in Veneto: «Ho firmato oggi un’ordinanza per la chiusura delle scuole superiori. Viste le previsioni della situazione epidemiologica non ci sembrava infatti prudente lasciare aperte le scuole superiori: così con l’ordinanza si prevede di procrastinare la didattica a distanza al 100% fino al 1 febbraio». Zaia ha spiegato che «l’ordinanza riguarda solo le scuole superiori e non vuole essere una contrapposizione rispetto a quanto deciso dal ministro Azzolina: noi tutti vorremmo che le scuole fossero aperte, ma in questo momento non ci sembra prudente perché si creano assembramenti pericolosi». Le scuole in Campania riapriranno lunedì 11 gennaio, quando potranno tornare in classe gli alunni della scuola dell’infanzia e delle prime due classi della scuola primaria, esattamente com’era prima della chiusura per la pausa natalizia. A partire dal 18 gennaio sarà valutata dal punto di vista epidemiologico generale la possibilità del ritorno in presenza per l’intera scuola primaria e dal 25 gennaio, per la secondaria di primo e secondo grado. Resta confermato che per quanto riguarda la Dad (Didattica a distanza) anche in Campania le lezioni riprenderanno regolarmente il 7 gennaio.


Le altre scelte regionali

In Sicilia la scuola si prepara per la riapertura il 7 o l’8 gennaio (le date stabilite nel calendario regionale a inizio anno), con le superiori eventualmente al 50% fino al 18 gennaio, quando, se la curva epidemiologica lo permetterà, la percentuale salirà al 75%. In Puglia il presidente Michele Emiliano, raccogliendo l’unanime richiesta delle rappresentanze sindacali per un rinvio di 7 o 15 giorni, potrebbe lasciare la scelta di presenza o distanza alle famiglie. In Trentino si torna in classe il 7 gennaio, questa la decisione comunicata a tutti i presidi della Provincia. Si riparte con il 50% di studenti in presenza, gli altri a casa. Ogni istituto poi si organizzerà se fare dei turni. Definito anche il piano trasporti che prevede il 50% dell’occupazione dei mezzi pubblici, saranno poi aggiunte corse urbane e potenziati i treni. Controlli alle fermate degli autobus. Entra in vigore anche l’ordinanza del sindaco di Trento che vieta di fumare davanti alle scuole e alle fermate, questo per evitare che vengano tolte le mascherine


La verifica e l’ipotesi di un Conte ter

Intanto, "rafforzare l'attuale maggioranza attorno al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, per rilanciare l'azione di governo", così Nicola Zingaretti rompe gli indugi e con una nota, approvata da tutta la segreteria Dem, indica la strada per evitare una crisi dagli esiti imprevedibili. Non si tratta, tuttavia, di un endorsement al presidente del Consiglio, quanto di un ultimo, estremo tentativo di rimettere insieme i cocci di una maggioranza che rischia di sfaldarsi definitivamente nello scontro quotidiano fra Giuseppe Conte e Matteo Renzi. I pontieri delle forze di maggioranza stanno vivendo ore frenetiche alla ricerca di una difficile quadratura che possa far rientrare una crisi che attende solo la mossa del leader di Italia Viva per essere formalizzata: i renziani, stando alle ricostruzioni che vengono fornite nei corridoi di Montecitorio, hanno accettato di attendere tre giorni prima di ritirare i propri esponenti nel governo.


I numeri in Parlamento

Ma se in questi tre giorni non dovessero arrivare risposte (sul Mes, sulla struttura per la Cyber Secutity, sui saldi del recovery Plan), Teresa Bellanova, Elena Bonetti e Ivan Scalfarotto metterebbero a disposizione il loro mandato e, stando a quanto detto dal premier in conferenza stampa, la crisi si sposterebbe in Parlamento per il voto di fiducia. Un voto che, ad oggi, sembra scontato: senza i voti di Italia Viva, non ci sarebbero speranze, il governo cadrebbe. A mobilitarsi sono i pesi massimi dei partiti, come Dario Franceschini e Stefano Patuanelli, ma anche leader che negli ultimi giorni si eran tenuti lontani dall'occhio del ciclone. Nicola Zingaretti decide di riunire la segreteria del suo partito per fare il punto della situazione dopo che dirigenti di primo piano come Goffredo Bettini e Luigi Zanda avevano esplicitato i loro dubbi e le loro preoccupazioni. Dubbi che nascevano, certo, dalle bordate di Italia Viva sul governo, ma che non trascuravano nemmeno un certo immobilismo mostrato dal presidente del Consiglio. E così, al termine della riunione dell'esecutivo Democratico, Zingaretti decide di mettere ai voti la nota con cui i Democratici si dicono "convinti che al Paese vada evitata una crisi dagli sviluppi davvero imprevedibili". Nella nota si rimarcano, poi, le parole del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella sui costruttori: "La parola d'ordine è costruire, contribuire ad aprire una fase nuova insieme". Che non si tratti di un assist a Conte appare chiaro dal riferimento alla reiterata richiesta di dare nuovo slancio all'azione dell'esecutivo: "Sono mesi che il Pd chiede apertamente e lavora per un rilancio dell'azione di governo, in sintonia con tutti gli alleati". Una richiesta a cui, però, è seguito lo stallo del tavolo sulle riforme invocato ed ottenuto dal Pd. "Rimaniamo contrari a posizioni politiche che risultano incomprensibili ai cittadini e rischiano di aggravare il distacco tra società e istituzioni e che nel nome del rilancio rischiano di destabilizzare la maggioranza di governo", aggiunge Zingaretti. Insomma, per il segretario Pd, si può ripartire da Conte se il premier si assumerà l'onere di rilanciare il governo. E non appare banale che anche Renzi, dopo giorni di scontro aperto, abbia segnalato che, al di là delle ipotesi e degli scenari, "a Palazzo Chigi c'è un Presidente del Consiglio e si chiama Conte". Anche per Renzi, dunque, "questo è il momento di dare risposte ai cittadini e non di aprire crisi di governo". Parole che, se non chiudono la verifica, di sicuro aprono spiragli per evitare la crisi vera e propria. Dietro, come si diceva, c'è il "lavoro massiccio", per dirla con un parlamentare di maggioranza, dei pontieri che tentano il tutto per tutto per evitare di andare alle Camere senza avere un piano B.


I nodi irrisolti

I nodi, tuttavia, sono ancora tutti da sbrogliare, a cominciare da quello sulla struttura per la Cyber security e alla eventuale delega. Stando a quanto si apprende, il Movimento 5 Stelle non gradirebbe vedere la delega assegnata a un esponente del Pd, sottolineando che al Pd è già assegnato un dicastero strategico dal punto di vista della sicurezza nazionale come quello della Difesa. Delega che però non e stata mai richiesta dal Nazareno. "Il tema non è chi è titolare della delega - che la legge mette in capo al Presidente del Consiglio - ma che il Presidente abbia una persona leale e affidabile a cui delegare l'operatività quotidiana dei servizi. Che e cosa assai diversa da imporre a Conte di spogliarsi della responsabilità", sottolinea un dirigente di primo piano del Pd. Il Pd, riferisce una fonte parlamentare, vorrebbe comunque evitare che una delega tanto delicata possa essere assegnata a un Movimento che mostra ancora alcuni deficit di trasparenza ed è alle prese con un lungo travaglio interno per la scelta della leadership e del modello di governance. 
Scuola, la ripartenza in presenza il 7 gennaio delle Superiori divide anche il fronte delle Regioni
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