Il silenzio che resta, un thriller psicologico tra passato e presente: Giuliano Pasini ci porta dietro le quinte del suo nuovo libro

Il silenzio che resta, un thriller psicologico tra passato e presente: Giuliano Pasini ci porta dietro le quinte del suo nuovo libro

Il silenzio che resta, un thriller psicologico tra passato e presente: Giuliano Pasini ci porta dietro le quinte del suo nuovo libro   Photo Credit: "Il silenzio che resta" di Giuliano Pasini, Piemme


14 marzo 2026, ore 09:00

La misteriosa scomparsa di un bambino, il lutto di una madre e un mistero che si protrae nel tempo: sono alcuni degli ingredienti di una storia in grado di tenere costantemente col fiato sospeso

Il fine settimana, come di consueto, è scandito dallo sfoglio delle pagine dei libri. Il sabato la domenica rappresentano infatti il momento dedicato alle novità in arrivo del mondo dell’editoria, con le diverse proposte che puntualmente finiscono sotto la lente d’ingrandimento in un duplice momento specifico.

La domenica, grazie alla rubrica dedicata ai migliori libri da leggere della settimana, in cui l’attenzione viene catturata da quattro pubblicazioni recenti, spesso provenienti dal mercato internazionale. Per quanto non manchino focus anche su titoli che vedono protagoniste firme italiane.

Queste ultime diventano invece figure centrali il sabato, quando predomina il tricolore e si va a fondo nelle storie degli autori e delle autrici che passano a trovarci, per un racconto approfondito relativamente ai loro recenti lavori. Come accade questa settimana, con Giuliano Pasini che ci porta dietro le quinte de “Il silenzio che resta”, il suo nuovo libro edito da Piemme.

IL SILENZIO CHE RESTA, MISTERIOSE SPARIZIONI E “FANTASMI” DAL PASSATO

Ciao Giuliano, e benvenuto. Cominciamo dalle presentazioni: cosa troviamo nel tuo libro, “Il silenzio che resta”?

“È un thriller che parte da una ferita terribile: la scomparsa di un bambino. La protagonista, Elena Dal Pozzo, è una giornalista che da un anno vive sospesa dopo la sparizione del figlio Mattia. Sta cercando di sopravvivere al dolore con la terapia, i farmaci, l’alcol, e con il tentativo disperato di dare un senso a qualcosa che senso non ha. Poi accade un fatto che riapre tutto: un altro bambino scompare nello stesso luogo, nello stesso giorno dell’anno. A quel punto il passato torna a bussare, ed Elena è costretta a guardarlo in faccia. È una storia che prova a tenere insieme due dimensioni: da una parte la tensione e il mistero tipici del thriller, dall’altra l’esplorazione di ciò che succede dentro le persone quando la vita le colpisce nel punto più fragile.”

Hai avuto qualche ispirazione particolare che ti ha guidato nella costruzione della storia?

“Più che un singolo episodio, mi ha guidato una domanda. Cosa succede davvero a una persona quando perde qualcuno che ama? Non nel senso retorico del termine, ma nella quotidianità: nei pensieri, nei gesti, nei silenzi. Il lutto è qualcosa che tutti conosciamo, ma che spesso preferiamo non guardare da vicino perché il dolore è repellente. Scrivendo questo libro ho provato a entrarci dentro, senza sconti. E ho cercato di raccontare cosa succede quando quel dolore diventa una specie di paesaggio in cui sei costretto a vivere. Il thriller è il motore della storia, ma il cuore del libro è proprio questo: capire come si può andare avanti quando si è perso tutto.”

Il tuo è un thriller dalla forte componente psicologica, a partire dalle fasi del lutto che fungono da metronomo a scandire i tempi della narrazione…

“Sì, ho costruito il romanzo proprio seguendo le cinque fasi classiche dell’elaborazione del lutto: negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione. Non è un artificio strutturale, ma una bussola emotiva che corrisponde al susseguirsi degli eventi e segna il ritmo del romanzo: ogni parte della storia corrisponde a un modo diverso di stare dentro il dolore. E allo stesso tempo spinge la trama in avanti. Solo che questa progressione non è mai lineare, nella realtà. Non si segue l’ordine giusto e spesso si torna indietro.”

UN LIBRO DAGLI EQUILIBRI STRUTTURALI TARATI ALLA PERFEZIONE

Il racconto, possiamo dirlo senza fare spoiler, si muove su più linee temporali: quanto è stato complesso far quadrare i pezzi del puzzle?

“È stata probabilmente la parte più faticosa del lavoro. Quando una storia si muove su più tempi narrativi il rischio è sempre quello di perdere il lettore oppure di anticipare troppo. Io sono un “autore-architetto”, lavoro sulla struttura prima di iniziare a scrivere: mappe, appunti, schemi. Però poi arriva il momento in cui devi lasciare spazio anche all’istinto. In questo romanzo è come se il lettore avesse davanti un puzzle e ogni capitolo aggiungesse un pezzo che cambia la prospettiva di tutto il quadro.”

Gli eventi si snodano in particolare tra gli ultimi anni dello scorso decennio: c'è un motivo per cui hai scelto proprio quel periodo?

“Sì. Volevo raccontare una storia abbastanza vicina da essere riconoscibile. Gli ultimi anni dello scorso decennio sono un momento in cui molte cose stavano cambiando: il modo di fare informazione, il rapporto con i social, la percezione pubblica dei casi di cronaca. Mi interessava quel confine sottile tra la vita privata e la narrazione pubblica del dolore. Quando una tragedia diventa una notizia, e quando invece resta una ferita che appartiene solo a chi la vive.”

Nel tuo racconto la musica ha un ruolo attivo nella trama. Se dovessi identificare il libro con una canzone, quale sarebbe?

“La risposta è nella canzone che Elena ascolta ossessivamente: “Comfortably Numb” dei Pink Floyd. È una canzone che parla di anestesia emotiva, di quel momento in cui il dolore è così forte che l’unico modo per sopravvivere è non sentire più nulla. Elena la ascolta in loop proprio per questo: perché a volte il silenzio che resta dopo una tragedia è così pesante che hai bisogno di qualcosa che lo riempia.”

Hai giocato con la linea temporale nel tuo libro, e ora faccio lo stesso con te con una proiezione futura: hai già nuovi progetti a cui stai lavorando?

“Ogni romanzo nasce da una domanda che non mi lascia in pace. Quando quella domanda diventa abbastanza insistente, so che è arrivato il momento di mettermi a scrivere di nuovo. E a quel punto, purtroppo o per fortuna, non c’è modo di evitarlo. Alla fine de “L'estate dei morti” restava una domanda aperta, cosa fosse accaduto a una bambina rapita. Potrebbe essere arrivato il momento di raccontarlo... O meglio, di farlo raccontare a Roberto Serra e Rubina Tonelli.”


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