La Grazia di Paolo Sorrentino arriva oggi al cinema: trama e recensione
La Grazia di Paolo Sorrentino arriva oggi al cinema: trama e recensione Photo Credit: Ansa/Riccardo Antimiani
15 gennaio 2026, ore 09:00
Il film vede come protagonista Toni Servillo, cui è stata assegnata la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile
Esce oggi nelle sale italiane La Grazia, l’ultima fatica cinematografica firmata da Paolo Sorrentino, distribuita in circa 500 sale su tutto il territorio nazionale, a conferma delle grandi aspettative che accompagnano il ritorno del regista partenopeo.
Presentato in anteprima come film d’apertura dell’82ª edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film vede come protagonista Toni Servillo, cui è stata assegnata la Coppa Volpi per la miglior interpretazione maschile.
LA TRAMA
Al centro del film c’è Mariano De Santis (Toni Servillo), Presidente della Repubblica immaginario, esplicitamente sottratto a ogni riferimento con la realtà. Uomo solo, vedovo, cattolico, padre di Dorotea (Anna Ferzetti) giurista come lui, e con lei legato da un rapporto fatto più di silenzi che di certezze. De Santis si avvicina alla conclusione del mandato immerso in una quotidianità rarefatta, scandita da rituali stanchi e da un senso di sospensione quasi crepuscolare.
È in questo tempo apparentemente immobile che emergono gli ultimi, decisivi nodi del potere: due richieste di grazia, formalmente distinte ma moralmente intrecciate, che si trasformano in autentici abissi etici. Scelte capaci di incrinare la coscienza, di interrogare il confine tra legge, compassione e responsabilità. Decisioni che finiscono per riflettersi, in modo ineludibile, nella sfera privata del Presidente, confondendo il ruolo pubblico con l’uomo, l’istituzione con la fragilità individuale.
LA RECENSIONE
Paolo Sorrentino compie una deviazione netta dal territorio che lo ha reso immediatamente riconoscibile. L’estetica ipertrofica, i virtuosismi barocchi, l’ebbrezza visiva che in passato hanno spesso catturato lo sguardo prima ancora del pensiero, qui vengono deliberatamente ridimensionati.
Il regista affida il centro di gravità del film all’architettura narrativa, alla densità del racconto, alla precisione del discorso. Il suo stile resta inconfondibile, ovviamente: il grottesco affiora, l’ironia sottile serpeggia, ma l’onirico e il surreale (da sempre cifra identitaria della sua poetica) sembrano arretrare, lasciando spazio al realismo. È come se Sorrentino avesse deciso di guardare il presente senza filtri, rinunciando alla seduzione dell’eccesso.
La Grazia è, probabilmente, il suo film più apertamente politico. Non tanto per i temi affrontati, quanto per la limpidezza dello sguardo. Il dibattito sull’eutanasia viene messo in scena con una delicatezza che non è mai ambiguità, con un rispetto che non scivola nella neutralità. Attorno a questo nodo centrale si apre una domanda più vasta, quasi accusatoria: che cosa significa, oggi, definirsi progressisti? Sorrentino smonta con precisione chirurgica l’idea che bastino elementi di facciata o provocazioni simboliche (un Papa nero, una società ipertecnologica) per potersi dire davvero riformatori. Il cambiamento autentico, sembra suggerire il film, risiede nelle idee e, soprattutto, nella disponibilità di sostenerle fino in fondo, anche quando diventano impopolari, anche quando comportano un prezzo personale e politico. Eppure, dentro questa struttura rigorosa, non viene mai meno una delle ossessioni più profonde del suo cinema: l’amore. Un amore declinato come perdita, nostalgia, rimozione, impossibilità.
Tra le immagini che restano impresse, una emerge con forza simbolica: Toni Servillo che tenta di afferrare una lacrima sospesa nel vuoto, in assenza di gravità. Un gesto poetico, che racchiude l’essenza del film: il desiderio umano di trattenere ciò che inevitabilmente sfugge. È forse lì che Sorrentino concentra il suo lirismo residuo, rinunciando allo stupore spettacolare per cercare una poesia più intima, inscritta nella materia stessa del racconto.
La Grazia è dunque un’opera meno ornamentale, meno compiaciuta, ma non per questo meno incisiva. Anzi, è proprio nella sottrazione, nell’essenzialità ritrovata, che il film acquista una forza nuova. Sorrentino sembra ricordarci che la vera grazia non risiede nell’eccesso, ma nel coraggio di confrontarsi, senza schermi, con le grandi questioni del nostro tempo.
Ed è forse in questa nudità, rara e preziosa, che il suo cinema colpisce più a fondo.
