Mentre la diplomazia prova a rimettere in moto il confronto tra Washington e Teheran, il quadro internazionale resta segnato da tensioni militari, traffici marittimi bloccati e nuovi interrogativi sulla sicurezza della regione. Le prossime ore vengono considerate decisive: secondo fonti della sicurezza pakistana citate da media internazionali, un nuovo round di colloqui tra Stati Uniti e Iran potrebbe tenersi entro venerdì a Islamabad, già teatro dei precedenti contatti tra le due delegazioni.
LA PREPARAZIONE DI ISLAMABAD
Nella capitale pakistana i segnali di preparazione sono evidenti. Due velivoli da trasporto strategico americani C-17 Globemaster sono atterrati alla base di Noor Khan, a Rawalpindi, mentre l’area attorno alla cosiddetta Zona Rossa è stata sottoposta a restrizioni straordinarie. Le strade principali sono state chiuse temporaneamente e diversi alberghi di alto profilo, tra cui Serena e Marriott, sono stati svuotati e resi indisponibili a nuove prenotazioni fino alla fine della settimana. Misure che fanno pensare a un vertice altamente sensibile sotto il profilo della sicurezza.
LA SITUAZIONE NELLO STRETTO DI HORMUZ
Parallelamente resta congelata la situazione nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi energetici più delicati del pianeta. Il transito delle navi continua a subire pesanti rallentamenti e, secondo i dati di monitoraggio navale rilanciati da emittenti internazionali, alcune petroliere dirette fuori dal Golfo Persico avrebbero invertito la rotta poco prima dell’imboccatura del canale. Il nuovo stop alla navigazione sarebbe legato alla decisione iraniana di limitare il traffico in risposta al mantenimento del blocco navale annunciato dagli Stati Uniti.
LA POTENZA MISSILISTICA IRANIANA
Lo scenario militare resta altrettanto instabile. Secondo valutazioni dell’intelligence americana riportate dalla stampa statunitense, l’Iran conserverebbe ancora una parte consistente del proprio potenziale bellico nonostante settimane di raid. Teheran avrebbe mantenuto l’accesso a circa il 70% del proprio arsenale di missili balistici, al 60% dei lanciatori e a una quota rilevante della flotta di droni. Le stesse fonti sostengono che le forze iraniane stiano recuperando ulteriore materiale rimasto sepolto sotto le macerie delle infrastrutture colpite nei bombardamenti.
PEZESHKIAN RESPINGE LE RICHIESTE USA SUL NUCLEARE
Sul fronte politico, la leadership iraniana continua a ribadire le proprie linee rosse. Il presidente della Repubblica islamica Pezeshkian ha respinto le richieste americane sul dossier nucleare, sostenendo che nessuno possa negare a Teheran un diritto riconosciuto a ogni Stato sovrano. Nelle sue dichiarazioni ha insistito sul fatto che l’Iran non intende allargare il conflitto né colpire altri Paesi, rivendicando però il diritto alla difesa e alla tutela dei propri interessi strategici. È un messaggio rivolto sia agli interlocutori occidentali sia all’opinione pubblica interna, mentre si avvicina la scadenza della tregua fissata per consentire il negoziato. Intanto emergono nuove tensioni anche lungo il confine libanese. Fonti militari citate dalla stampa israeliana riferiscono di demolizioni sistematiche nel sud del Libano durante il cessate il fuoco. Abitazioni, edifici pubblici e scuole sarebbero stati abbattuti con l’uso di mezzi pesanti e operatori civili incaricati dei lavori. Una strategia che alimenta nuove polemiche internazionali e rischia di complicare ulteriormente il quadro regionale.
L'EUROPA PRONTA A FARE LA SUA PARTE
In Europa, nel frattempo, prende forma l’ipotesi di una missione multinazionale per mettere in sicurezza Hormuz. Il piano, sostenuto dai governi di Francia, Regno Unito, Germania e Italia, punterebbe a operazioni di sminamento e alla protezione del traffico commerciale con un mandato dichiaratamente difensivo e neutrale. Restano però molte incognite: l’eventuale avvio sarebbe subordinato alla fine delle ostilità e alla stabilizzazione dell’area. Inoltre manca ancora chiarezza sull’eventuale copertura delle Nazioni Unite, considerata da diversi Paesi una condizione essenziale. Anche in Italia il dossier divide la politica. L’esecutivo si è detto favorevole a una partecipazione, purché autorizzata dal Parlamento. Le principali forze di opposizione, però, chiedono un quadro internazionale più definito e un esplicito mandato ONU prima di dare il proprio assenso.