Petrolio, Guido Crosetto a RTL 102.5: “Anche riaprendo i rapporti con la Russia, il prezzo resterebbe uguale: ipotesi semplicistica”
Petrolio, Guido Crosetto a RTL 102.5: “Anche riaprendo i rapporti con la Russia, il prezzo resterebbe uguale: ipotesi semplicistica” Photo Credit: ANSA/GIUSEPPE LAMI
19 marzo 2026, ore 09:33
“La minaccia principale è il terrorismo, centinaia di cellule iraniane dormienti”
Il Ministro della Difesa, Guido Crosetto, è stato ospite di RTL 102.5 in Non Stop News con Enrico Galletti e Massimo Lo Nigro.
LA SITUAZIONE GEOPOLITICA
«La situazione è molto difficile e complessa, perché da una parte probabilmente gli Stati Uniti avevano l’idea che bastasse decapitare il regime di Teheran per ottenere, in qualche modo, una reazione che portasse a un cambio della leadership iraniana. Invece si stanno rendendo conto che la reazione iraniana, probabilmente pianificata in anticipo, è quella di scatenare il caos, portando il conflitto al di fuori dello scontro tra Iran, Israele e Stati Uniti, coinvolgendo tutti i Paesi del Golfo. Attraverso il blocco dello Stretto di Hormuz, vengono coinvolte tutte le economie del mondo, soprattutto quelle asiatiche, perché il petrolio che passa da Hormuz è destinato in gran parte alla Cina e all’Asia. Tuttavia, il blocco provoca un aumento del prezzo di tutto il petrolio e del gas a livello globale, mettendo in difficoltà tutte le economie mondiali. Questo scenario richiama quanto accaduto nel conflitto in Ucraina: le guerre non dipendono dalla forza del più forte, ma dalla capacità di resistenza e di sacrificio del più debole. È ciò che è accaduto anche alla Russia, che pensava di chiudere rapidamente il conflitto in Ucraina e invece si trova coinvolta da anni in una guerra ai confini. Lo stesso approccio è stato dimostrato dagli iraniani: si può eliminare una guida suprema, ma ne emergerà un’altra; si può eliminare un leader, ma ce ne sarà un secondo, poi un terzo. Di conseguenza, non si tratta più di un regime centralizzato, ma di gruppi diffusi che hanno ormai come obiettivo quello di generare caos. Questo ha messo in difficoltà la strategia americana. Il resto del mondo, che non ha voluto questa guerra ma si trova a subirne le conseguenze, deve ora gestire una crisi che coinvolge tutti. Anche gli Stati Uniti hanno coinvolto i propri alleati sulla questione di Hormuz. Tuttavia, la risposta più saggia non dovrebbe essere una presenza militare limitata agli alleati americani o israeliani, ma una presenza internazionale. Se invece si vuole garantire la sicurezza dello Stretto, è necessario creare un convoglio internazionale, coinvolgendo le Nazioni Unite e tutte le principali potenze, inclusi Paesi come Cina e India, che hanno un interesse diretto nel flusso di petrolio. In modo che l’Iran potrebbe non percepisca l’iniziativa come un attacco e sia possibile ripristinare il transito a Hormuz».
IL COINVOLGIMENTO DELL’ONU
«Non esistono soluzioni semplici per uscire da questa situazione. Questa proposta è complessa quanto le altre, ma presenta almeno due vantaggi: il primo è che, se funzionasse, consentirebbe di riaprire lo Stretto di Hormuz; il secondo è che rilancerebbe il ruolo del diritto internazionale e della diplomazia, favorendo la risoluzione delle controversie senza ricorrere alla guerra. Avrebbe quindi un duplice significato. Oggi Guterres è al Consiglio Europeo e mi auguro che venga incoraggiato a intraprendere questa strada e che tutti i partner europei si muovano in questa direzione. Mi sembra che vi sia una certa comunanza di intenti in Europa; auspico quindi che anche l’ONU possa rafforzarsi».
I MILITARI ITALIANI IMPEGNATI NELLE MISSIONI ONU
«La missione UNIFIL vede la presenza di oltre 1.300 militari italiani; complessivamente, i contingenti stranieri in Libano superano le 11.000 unità. Si tratta di decisioni condivise con le altre nazioni coinvolte. È una missione di pace e, in questi giorni, nonostante lo scontro tra Israele e Hezbollah, non si sono registrati attacchi contro le nostre basi, come invece era accaduto in precedenza. Gli incidenti verificatisi finora sono stati causati da detriti derivanti dagli scontri. Il Libano sta diventando sempre più pericoloso, perché Hezbollah ha ricostruito un arsenale molto consistente, con grandi capacità missilistiche. Se non si riuscirà, attraverso un rafforzamento del mandato ONU e con il supporto delle forze armate libanesi, a ridurre in modo non violento il peso di Hezbollah, è probabile un conflitto diretto con Israele, che sarebbe estremamente violento. Secondo le informazioni disponibili, Hezbollah dispone di oltre 10.000 tra missili e droni, forniti dall’Iran. Questo spiega l’espansione del conflitto. Se dovessimo ritenere non più utile la presenza militare italiana e delle Nazioni Unite, abbiamo già predisposto mezzi navali e aerei per il rientro dei nostri militari. Operazioni simili sono già state effettuate in Iraq, in coordinamento con i nostri alleati, in particolare con gli Stati Uniti. Attualmente restano circa venti persone, che si sta cercando di trasferire in Giordania, in attesa dell’autorizzazione delle forze di sicurezza irachene. Abbiamo già messo in sicurezza tutto il personale possibile e continuiamo a monitorare la situazione costantemente. Siamo in una fase in cui la gestione della sicurezza richiede attenzione continua, giorno e notte. Questa crisi difficilmente si risolverà a breve; l’obiettivo è evitare che si aggravi ulteriormente».
IL RISCHIO DI ATTACCHI
«Attacchi diretti all’Italia da parte dell’Iran o dei suoi proxy, come Hezbollah, non sono attualmente considerati probabili. Il rischio principale è invece rappresentato dal terrorismo. Si stima che esistano centinaia di cellule dormienti iraniane nel mondo: individui apparentemente normali, ma attivabili in qualsiasi momento per compiere attentati, anche suicidi. Si tratta di reti presenti da anni e diffuse globalmente. Questo rappresenta la principale minaccia interna per i Paesi non direttamente coinvolti nel conflitto».
LE RICADUTE ECONOMICHE DEL CONFLITTO
«L’eventuale allentamento delle sanzioni alla Russia non è una decisione italiana, ma europea. Se la questione verrà sollevata, sarà discussa in sede di Consiglio Europeo. Il problema principale per l’Italia non è tanto l’approvvigionamento di petrolio, quanto il suo prezzo. Dallo Stretto di Hormuz arriva circa il 4% del nostro fabbisogno, una quota sostituibile grazie ad altri fornitori, anche grazie ai rapporti dell’ENI con Paesi come Venezuela, Indonesia e Libia. Il vero problema è l’aumento dei prezzi: se il petrolio raggiunge i 100, 120 o 200 dollari al barile, quel costo si applica ovunque lo si acquisti. Anche riaprendo i rapporti con la Russia, il prezzo resterebbe allineato a quello del mercato globale. Pertanto, l’idea di risolvere il problema attraverso nuove forniture appare semplicistica».
IL REFERENDUM SULLA GIUSTIZIA
«Io ritengo che sia importante perché l’obiettivo finale è garantire che i magistrati siano più forti, più liberi e non abbiano dipendenze né interne né esterne, perché, alla fine, questo referendum non toglie alcun potere, anzi rafforza individualmente le persone che hanno scelto nella loro vita di essere magistrati. Dice che, per dare piena attuazione al cambiamento che c’è stato con la riforma del regime del processo, noi dobbiamo avere la garanzia che il giudice sia sempre terzo, quindi che abbia la stessa distanza tra l’accusa e la difesa, che non sia amico né dell’avvocato né del pubblico ministero e che vi sia la garanzia della sua terzietà. E poi c’è la separazione delle carriere, su cui tutti erano d’accordo. La cosa che mi ha colpito di questo referendum è vedere persone che tre, quattro o dieci anni fa erano favorevoli alla separazione delle carriere e che oggi, invece, la considerano qualcosa che spaventa. Io non penso di spaventare nessuno, perché non cambia i poteri di nessuno: certifica soltanto la distanza tra due figure che devono essere distanti, perché accusa e difesa devono essere equamente distanti dal giudice terzo. In qualche modo, dà maggiore libertà ai giudici, perché saranno valutati non per l’appartenenza politica o a una corrente, ma in base alle loro capacità. È quindi giusto che il Consiglio Superiore della Magistratura, che si occupa di trasferire, assumere, far progredire in carriera e assegnare gli incarichi ai magistrati, lo faccia sulla base di quanto quel magistrato ha lavorato bene, di quanto sia stimato, e non del fatto che sia amico di qualcuno o di qualcun altro. Io penso che questo sia l’aspetto positivo. Poi, ripeto, non c’è nulla di più importante di quando il giudizio finale viene dato ai cittadini: l’importante è spiegare il referendum in modo tale che sia chiaro su cosa interviene. Non è una riforma politica, anche perché questo governo finirà tra un anno e il Parlamento cambierà tra un anno, mentre le riforme costituzionali valgono per i prossimi vent’anni. Nessuno fa una riforma costituzionale se non crede che lo tuteli anche quando sarà minoranza, ed è quello che ha fatto il governo. Non è una riforma fatta per un governo: i governi cambiano, passano, le maggioranze cambiano, i cittadini votano. Noi siamo un Paese democratico, per fortuna. I cambiamenti della Costituzione si fanno perché si ritiene che quelle regole servano al Paese. E io ritengo che la separazione delle carriere serva alla giustizia e, in primo luogo, ai magistrati, non a un governo. Sarebbe stupido fare una riforma costituzionale per un governo, perché poi quel governo, col tempo, non ci sarà più».
