La cura e l’algoritmo, i dietro le quinte del libro del Professor Alessio D’Amato

Photo Credits: “La cura e l’algoritmo” del Professor Alessio D’Amato, Paesi Edizioni
Le innovazioni tecnologiche rappresentano una grande opportunità per il mondo della medicina, ma ci sono anche alcuni elementi fondamentali da non perdere di vista
È un mercoledì che si apre nuovamente con lo sguardo che va verso il mondo dell’editoria. Tante le novità che arrivano sugli scaffali delle librerie, con i principali titoli provenienti dal mondo della narrativa che vengono passati al setaccio nella consueta rubrica domenicale dedicata ai migliori libri da leggere del fine settimana.
Quello odierno, come evidenziato anche dagli appuntamenti precedenti, è il frangente in cui a essere messi sotto la lente d’ingrandimento sono titoli diversi rispetto a quelli legati alla narrativa. Produzioni come "Mariri. L'amazzonia dentro" di Micaela Saxer (Rizzoli Illustrati), o ancora "Inimicizie letterarie" di Giulio Passerini (Italo Svevo Edizioni).
Un nuovo libro troviamo sotto i riflettori questa settimana. Si tratta di “La cura e l’algoritmo” del Professor Alessio D’Amato, pubblicato da Paesi Edizioni.
LA CURA E L’ALGORITMO, IL GIUSTO COMPROMESSO TRA INNOVAZIONE, RESPONSABILITÀ, ETICA E BENE COMUNE
Buongiorno Professore, e benvenuto. Partiamo subito dalle presentazioni: cosa troviamo nel suo libro, “La cura e l’algoritmo”?
“Nel libro c’è una riflessione sul rapporto tra intelligenza artificiale e sanità, ma soprattutto sul modo in cui questa trasformazione deve essere governata. Non è un libro scritto da chi pensa che la tecnologia sia la soluzione a tutto, né da chi la rifiuta per principio. È un libro che prova a tenere insieme innovazione, responsabilità, etica e bene comune.
L’intelligenza artificiale può rappresentare una grande occasione per la sanità: può aiutare nella diagnosi, nella prevenzione, nell’organizzazione dei servizi, nella medicina personalizzata. Ma il punto centrale è che la macchina non può mai sostituire l’uomo. L’algoritmo deve essere uno strumento, non il decisore finale. La cura resta un atto umano, fatto di competenza, relazione, ascolto, fiducia ed empatia.”
Intelligenza Artificiale e sanità possono viaggiare di pari passo? E in cosa può aiutare il lavoro dei medici?
“Sì, possono viaggiare insieme e in molti ambiti già lo fanno. L’intelligenza artificiale può aiutare i medici a leggere meglio una grande quantità di dati, a individuare più rapidamente alcuni segnali di rischio, a supportare la diagnosi, a seguire meglio i pazienti cronici, a migliorare la prevenzione e anche a rendere più efficiente l’organizzazione sanitaria.
Può essere uno strumento molto utile anche per ridurre il peso della burocrazia e liberare tempo per il rapporto con il paziente. Ma deve essere chiaro un principio: l’intelligenza artificiale deve affiancare il medico, non sostituirlo. La decisione clinica, la responsabilità e la relazione di cura devono restare in mano alla persona.”
Quali sono, se ce ne sono, i limiti dell’IA applicata al mondo della sanità?
“Il primo limite è che l’intelligenza artificiale dipende dai dati con cui viene costruita e alimentata. Se i dati sono incompleti, sbagliati o non rappresentativi, anche il risultato può essere distorto. Poi c’è un limite più profondo, che è etico: non possiamo delegare a una macchina scelte che riguardano la salute, la fragilità, la vita delle persone.
L’algoritmo può suggerire, aiutare, segnalare, ma non può assumersi la responsabilità della cura. Il medico deve essere sempre presente, deve poter valutare, interpretare, correggere. E il paziente deve sapere che dietro una scelta sanitaria non c’è un automatismo impersonale, ma una responsabilità umana.”
E le controindicazioni? Ci sono rischi tangibili nell’affidarsi alla tecnologia?
“Sì, i rischi ci sono. Il rischio principale è pensare che la tecnologia sia neutrale o infallibile. Non lo è. Un algoritmo può contenere errori, può riprodurre disuguaglianze, può funzionare meglio per alcuni pazienti e peggio per altri, se non è stato costruito e controllato correttamente.
C’è poi il tema enorme della protezione dei dati sanitari, della trasparenza, della responsabilità in caso di errore. Ma c’è anche un rischio culturale: trasformare la sanità in un processo freddo, automatico, impersonale. La cura non è solo prestazione tecnica. È anche ascolto, fiducia, capacità di spiegare, vicinanza alla persona. La parte empatica non è un dettaglio: è parte fondamentale della medicina.”
UNO SGUARDO AL FUTURO
Il tema dell’Intelligenza Artificiale è sempre molto dibattuto, e la più grande obiezione che viene spesso sollevata è sempre la stessa: “ci ruberà il lavoro”. C’è questo rischio anche nell’ambito della sanità?
“Io credo che il tema vada affrontato senza paura, ma anche senza ingenuità. L’intelligenza artificiale non deve essere usata per sostituire medici, infermieri e professionisti sanitari. Deve essere usata per metterli nelle condizioni di lavorare meglio.
Può togliere una parte di lavoro ripetitivo, amministrativo, burocratico. Può aiutare nelle analisi, nei controlli, nei percorsi diagnostici. Ma proprio per questo può restituire tempo alla relazione con il paziente. Se viene governata bene, l’intelligenza artificiale non toglie umanità alla sanità, ma può aiutare a recuperarla.
Il punto è politico, etico e organizzativo: non dobbiamo usare la tecnologia per tagliare il personale o allontanare il medico dal paziente. Dobbiamo usarla per rafforzare il lavoro dei professionisti e migliorare la qualità delle cure.”
Si è già ragionato rispetto alle modalità di gestione del tutto?
“Si è iniziato a ragionare, ma serve una governance molto più forte. Non basta introdurre strumenti di intelligenza artificiale nella sanità. Bisogna stabilire regole chiare: chi controlla gli algoritmi, chi li certifica, chi verifica la qualità dei dati, chi risponde in caso di errore, come si tutela la privacy, come si evita che aumentino le disuguaglianze.
La domanda decisiva è: chi governa l’algoritmo? Perché se l’algoritmo viene lasciato al mercato, senza controllo pubblico, senza trasparenza e senza responsabilità, rischiamo di creare nuovi problemi. Se invece viene governato dall’uomo, dalle istituzioni, dalla comunità scientifica e dai professionisti sanitari, può diventare uno strumento straordinario al servizio del bene comune.”
Al giorno d’oggi, c’è già applicazione di modelli IA nell’ambito medico? Se sì, da quanto viene usata la tecnologia in tal senso?
“Sì, ci sono già applicazioni in diversi campi. Pensiamo alla diagnostica per immagini, all’analisi dei dati clinici, alla ricerca, alla medicina predittiva, al supporto alle decisioni, alla telemedicina e alla gestione dei percorsi sanitari.
La medicina utilizza tecnologie avanzate da molti anni, ma ora siamo davanti a un salto di qualità. L’intelligenza artificiale consente di elaborare una quantità enorme di informazioni e di individuare collegamenti che prima erano molto più difficili da vedere. Questo può essere molto utile, soprattutto nella prevenzione e nella diagnosi precoce. Ma proprio perché lo strumento è potente, deve essere governato con ancora maggiore attenzione.”
Come vede il futuro della sanità, proiettandoci idealmente a fra dieci anni?
“Tra dieci anni potremmo avere una sanità più personalizzata, più preventiva, più vicina ai bisogni reali delle persone. Una sanità capace di usare meglio i dati, di individuare prima i rischi, di accompagnare meglio i pazienti cronici, di ridurre tempi inutili e di organizzare meglio i servizi.
Ma non è un futuro automatico. Dipende dalle scelte che facciamo adesso. Se lasciamo che la tecnologia proceda senza regole, rischiamo una sanità più fredda, più diseguale e meno umana. Se invece governiamo l’innovazione, possiamo costruire una sanità migliore.
Il punto centrale è questo: l’intelligenza artificiale deve stare al servizio della cura, non sostituirla. L’uomo deve governare la macchina, il medico deve restare presente, il paziente deve restare al centro e l’etica deve guidare ogni scelta.”
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