Elohim. L’ombra del principio, misteri secolari tra arte e tecnologia: Andrea Cascia ci porta dietro le quinte del suo romanzo
Elohim. L’ombra del principio, misteri secolari tra arte e tecnologia: Andrea Cascia ci porta dietro le quinte del suo romanzo Photo Credit: "Elohim. L'ombra del principio" di Andrea Cascia, Spazio Cultura
07 febbraio 2026, ore 09:00
Realtà e fantasia si intrecciano, con i confini che si confondono all’interno di una storia che prende elementi storici e li pone alla base di un racconto fortemente coinvolgente
Un nuovo sabato si apre sulle nostre pagine digitali, e come sempre lo sguardo volge verso le novità più interessanti che piovono sul fronte dei libri. Un mondo in costante evoluzione, complice il fermento che vede autori e autrici sempre intenti a sviluppare narrazioni in grado di muoversi in direzioni differenti.
Narrazioni che hanno la capacità, tra l’altro, di articolarsi tra le pieghe della storia, con racconti che, pur viaggiando con la fantasia (o forse no? ndr) risultano essere piuttosto verosimili. Come nel caso di “Elohim. L’ombra del principio” di Andrea Cascia, pubblicato da Spazio Cultura. Un romanzo che siamo andati a scoprire con lo stesso autore.
ELOHIM. L’OMBRA DEL PRINCIPIO, FEDE, ARTE E TECNOLOGIA SI INTRECCIANO COL MISTERO
Ciao Andrea, lascio subito a te la parola per le presentazioni: cosa troviamo in Elohim. L’ombra del principio?
“In Elohim. L'ombra del principio, il lettore trova domande scomode. Domande che nascono dall'arte, dalla storia, dalla fede stessa. Cosa lega un esorcismo del 1601 nella Valle di Gressoney, i cui acta sono conservati presso l'Archivio di Stato di Torino e la Prevostura di Verrès, a un Papa - Leone XI - morto nel 1605 dopo ventisette giorni di pontificato? E cosa può emergere, quattro secoli dopo, sotto la superficie di un dipinto di Velázquez custodito alla Galleria d'Arte Moderna di Palermo? Il romanzo corre su due binari temporali che si intrecciano e si specchiano: l'ombra del Seicento tra le stanze vaticane e il diario di un prete esorcista che ha visto troppo, e la Sicilia del 2025, in cui salvare il passato può diventare archeologia del segreto. E mentre quella verità riaffiora, qualcuno è disposto a uccidere pur di impedirle di emergere. L'arte è stata usata come cripta: messaggi nascosti nei dipinti, enigmi scolpiti nella pietra, codici che attraversano i secoli aspettando di essere decifrati. Alla fine, ogni indizio porta a una domanda fondamentale: qual è l'origine del divino e la natura del suo rapporto con l'umano? Il lettore dovrà scegliere: è meglio lasciare sepolte alcune verità?”
Un intreccio di elementi narrativi niente male: com'è nata l'idea di scrivere questa storia?
“L'idea nasce dalla solitudine. Non quella cercata o scelta, ma quella che arriva senza preavviso, per ragioni familiari, e ti costringe a restare sveglio la notte. Silenzio, pensieri che tornano sempre negli stessi punti. Scrivere è diventato un modo per attraversare quel tempo. Questo libro nasce così: dal tentativo di riempire dei vuoti. Ho cercato una direzione nella storia, soprattutto nei suoi margini: episodi poco raccontati, documenti dimenticati, zone rimaste in ombra. In questo percorso mi sono imbattuto in un fatto storico. Nel 1601, nella Valle di Gressoney, si tenne un esorcismo condotto come un vero procedimento formale. Gli atti esistono ancora oggi. È un evento documentato, ma quasi scomparso dalla memoria collettiva. Da lì in poi inizia il territorio del romanzo. Quelle carte, quel silenzio che le circonda, sono diventate per me una soglia narrativa: non una verità da ricostruire, ma una domanda da spingere oltre. Perché tanta precisione documentale? Cosa poteva essere annotato e al tempo stesso sottratto al racconto pubblico? E se da quel fatto reale nascesse qualcosa di possibile e inquietante? L'esorcismo è diventato il nucleo da cui si è ramificato il romanzo: il Papa morto dopo ventisette giorni, i messaggi nascosti nell'arte, un segreto custodito attraverso i secoli. La storia mi ha offerto una soglia. Il romanzo mi ha permesso di varcarla.”
Come mai la scelta proprio di quello specifico periodo storico per l'incipit delle vicende?
“Non è una scelta arbitraria. Il Seicento è un'epoca di frontiera: un momento in cui la Chiesa esercita ancora un controllo quasi totale non solo sul potere, ma sulla narrazione stessa della realtà. È il secolo della Controriforma e dell'Inquisizione, ma anche quello in cui iniziano ad aprirsi le prime crepe: Galileo, la diffusione della stampa, l'emergere del dubbio come fatto pubblico. In quel contesto un esorcismo non è un episodio marginale. È un atto istituzionale, una dichiarazione su ciò che è lecito credere e su ciò che deve essere escluso. Il fatto che quell’evento del 1601 sia stato registrato con un rigore quasi processuale e poi progressivamente rimosso dal racconto collettivo è significativo: non si trattava di cancellare, ma di rendere invisibile. E poi c'è Leone XI, un Papa il cui pontificato dura ventisette giorni nel 1605. Un tempo troppo breve per lasciare un segno tangibile: è una figura che esiste nei documenti, ma resta sospesa, aperta. La distanza di quattro secoli tra quegli eventi e il presente consente alla storia di stratificarsi: abbastanza lontana da diventare leggenda, abbastanza vicina da lasciare tracce. È in questo spazio intermedio che il mistero può ancora reggere, senza chiedere al lettore un atto di fede.”
INTRIGHI CHE VALICANO I SECOLI E ANIMANO LA SICILIA CONTEMPORANEA
La storia si sviluppa in terra siciliana: è stata più forte la voglia (da parte tua) di portare la storia lí, oppure è stata la storia stessa - con una sua forza intrinseca - a portarti (e a portarci) in Sicilia?
“Sono siciliano, e la Sicilia non è stata una scelta ma una necessità narrativa. Quando ho cominciato a scrivere, si è imposta da sola, come il luogo che continuo a portarmi dentro anche quando vivo altrove. A un certo punto mi sono reso conto che non era soltanto l'ambientazione, ma una presenza attiva. Questa terra ha una memoria che pesa: è un luogo in cui luce e ombra convivono senza mai risolversi del tutto. Dove il passato non è qualcosa di concluso, ma una pressione costante, che riemerge nei momenti meno prevedibili. Questa stratificazione è coerente con il cuore del romanzo: ciò che viene occultato, ciò che ritorna, ciò che resiste al tempo. Valentina, la protagonista, non potrebbe compiere la stessa ricerca altrove. Chiese barocche, castelli, cripte dimenticate: il terreno narrativo è preciso. E qui, bellezza e mistero sono due nomi per lo stesso equilibrio instabile: quello tra ciò che si mostra e ciò che si sottrae. E in questo scarto vive la storia.”
Nel corso del racconto ti concentri molto sugli aspetti legati al restauro di opere antiche, anche con tecnicismi mica da ridere. È frutto del tuo bagaglio culturale personale oppure c'è stata una forte opera di documentazione?
“L'arte, per me, vive su più livelli di lettura. Raramente parla in modo diretto: suggerisce, allude, nasconde. Il restauro mi affascina proprio per questo, perché è un atto di rispetto radicale. Chi lo pratica non impone una direzione e non sovrascrive la propria interpretazione: si mette al servizio dell'opera, le restituisce leggibilità senza aggiungere nulla che non le appartenga. Per raccontare in modo credibile il lavoro di Valentina, la restauratrice protagonista del romanzo, non potevo affidarmi a un semplice interesse personale. È il mio metodo, per ogni libro: ricerco, approfondisco, non improvviso. Lo devo alla storia che racconto, a me stesso e ai lettori. C'è stato uno studio approfondito: manuali tecnici, pubblicazioni specialistiche. Mi interessava capire non solo i metodi, ma il processo decisionale che li guida. Ogni tecnica apre una finestra diversa sull'opera, e capire quale scegliere - e perché - era fondamentale per rendere credibile il percorso di scoperta. Non volevo che la conservazione delle opere fosse un fondale narrativo. Doveva diventare un metodo d'indagine vero e proprio, rigoroso quanto quello di un investigatore. Perché Valentina fa esattamente questo: scava sotto le superfici, rimuove strati, accetta che ogni risposta ne apra un'altra. L'arte sacra, poi, è il luogo ideale per questo tipo di ricerca. È uno spazio in cui fede, potere e rappresentazione si sovrappongono. Ed è spesso lì, dove l'immagine sembra più immobile e rassicurante, che il tempo ha lasciato le tracce più compromettenti.”
La storia è un continuo avvicendarsi tra sacro e profano, anche nel dualismo tra arte e intelligenza artificiale, che nel racconto viaggiano a braccetto andando d'amore e d'accordo. Mi pare di capire che tu sei dalla parte di chi, nell'IA, vede un potenziale da sfruttare...
“Non la vedo come una scelta tra fazioni. Cerco di guardare le cose per quello che sono, non per quello che temiamo possano diventare. Nel romanzo il sacro e il profano non coincidono con l'opposizione tra arte e macchina. Sono due modalità diverse di stare davanti alla conoscenza. Il profano è ciò che si consuma nell'uso immediato, che si esaurisce nella funzione. Il sacro è ciò che resiste, ciò che continua a interrogarti anche quando hai smesso di usarlo. Non ha bisogno di essere venerato: basta che non si lasci ridurre a puro strumento. L'intelligenza artificiale, in questo senso, non è né una minaccia né una salvezza. È un mezzo. Come lo sono stati il microscopio, la radiografia, le analisi spettrometriche quando sono entrati nei laboratori di restauro. Artemisia, il sistema che affianca Valentina, non sostituisce il suo sguardo: lo estende. Le permette di vedere ciò che l'occhio umano non può cogliere e di mettere in relazione dati che, altrimenti, richiederebbero una vita intera. Ma il punto cruciale resta un altro: chi decide cosa cercare? E chi dà senso a ciò che emerge? Valentina usa l'IA per portare alla luce verità che qualcuno ha scelto di seppellire. Ma la macchina non può stabilire se quelle verità debbano essere rivelate, né a quale prezzo. Questo resta umano. Ed è una scelta etica. In questo senso, profondamente sacra: perché obbliga a fermarsi, a valutare le conseguenze, a non consumare la conoscenza come se fosse un dato qualunque. L'arte non è minacciata dalla tecnologia. È minacciata dall'assenza di domande. E le domande restano un atto umano.”
Se il tuo libro fosse una canzone, quale sarebbe?
“Non sarebbe una canzone nel senso tradizionale, con un ritornello riconoscibile. Sarebbe qualcosa che lavora per stratificazione, che cresce lentamente e lascia addosso un'inquietudine più che un'emozione immediata. Penso a “The Mercy Seat” di Nick Cave. È un brano costruito come una confessione che non chiarisce mai del tutto se stiamo ascoltando una colpa, una verità o una giustificazione. La voce procede per accumulo, quasi come un verbale, e costringe chi ascolta a restare dentro l'ambiguità. Non assolve e non condanna: espone. Anche quella canzone ruota attorno al rapporto tra potere, colpa e narrazione. A chi spetta stabilire cosa è vero? Chi decide quale versione resta? E quanto di ciò che chiamiamo "fede" è in realtà una costruzione? Non è un ascolto comodo, né consolatorio. Ma quando finisce, non ti permette di uscirne identico a come sei entrato.”
Guardiamo al futuro: archiviato questo primo romanzo, hai già qualche altra idea che sta prendendo forma?
“Ho appena completato il mio secondo romanzo. Si intitola “Il Codice Hybla”, ed è nato subito dopo “Elohim”. Al centro c'è un personaggio completamente nuovo: Tommaso Malaspina, un uomo che, a causa di una rara condizione neurologica, non può dimenticare nulla. La sua memoria assoluta non è solo un talento straordinario: è ciò che lo rende tanto indispensabile quanto vulnerabile. Attraverso di lui la storia si muove tra archivi, simboli massonici e documenti che qualcuno ha preferito seppellire. Ed è grazie a lui che scopriremo se esiste qualcosa, nel processo di unificazione italiana, che non ci è mai stato raccontato. Quanto a Valentina, la protagonista di Elohim, non credo nella continuità forzata. Se tornerà, sarà perché la storia lo richiede davvero. "Il Codice Hybla" uscirà nei prossimi mesi. Se volete seguire queste storie - e la mia traiettoria tra scrittura e vita - mi trovate su Instagram e Facebook: @andreacascia_autore.”
