Amarga Navidad, trama e recensione del film di Pedro Almodóvar in concorso a Cannes
Amarga Navidad, trama e recensione del film di Pedro Almodóvar in concorso a Cannes Photo Credit: Ansa/Clemens Bilan
20 maggio 2026, ore 10:00
La pellicola uscirà domani, 21 maggio, nelle sale italiane in attesa di scoprire se avrà un posto nel palmarès del Festival
È un diesel l’ultimo film di Pedro Almodóvar, in concorso alla 79ª edizione del Festival di Cannes e da domani già nelle sale italiane.
Si intitola Amarga Navidad e vede il regista spagnolo tornare alla sua lingua madre dopo la parentesi in inglese di “La stanza accanto”, premiato con il Leone d’Oro alla Mostra di Venezia 2024.
Realtà e finzione, memoria e cinema, dolore e creazione artistica si intrecciano in un racconto che prende forma lentamente, quasi in sordina, per poi esplodere in tutta la sua forza emotiva.
LA TRAMA
Amarga Navidad si muove su due linee narrative che finiscono lentamente per specchiarsi l’una nell’altra, confondendo memoria, invenzione e autobiografia.
Nel 2004 seguiamo Elsa, regista di spot pubblicitari, durante il lungo e sospeso periodo delle festività natalizie, accanto al compagno Bonifacio e alle amiche Patricia e Natalia.
Ma ciò che inizialmente appare come il racconto principale si rivela essere la trasfigurazione cinematografica dei ricordi di Raúl, un regista alle prese con una nuova sceneggiatura dopo un lungo periodo di sterilità creativa.
È proprio attraverso il suo lavoro di scrittura che il film cambia continuamente prospettiva. La storia di Elsa diventa allora la proiezione emotiva di Raúl, il suo alter ego, il luogo in cui realtà e finzione si contaminano fino a diventare indistinguibili.
E mentre scava dentro se stesso, il protagonista finisce inevitabilmente per coinvolgere anche le persone che abitano il suo universo più intimo, il compagno, l’assistente, gli affetti quotidiani, trasformando il cinema in un doloroso e lucidissimo esercizio di verità.
LA RECENSIONE
Un film-matrioska, costruito su più livelli.
Nella prima parte sembra quasi sfuggire a una direzione precisa, lasciando lo spettatore sospeso, disorientato. Poi, improvvisamente, tutto si apre: le emozioni irrompono, le immagini si fanno incandescenti, le scene acquistano una profondità struggente e il film trova una traiettoria travolgente fino a un finale semplicemente magistrale.
Caldo, avvolgente, intenso. Almodóvar firma un’opera lucida e matura, capace di interrogarsi continuamente sul rapporto tra realtà e rappresentazione.
La realtà fa più paura quando viene messa in scena? La finzione può essere più vera del reale? E dove si trova il confine tra etica ed estetica, tra vita vissuta e manipolazione artistica? Sono domande che attraversano tutto il film senza mai diventare teoria sterile, ma restando sempre carne viva, emozione pura.
Dentro ci sono tutti gli elementi del miglior Almodóvar: il melodramma, il desiderio, la memoria, il senso della perdita e quella straordinaria capacità di trasformare il dolore in immagini di assoluta bellezza.
