Note a margine del mio dolore, una storia di memoria tra assenze rumorose e presenze luminose: Cinzia Cognetti ci porta a scoprire i retroscena del suo libro
Note a margine del mio dolore, una storia di memoria tra assenze rumorose e presenze luminose: Cinzia Cognetti ci porta a scoprire i retroscena del suo libro Photo Credit: "Note a margine del mio dolore" di Cinzia Cognetti, HarperCollins
16 maggio 2026, ore 09:00
Un racconto in cui passato e presente si intrecciano, nella ricerca di risposte di una figlia che deve fare i conti con trascorsi familiari che, d’improvviso, le pone davanti misteriosi segreti
Si rinnova l’appuntamento con lo spazio dedicato agli approfondimenti dedicati al mondo dell’editoria. Lo spazio che, settimana dopo settimana, si concentra sulle principali novità in arrivo in libreria, attingendo al racconto di autori e autrici che passano a raccontarci gli interessanti dietro le quinte dei loro lavori freschi di pubblicazione.
Un frangente che ha recentemente portato sulle nostre pagine Eleonora Marangoni con il suo “L’imperdibile” (Feltrinelli Editore) e Ilaria Camilletti con il suo “Ilaria nella giungla” (Accento Edizioni). Oggi la scena è invece tutta per Cinzia Cognetti, autrice di “Note a margine del mio dolore”, libro edito da HarperCollins che ci accompagna a scoprire lei stessa.
NOTE A MARGINE DEL MIO DOLORE, UN RACCONTO CHE PARLA DI RICORDI, SEGRETI E RINASCITA
Ciao Cinzia, e benvenuta. Come da consuetudine, lascio a te la parola per le presentazioni di rito: cosa troviamo nel tuo nuovo libro, "Note a margine del mio dolore"?
“Ciao Dario, grazie per l’intervista. Dentro questo romanzo rinveniamo tutto ciò che lasciamo in sospeso, nel timore di sgualcire, come una seta stazzonata, quel tempo passato che sopravvive nei ricordi e non può più venirci a cercare. C’è una figlia che torna in una casa che trattiene gli echi di una felicità perduta e scopre che l’amore, a volte, continua a parlarci anche dopo la morte di chi abbiamo amato. Ci sono stanze chiuse, un diario nascosto, il mare di Bari che sembra custodire tutte le parole che non abbiamo avuto il coraggio di dire. Ma soprattutto c’è il dolore, non nella sua comparsa improvvisa, ma nelle impronte ostinate che continua a lasciare dietro di sé. Si tratta di un dolore silenzioso, quasi domestico, che si deposita come polvere sugli oggetti e cambia il modo in cui guardiamo il mondo. “Note a margine del mio dolore” è una storia sulla memoria, sui segreti e sulla possibilità di rinascere proprio nel punto in cui ci siamo spezzati.”
Come nasce questa storia?
“Nasce da una domanda che mi accompagna da anni: quanto conosciamo davvero le persone che amiamo? Spesso idealizziamo i nostri genitori. Ci appaiono figure mitologiche, impermeabili a qualsiasi sbaglio. Invece possiedono ombre. Sono una luna scintillante che nasconde la propria faccia oscura alla nostra vista di figli. I genitori sono esseri umani, come noi. E io volevo raccontare il momento preciso in cui una figlia smette di vedere la mamma soltanto come madre e inizia a riconoscerla come donna. Poi sono arrivati i luoghi. Bari è stata una scelta naturale: è casa. Sarajevo invece è entrata lentamente nella storia, come fanno certi dolori: senza chiedere permesso. Studiando le guerre balcaniche ho capito che lì esisteva una ferita collettiva capace di dialogare con la ferita privata dei personaggi. E seguendo il filo di questo dialogo è emerso l’intreccio del mio romanzo.”
E i personaggi invece? Li avevi già in mente oppure sono “cresciuti” progressivamente mentre lavoravi al romanzo?
“All'inizio erano solo dentro dei “bozzoli creativi” da cui poi sono nati per dispiegare le ali e volare alto sui tetti dell’immaginazione. Eva, ad esempio, quando ho iniziato a raccontarla non conoscevo bene la sua voce fino in fondo. I personaggi, per me, non nascono mai completi: si rivelano poco alla volta, quasi sempre nei dettagli più piccoli. A volte basta un gesto come il modo in cui accendono una sigaretta o sollevano gli occhiali sul naso, per capire chi sono davvero. Durante la scrittura mi affeziono molto ai miei personaggi, ma cerco anche di lasciarli liberi di contraddirmi. È lì che diventano vivi. Mi piace immaginarli come persone di carta nelle cui vene scorre l’inchiostro.”
UNA STORIA DI MEMORIE, TRA SEGRETI CELATI E CICATRICI PROFONDE
Lo stile che adotti per rappresentare i vari momenti del racconto è fortemente descrittivo e genera immersione, aiutando a "percepire" ogni cosa così come la sentono i personaggi - che quella storia la vivono. È un lavoro istintivo, che nasce di getto, oppure c'è tanta opera di rifinitura dietro?
“C'è moltissima rifinitura. L'istinto è soltanto la piccola fiammella che accende l’incendio narrativo. Poi arriva il lavoro paziente della lingua. lo credo che le parole abbiano un peso quasi corporeo. Devono restituire un odore, una sensazione tattile, una ferita che continua a fare male sebbene cicatrizzata. La scrittrice Flannery O’Connor è stata una maestra in questo. Quando scrivo cerco sempre una forma di verità emotiva. Non mi interessa descrivere un luogo soltanto per mostrarlo; voglio che il lettore lo attraversi insieme ai personaggi, che senta il rumore dei passi nei corridoi, l'umidità dei muri, il vuoto lasciato da un'assenza. Per questo riscrivo molto. Tolgo, limito, ascolto il ritmo delle frasi finché non diventano il respiro della scena.”
La storia ci porta nella tua Bari, ma anche aldilà del mare e indietro nel tempo, a confronto con gli scenari di guerra balcanici degli anni '90. Come mai la scelta di focalizzarti su di essi?
“Perché il mare Adriatico, per noi, non è mai stato davvero un confine. È una soglia di acqua e verità. Chi vive a Bari sa che dall'altra parte dell'Adriatico esistono storie vicinissime alle nostre, anche se per troppo tempo abbiamo fatto finta di non ascoltarle. Abbiamo sostituito le urla di innocenti al silenzio. Le guerre balcaniche hanno lasciato cicatrici profonde, e io sentivo il bisogno di raccontare quanto il trauma della guerra continui a vivere dentro le persone, anche molti anni dopo. Mi interessava soprattutto questo: mostrare come il dolore individuale e quello storico si somiglino. Entrambi chiedono memoria. Ed entrambi rischiano di essere dimenticati troppo in fretta.”
Dalla storia che abbiamo letto è piuttosto evidente che le parole, nelle tue mani, riescano a creare un elevato grado di magia narrativa. E allora, dovessimo sintetizzare il libro in poche parole, utili a solleticare la curiosità di chi ci legge, come lo descriveresti?
“Direi che è un romanzo per chi ha cercato almeno una volta di ricucire sé stesso dentro le stanze del passato. Si parla di assenze, ma anche di quella luce che certe persone riescono a lasciarci dentro, anche quando non ci sono più. È una storia di segreti che attraversano il tempo e in cui l'amore, persino quando finisce, continua a lasciare tracce indelebili nel cuore.”
Se il tuo libro fosse una canzone, quale sarebbe?
““Sunday Bloody Sunday” degli U2. Ma non come la conosciamo quando la ascoltiamo con le orecchie: piuttosto come la sentiremmo se ci entrasse sotto pelle, tra le costole, dove le parole non sanno più distinguere la sofferenza dalla memoria. Il mio romanzo, Note a margine del mio dolore, avrebbe quel battito lì: irregolare, ostinato, umano. Un ritornello che non promette guarigione, ma resta. E nel restare, fa risplendere ciò che siamo nonostante le nostre ferite.”
“Note a margine del mio dolore" è sugli scaffali, pronto per far viaggiare la fantasia di lettori e lettrici. Per il futuro hai già qualche progetto in cantiere o su cui ti piacerebbe concentrarti?
“Sto continuando a interrogarmi sui legami, sulle eredità emotive che portiamo come fardelli sulle spalle senza rendercene conto. Credo che continuerò a raccontare personaggi attraversati dalla memoria e da una forma di nostalgia difficile da battezzare con un nome. Mi piacerebbe esplorare ancora il Sud, ma estendermi oltre, raggiungere con la penna altri luoghi lontani geograficamente dalla mia Bari. Senza tralasciare mai il rapporto con il mare, con le partenze, con tutto ciò che resta incompleto. In fondo scrivere, per me, significa proprio questo: provare a dare voce a ciò che nella vita reale rimane irrisolto.”
