Fate Presto! Il terremoto dell’80, il sisma che sconvolse l’Irpinia inquadrato da una prospettiva molto particolare: Gloria Vocaturo ci racconta il suo libro

Fate Presto! Il terremoto dell’80, il sisma che sconvolse l’Irpinia inquadrato da una prospettiva molto particolare: Gloria Vocaturo ci racconta il suo libro

Fate Presto! Il terremoto dell’80, il sisma che sconvolse l’Irpinia inquadrato da una prospettiva molto particolare: Gloria Vocaturo ci racconta il suo libro   Photo Credit: “Fate Presto! Il terremoto dell’80” di Gloria Vocaturo, Castelvecchi


15 gennaio 2026, ore 08:00

Il racconto di novanta secondi che hanno cambiato per sempre il volto di parte del sud Italia, tra vite spezzate e ferite che non si rimarginano, anche a distanza di quarantacinque anni

Le parole hanno un potere sconfinato. Il potere di creare mondi o interi universi, come avviene per esempio nelle storie fantastiche o fantascientifiche, o di inquadrare da prospettive diverse storie reale che hanno segnato la memoria comune. Un potere che permette di tramandare il ricordo, consentendo anche alle nuove generazioni di conoscere fatti che rischiano altrimenti di perdersi come un riverbero sempre più lontano nel passato.

È questo il caso di “Fate Presto! Il terremoto dell’80” di Gloria Vocaturo e pubblicato da Castelvecchi. Un racconto potente, che focalizza le narrazioni sul terribile evento sismico che sconvolse l’Irpinia segnando la vita di centinaia di migliaia di persone. Ed è un racconto – che la stessa autrice ci presenta – che viene raccontato da una prospettiva sicuramente non convenzionale.

FATE PRESTO!, NOVANTA SECONDI PASSATI TRISTEMENTE ALLA STORIA

Ciao Gloria, ti passo subito la parola per le presentazioni. Cosa troviamo nel tuo libro, "Fate Presto! Il terremoto dell'80"?

“Nel mio libro "Fate presto! Il terremoto dell’80" troviamo la memoria come responsabilità: il bisogno di raccontare una ferita che il tempo non rimargina, quella del 23 novembre 1980, novanta secondi che hanno cambiato per sempre l’Irpinia, la Basilicata e Napoli. Non è cronaca né un elenco di dati: è un romanzo per restituire voce a chi quella notte ha perso tutto, finanche un futuro. Ho scelto un taglio particolare: dare voce al terremoto stesso, farlo parlare in prima persona, per far sentire la brutalità di quel momento. I personaggi frutto di un lavoro d’immaginazione, portano addosso la voce di chi c’era davvero. Nel testo c’è il dolore delle famiglie spezzate ma anche la solidarietà spontanea che esplose nei giorni successivi. Tra questi chi tenne vivo il contatto col mondo: i radioamatori, unica rete quando tutto era interrotto. “Fate presto!” era il titolo di un quotidiano che denunciava l’urgenza dei soccorsi. “Fate presto! Il terremoto dell’80” è il mio grido alla memoria.”

Come è nata l'idea di lavorare proprio a questa storia?

“ L’idea di lavorare proprio a questa storia è nata da una convinzione molto semplice: la memoria è responsabilità. A 45 anni da quella notte bisognava parlarne ancora. Il terremoto dell’80 non è stato solo un evento naturale, ma una frattura profonda che ha lasciato segni ancora visibili nelle persone. Quella tragedia ha cambiato drasticamente intere comunità: è stata uno spartiacque che ha mostrato tutta l’arretratezza e la fragilità del Sud, e allo stesso tempo ha aperto la strada alla sua ricostruzione.”

Come anticipavi, anche la tipologia di narrazione è molto particolare: la voce narrante è quella del sisma stesso, che diventa protagonista degli eventi inquadrandoli da un punto di vista molto soggettivo…

“Ho scelto una narrazione insolita perché volevo evitare la distanza tipica del racconto “da fuori”. Far parlare il sisma significa renderlo presenza, non solo evento: una forza che entra nelle case, nei corpi, nei pensieri, e travolge tutto senza chiedere permesso. Il terremoto diventa protagonista perché, in quei novanta secondi, è come se avesse deciso lui il destino delle persone. È un punto di vista soggettivo, quasi crudele, ma anche utile: permette di raccontare il trauma in modo diretto, senza filtri, con un’intensità emotiva che arriva subito al lettore.”

UN ROMANZO ESPEDIENTI NARRATIVI E MEMORIA STORICA

Quello del terremoto dell'Irpinia dell'80 è stato un evento segnante, che ha spezzato vite e ne ha condizionate molte altre. Quanto lavoro è stato necessario per mettere insieme i pezzi della storia? E come si trova il giusto bilanciamento tra veridicità storica e romanzo in un racconto come questo?

“È stato un lavoro lungo, fatto di pezzi da raccogliere con delicatezza: ricordi, testimonianze, immagini rimaste nella memoria collettiva. Il terremoto dell’Irpinia del 1980 è un evento che non si dimentica: ha spezzato vite e ne ha condizionate molte altre anche negli anni successivi. La difficoltà era doppia: rispettare la verità emotiva di chi l’ha vissuto e, allo stesso tempo, costruire una storia capace di reggersi come romanzo. Io ho cercato questo equilibrio così: i personaggi sono inventati, ma le emozioni, i dettagli, l’atmosfera e ciò che accade intorno sono assolutamente credibili, perché nascono da ciò che quella tragedia ha lasciato davvero. Il romanzo mi ha permesso di arrivare al cuore delle persone, senza tradire la memoria.”

Se il tuo libro fosse una canzone, quale sarebbe?

“Se il mio libro fosse una canzone, sarebbe “È sempre sera” di Pino Daniele. Perché dentro “Fate presto!” c’è proprio quell’atmosfera: una sera che non finisce, un buio che sembra restare addosso anche dopo il terremoto. È un brano che ha malinconia, profondità, silenzi e allo stesso tempo una verità umana fortissima, senza retorica. Come il mio romanzo: racconta dolore e fragilità, ma anche la capacità di resistere, di restare in piedi quando tutto intorno crolla.”

Immagino che un lavoro intenso come questo ti abbia portato via parecchie energie, fisiche ed emotive. Guardando al futuro, hai già qualche nuova idea a cui stai lavorando o a cui lavorerai?

“Sì, moltissime. Scrivere un libro del genere non è solo un lavoro di scrittura: è un’immersione continua nel dolore, nella paura, nell’impotenza. Ci sono pagine che ho dovuto interrompere, perché mentre scrivevo sentivo addosso un peso reale, quasi fisico. Però allo stesso tempo è stato anche un modo per trasformare quell’energia in qualcosa di utile: non restare paralizzato dalla memoria, ma darle una forma. E se questo romanzo riesce a far sentire, anche solo per un attimo, cosa ha significato quella notte, allora tutta quella fatica ha avuto senso. Per adesso mi concentrerò su questo testo attraverso presentazioni.”


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