A saperlo prima, una mano tesa al nostro io giovane nel burrascoso periodo dell’adolescenza: Francesca Mundanò e Norma Rossetti ci raccontano il loro libro

A saperlo prima, una mano tesa al nostro io giovane nel burrascoso periodo dell’adolescenza: Francesca Mundanò e Norma Rossetti ci raccontano il loro libro

A saperlo prima, una mano tesa al nostro io giovane nel burrascoso periodo dell’adolescenza: Francesca Mundanò e Norma Rossetti ci raccontano il loro libro   Photo Credit: "A saperlo prima" di Francesca Mundanò e Norma Rossetti, Rizzoli Illustrati


18 marzo 2026, ore 09:00

Un viaggio nei ricordi, alla riscoperta di tutti quegli eventi segnanti che contraddistinguono l’adolescenza: uno strumento per capire i giovani e per aiutare i giovani a sentirsi capiti

Torna il consueto appuntamento di metà settimana con il mondo dell’editoria. In combo con i due appuntamenti del weekend, quello dedicato ai migliori libri da leggere della settimana e alle interviste sui titoli di narrativa, rappresenta il momento perfetto per andare a fondo delle novità approdate di recente sugli scaffali delle librerie.

Le ultime settimane hanno visto finire sotto la lente d’ingrandimento “Viaggio in Italia” di Gianrico Carofiglio (Touring Club Italiano) o “Cosa guardiamo stasera?” di Manlio Castagna (Rizzoli Illustrati). Oggi la scena è tutta per “A saperlo prima”, il libro di Francesca Mundanò e Norma Rossetti, pubblicato da Rizzoli Illustrati.

A SAPERLO PRIMA, UN DIALOGO CON IL PROPRIO IO ADOLESCENTE SU TEMATICHE FONDAMENTALI

Buongiorno Francesca, buongiorno Norma, passo a voi la parola per le presentazioni: cosa troviamo nel vostro libro, "A saperlo prima"?

Francesca: “In A saperlo prima troviamo 37 lettere scritte al proprio sé adolescente. È un libro corale, costruito su storie vere, che attraversa l’adolescenza in tutta la sua complessità: il sesso, certo, ma anche il corpo, l’identità, il consenso, il rapporto con i genitori, il bullismo, la malattia, la vergogna, il desiderio, la rabbia, la scoperta, la paura di non essere giusti. A noi interessava una cosa molto semplice e molto difficile: creare un ponte tra chi eravamo ieri e chi siamo oggi. Perché a volte da adulte facciamo seminari, terapia, percorsi di guarigione, ma torniamo pochissimo a quel tempo potentissimo e disordinato che è l’adolescenza. E invece lì si forma tantissimo di ciò che poi ci portiamo dietro per tutta la vita.”

Norma: “È un libro che prova a fare una cosa che oggi facciamo sempre meno: fermarsi, ascoltarsi e raccontarsi con onestà. Ogni lettera è una stanza, ogni pagina è un incontro. Ci sono storie diversissime tra loro - chi scrive da una chat anonima, chi da una casa piena di urla, chi si scopre bisessuale, chi attraversa una transizione, chi subisce violenza, chi riceve una diagnosi, chi vive una relazione digitale, chi si sente straniero anche a casa propria - però il punto è che, a prescindere dalle singole esperienze, i sentimenti si somigliano moltissimo. E questo per noi è il cuore del libro.”

Com'è nata l'idea alla base di questo progetto?

N: “L’idea è nata durante alcuni speech che facevo in giro per l’Italia. A un certo punto mi sono resa conto che la formula frontale classica non mi bastava più. Mi sembrava troppo poco per temi così vivi, così intimi. Così ho iniziato a proporre un esercizio: scrivere una lettera al proprio sé adolescente. All’inizio il fuoco era soprattutto sulla sessualità, perché è un tema che attraversa molto il mio lavoro. Ma quando ne ho parlato con Francesca ci siamo dette subito che sarebbe stato riduttivo. Riduttivo pensare l’adolescenza solo attraverso la sessualità, e riduttivo pensare la sessualità come qualcosa che riguarda solo l’adolescenza.”

F: “Da lì il progetto si è aperto. Abbiamo iniziato a raccogliere lettere che non parlavano solo di sesso, ma di tutto quello che in adolescenza ci forma e ci disorienta: la famiglia, i primi amori, il corpo, il dolore, l’identità, la scuola, il senso di esclusione, la libertà. Poi c’è stato un momento abbastanza definitivo: eravamo a Valencia, in vacanza, con centinaia di lettere raccolte, e abbiamo iniziato a rileggerle tutte. A un certo punto ci siamo guardate e ci siamo dette: questa non è più solo una pratica, questo è un libro. Credo che lì abbiamo capito una cosa molto semplice: le persone avevano bisogno di raccontarsi, e noi potevamo dare forma a quell’ascolto.

Il libro è una raccolta di storie "mordi-e-fuggi", poche pagine per racconti mirati che permettono di approfondire tematiche precise. Ce n'è qualcuno a cui siete maggiormente legate?

F: “È una domanda difficilissima, perché quando lavori così tanto su delle storie poi finisci per sentirti responsabile di tutte. Però sì, ce ne sono alcune che mi hanno toccata in modo particolare. Quelle sul rapporto con i genitori, per esempio, perché spesso da adulte ci convinciamo che certi conflitti siano stati “normali”, quasi inevitabili, mentre riletti da vicino fanno emergere un’enorme mancanza di linguaggio, di strumenti, di ascolto reciproco. E poi mi colpiscono molto le lettere in cui non succede un “grande evento”, ma si sente una ferita sottile e persistente: la porta chiusa in faccia a un fratello più piccolo, la vergogna di sentirsi fuori posto, il corpo che non coincide con lo sguardo degli altri. Quelle, per me, sono storie potentissime.”

N: “Io sono molto legata alle lettere che parlano di sessualità, ovviamente, ma non solo per deformazione professionale. Mi interessano perché lì si vede benissimo il vuoto educativo che ci portiamo dietro da generazioni. Penso a lettere come Bichallenge, a quelle sul piacere femminile, sul consenso, sulle relazioni digitali, sulla verginità, ma anche a quelle che raccontano la pornografia come prima educazione sentimentale e sessuale. Mi colpiscono perché mostrano una cosa che diamo troppo per scontata: che il corpo non si scopre da solo in modo neutro. Lo si scopre sempre dentro un clima culturale, dentro parole che ci sono o non ci sono, dentro immaginari che ci guidano oppure ci tradiscono. E poi, personalmente, ci sono lettere che mi devastano ogni volta: quelle sulla violenza e quelle sulla malattia. Perché lì il gesto della scrittura non è solo racconto, è proprio un atto di restituzione di dignità.”

CAPIRE I GIOVANI E AIUTARE I GIOVANI A SENTIRSI CAPITI NELL’ERA SOCIAL

Avevate pensato a un target di riferimento, quando eravate impegnate nello sviluppo del libro?

F: “Sì, ma non in modo commerciale. Più in modo etico. Noi abbiamo pensato soprattutto alle persone adulte, perché ci sembra che oggi esista un enorme problema di incomunicabilità tra generazioni. Gli adulti parlano spesso dei giovani, ma molto meno con i giovani. E quando provano a farlo, spesso usano un tono paternalistico, moralista, o semplicemente fuori fuoco. Questo libro invece prova a fare una cosa diversa: non mettersi sopra, ma tornare indietro. Non spiegare l’adolescenza dall’esterno, ma dall’interno, riscrivendo un rapporto con quella parte di noi.”

N: “È un libro per adulte e adulti anche perché ci riguarda direttamente. Riguarda chi ha figli, figlie, nipoti, studenti, persone giovani vicino. Ma riguarda anche chi pensa di aver “superato” l’adolescenza e invece continua a portarsela dietro in mille forme: nel modo in cui ama, nel modo in cui desidera, nel modo in cui litiga, nel modo in cui si vergogna del proprio corpo. Quindi sì, il primo target sono gli adulti, perché chiede a loro di non dimenticarsi chi sono state per riscoprire un linguaggio e le parole per entrare in connessione con chi è adolescente oggi.”

Potrebbe essere una lettura però anche per i più giovani? Magari per aiutarli a comprendere meglio situazioni che stanno vivendo in presa diretta, situazioni che qualcun altro prima di loro ha già vissuto?

N: “Assolutamente sì. Anzi, ci farebbe molto piacere se venisse letto anche da persone giovani. Naturalmente non con l’idea di “spiegar loro la vita”, che sarebbe ridicolo, ma con l’idea di fargli sentire che non sono sole, soli, solə. Una delle cose più dolorose dell’adolescenza è pensare di essere l’unica persona al mondo a vivere una certa vergogna, una certa paura, un certo desiderio, una certa confusione. Le lettere servono anche a questo: a dire guarda che qualcun altro c’è già passato, non sei sbagliatə, non sei un caso isolato, non sei un mostro.”

F: “Sì, però con una precisazione che per me è importante: non credo nei libri che pretendono di “salvare” i giovani. Credo nei libri che possono accompagnare, aprire uno spazio, dare parole. A saperlo prima può essere una lettura utile perché non semplifica. Non dice: ecco la lezione, ecco la morale. Dice piuttosto: questa cosa è successa, questa persona l’ha attraversata, ha sofferto, ha capito qualcosa, forse ti può fare compagnia. E già la compagnia, in certi momenti della vita, è tantissimo.”

Il vostro è un impegno che vi porta a un confronto serrato anche sul fronte dei social network. Quanto è importante questo mezzo di comunicazione nell'economia dell'adolescenza, al giorno d'oggi? Anche - e soprattutto - nell'ottica di offrire ai più giovani gli strumenti per comprendere il mondo che li circonda.

N: “I social oggi sono centrali. Sarebbe ipocrita dire il contrario. Sono una parte dell’esperienza adolescenziale, non un accessorio. Sono luogo di informazione, di scoperta, di appartenenza, di desiderio, di performatività, di confronto continuo, di possibilità e di violenza. Io mi occupo di digitale e community da molti anni, quindi non ho una posizione apocalittica. I social non sono “il male”. Però non sono nemmeno neutri. Amplificano tutto: il riconoscimento e l’esclusione, la scoperta e il giudizio, la libertà e il controllo. E infatti molti dei temi del libro passano anche da lì: isolamento, relazioni digitali, revenge porn, consenso, identità.”

F: “Il punto, secondo me, non è demonizzare il mezzo ma chiedersi che strumenti abbiamo per attraversarlo. Se il 70% delle persone adolescenti non riceve educazione affettiva, emotiva e sessuale strutturata a scuola, è ovvio che andrà a cercare altrove. E “altrove” oggi spesso significa internet, social, pornografia, commenti, forum, contenuti di qualità molto diversa tra loro. Quindi i social sono importantissimi, ma da soli non bastano. Non possiamo delegare a TikTok o a Instagram il compito di fare ciò che dovrebbero fare la scuola, la famiglia, il discorso pubblico. Possono essere un pezzo della conversazione, anche un pezzo molto utile, ma non devono essere l’unico posto in cui le persone giovani imparano a nominare il mondo.”

L’IMPORTANZA DI SAPER CHIEDERE AIUTO

Se aveste quindici minuti con la voi adolescente, in cui dare consigli o anche solo rassicurazioni, cosa le direste oggi, con il bagaglio di esperienze accumulate?

F: “Le direi di non avere tutta questa fretta di capirsi una volta per tutte. Che non c’è niente di male nell’essere in contraddizione, nel cambiare idea, nel sentirsi troppo, nel sentirsi fuori fuoco. Le direi che molte delle cose che oggi vive come difetti diventeranno strumenti: la sensibilità, l’eccesso, la fame di senso, perfino certe ferite. E poi le direi una cosa molto concreta: non confondere il non essere capita con l’essere sbagliata. Perché quello, quando sei adolescente, è un equivoco devastante.”

N: “Io le direi di fidarsi di più di sé e di chiedere aiuto prima. Perché per me una delle illusioni più forti è stata pensare di dovercela fare da sola, di dover capire tutto da sola, di dover performare anche il dolore. Invece no: chiedere aiuto non è debolezza, è intelligenza relazionale, è sopravvivenza, è libertà. E poi le direi anche di non sprecare troppo tempo a desiderare di essere normale. Se ci pensiamo, la normalità è una delle invenzioni più sopravvalutate e più dannose che ci siamo raccontati.”

Questo libro è stato un lavoro che guarda al passato, all'adolescenza, ma ora concentriamoci sull'oggi e soprattutto sul domani: progetti in vista per l'immediato o prossimo futuro?

N: “Questo libro per noi non è un punto fermo, è più l’inizio di una conversazione. Ci piacerebbe che continuasse a vivere fuori dalle pagine: negli incontri, nelle scuole, nei festival, nei gruppi di lettura, nei dialoghi tra genitori e figli, tra insegnanti e studenti, tra persone che magari non si sono mai dette certe cose. Stiamo già lavorando perché “A saperlo prima” non resti soltanto un oggetto libro, ma diventi anche uno spazio vivo di ascolto e confronto.”

F: “Sì, per noi il desiderio è che questo progetto continui ad allargarsi. Anche perché le 37 lettere del libro non esauriscono affatto le storie possibili. Anzi, semmai mostrano quanto ce ne siano ancora da ascoltare. Quindi certamente ci sono idee, sviluppi, altri formati possibili. Ma soprattutto c’è la voglia di continuare a fare quello che questo libro ha già iniziato a fare: mettere in comune storie singole che però parlano a molte persone. E poi, diciamolo, se dovesse esistere un “A saperlo prima 2” non è che noi ci offenderemmo.”


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