Frankenstein, trama e recensione del film candidato agli Oscar 2026

Frankenstein, trama e recensione del film candidato agli Oscar 2026

Frankenstein, trama e recensione del film candidato agli Oscar 2026   Photo Credit: Ansa/Jill Connelly


17 febbraio 2026, ore 09:00

La pellicola con Jacob Elordi ha ricevuto ben 9 candidature e potrebbe portarsi a casa qualche premio nelle categorie tecniche

Il viaggio alla scoperta dei titoli in corsa per il miglior film agli Oscar 2026 prosegue.

Oggi è il turno della reinterpretazione visionaria e magniloquente di Frankenstein firmata da Guillermo del Toro che, dopo il passaggio in Concorso alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia e una breve uscita nelle sale, è ora disponibile nel catalogo di Netflix.

Finora la pellicola ha raccolto meno riconoscimenti del previsto, ma si presenta agli Oscar con un bottino di ben nove candidature.

In questa nuova versione, Jacob Elordi interpreta la Creatura di Frankenstein, offrendo un’interpretazione elegante e sorprendentemente misurata, superiore a quella mostrata al cinema in questi giorni in Cime tempestose. Per questa prova intensa e raffinata ha ricevuto anche una nomination.

FRANKENSTEIN, LA TRAMA

Pur mantenendo le linee fondamentali della storia di Victor Frankenstein (lo scienziato brillante e al tempo stesso egocentrico che riesce a dare vita a una creatura attraverso un esperimento mostruoso) il regista trasforma questa tragedia in una riflessione stratificata sul potere della conoscenza, sulla responsabilità morale e sulle conseguenze devastanti della frattura tra creatore e creazione.

Nell’interpretazione di Del Toro, Victor incarna l’arroganza della modernità: la convinzione che la scienza possa offrire una risposta a ogni enigma, fino a spingersi a manipolare la vita stessa. Il suo desiderio di sfidare la morte diventa un’ossessione totalizzante, che lo isola non solo dagli altri, ma anche dalla propria umanità.

La sua visione del mondo, fondata sull’idea di dominio e controllo, lo conduce inevitabilmente alla nascita del mostro: una creatura assemblata da frammenti di corpi, priva di un’origine e di una storia, eppure depositaria di una consapevolezza acuta e di un dolore che travalica la sua stessa forma.

FRANKENSTEIN, LA RECENSIONE

Cosa significa essere mostri?

È questa la domanda che sembra guidare Guillermo del Toro, un interrogativo da sempre centrale nella sua filmografia e già esplorato in modo emblematico ne La forma dell'acqua, vincitore dell’Oscar come miglior film nel 2018.

Per Del Toro, il mostro coincide con il pregiudizio, con la paura dell’altro, con l’incapacità di accogliere e comprendere ciò che è diverso. Il film suggerisce che solo attraverso il dialogo e la conoscenza reciproca sia possibile abbattere le barriere che ci dividono.

Il mostro, in fondo, è spesso il riflesso delle nostre insicurezze e della nostra incapacità di riconoscere l’umanità che ci accomuna.

Ecco allora che Frankenstein diventa così un invito a cercare la bellezza anche in ciò che, a prima vista, appare respingente. Oltre la forza e la potenza del messaggio che viene mescolato con grande abilità tra le scene monumentali, è soprattutto nella forma che il film raggiunge vette straordinarie.

La maestria di Del Toro nel fondere il gotico con l’immaginario fantastico tocca qui uno dei suoi apici espressivi. La fotografia è mozzafiato; le scenografie, come da tradizione del regista, sono un trionfo di dettagli. Gli ambienti, ricchi di texture e contrasti, alternano spazi angusti (specchio dell’inquietudine dei protagonisti) a scenari imponenti che restituiscono la sensazione di un mondo vasto e opprimente.

Le architetture barocche e gotiche, magnificamente decadenti, conferiscono al racconto un senso di solennità, come se ogni luogo custodisse una storia antica e segreta pronta a emergere. Ogni angolo della pellicola racchiude un’emozione, ogni ombra suggerisce un turbamento. Anche i costumi, curati nei minimi dettagli, contribuiscono in modo decisivo alla costruzione dell’immaginario.

Dalle vesti consunte della Creatura, simbolo della sua sofferenza e della sua estraneità, agli abiti eleganti ma inquietanti degli esseri umani, che riflettono il conflitto tra ragione e follia, civiltà e barbarie. Un’opera potente e stratificata che, attraverso un linguaggio visivo ricchissimo, ci suggerisce che il vero mostro forse non esiste. O meglio: esiste solo finché non troviamo il coraggio di guardarlo davvero.

POSSIBILITÀ DI VITTORIA

Con ogni probabilità, questo non è l’anno di Guillermo del Toro.

Pur forte di nove candidature, la pellicola non sembra aver avuto lo slancio necessario per superare competitor più originali e dirompenti come Una battaglia dopo l’altra, I Peccatori e Hamnet.

Frankenstein potrebbe comunque conquistare alcuni riconoscimenti nelle categorie tecniche, dalla miglior scenografia ai migliori costumi, fino, forse, al miglior trucco.

Il valore del suo comparto artigianale, infatti, è indiscutibile: un lavoro di altissimo livello che rappresenta il cuore pulsante e più immediatamente riconoscibile dell’opera.


Argomenti

  • Frankenstein
  • Jacob Elordi
  • Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia
  • Netflix
  • Oscar 2026