Cop26, la quadra c’è sullo stop alla deforestazione entro il 2030, ma Pechino non molla sul carbone

02 novembre 2021, ore 19:30

Oltre cento leader del mondo si sono impegnati, mettendo sul tavolo impegni finanziari (che comprendono anche investimenti privati) per un ammontare di oltre 19 miliardi. Tra i firmatari ci sono anche Brasile, Russia, Cina, Indonesia, Australia e Costa Rica

La battaglia contro la deforestazione è il grande successo della Cop26 di Glasgow. Oltre cento leader del mondo, che guidano i Paesi ospitanti l'86% delle foreste del globo, si sono impegnati a stroncare la deforestazione entro il 2030, mettendo sul tavolo impegni finanziari (che comprendono anche investimenti privati) per un ammontare di oltre 19 miliardi.


Le firme

L'Unione europea si è impegnata per un miliardo, di cui 250 milioni da destinare al Bacino del Congo (secondo polmone della Terra dopo l'Amazzonia). Il presidente americano, Joe Biden, ha annunciato che chiederà al Congresso di stanziare nove miliardi entro il 2030. Ma tra i firmatari ci sono anche Brasile (sotto attacco per aver trascurato negli ultimi anni l'Amazzonia), Russia, Cina, Colombia, Indonesia, Australia, Costa Rica.


Boris Johnson

Il premier britannico Boris Johnson ha definito l'accordo sulla deforestazione fondamentale per l'obiettivo generale di limitare l'aumento della temperatura a 1,5 gradi Celsius, l'obiettivo più ambizioso dell'accordo di Parigi. "Il cambiamento climatico e la biodiversità sono due facce della stessa medaglia", ha sottolineato. "Non possiamo affrontare la devastante perdita di habitat e specie senza affrontare il cambiamento climatico e non possiamo affrontare il cambiamento climatico senza proteggere il nostro ambiente naturale e rispettare i diritti delle popolazioni indigene", ha aggiunto. "Quindi proteggere le nostre foreste non è solo la giusta linea d'azione per affrontare il cambiamento climatico, ma la giusta strada per un futuro più prospero per tutti noi", ha affermato.


Il patto

Nel patto della Cop26 per "arrestare e invertire la deforestazione e il degrado del suolo entro il 2030" ci sono anche le promesse di garantire i diritti delle popolazioni indigene e riconoscere "il loro ruolo di guardiani delle foreste". Le foreste ospitano 60 mila diverse specie di alberi, l'80% delle specie di anfibi, il 75% delle specie di uccelli e il 68% delle specie di mammiferi sulla Terra, secondo i dati dell'Earth Programme United Nations Environment (Unep). Ma le cifre rivelano le dimensioni di questa catastrofe: negli ultimi 13 anni più di 43 milioni di ettari di foresta sono stati devastati in questi ecosistemi, un'area paragonabile alla California. Un recente rapporto dell'organizzazione ambientale mondiale Wwf avverte che la deforestazione è in atto da molti decenni in Amazzonia, in Africa centrale, Mekong e Indonesia, ma indica anche nuovi fronti nell'Africa occidentale (Liberia, Costa d'Avorio o Ghana), nell'Est Africa (Madagascar) e in America Latina, in luoghi come la Foresta Maya del Messico e del Guatemala. Il rapporto individua le principali cause di questa perdita di massa forestale ed evidenzia, tra gli altri, l'allevamento e l'agricoltura su larga scala di prodotti come la soia in America Latina; in Africa per l'agricoltura di sussistenza; e in Asia a causa delle piantagioni di palma e pasta di carta. A questo punto, va notato che gran parte della soia prodotta in America Latina finisce in Cina e nell'Unione Europea, il secondo mercato per questo prodotto. E non a caso la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, ha annunciato un nuovo regolamento contro i prodotti che causano deforestazione. "I cittadini europei non li vogliono comprare, ce l'hanno detto chiaramente", ha sottolineato. Il vertice però registra pure il fatto che la Cina ha annunciato l'aumento della produzione di carbone di 1 milione di tonnellate al giorno, e il fatto che l’India ha prospettato la cosiddetta neutralità carbonica soltanto nel 2070.


La corsa al Colle

Intanto sul fronte interno si accende la corsa per il Quirinale: il successore di Sergio Mattarella sarà votato a febbraio. Ed evitare le elezioni anticipate: prima Luigi Di Maio e poi Matteo Salvini, da posizioni diverse, tornano a evocare lo 'spettro' del voto collegato all'ipotesi di una elezione di Mario Draghi al Quirinale. Per il ministro degli Esteri, il voto minerebbe il percorso di crescita avviato dall'Italia in questi anni e, per questa ragione, sarebbe da evitare. Di Maio, però, non sbarra la strada alla salita del premier al Colle più alto. Non esplicitamente, almeno. "La destra non usi il Colle per ricattare il Paese con il voto anticipato. Raggiungerebbe l'unico, inaccettabile, obiettivo di bloccare la ripresa", dice il responsabile della Farnesina. Il voto, tuttavia, sembra essere solo una delle opzioni in campo nel caso che si arrivasse a una elezione di draghi. Alla domanda se voterebbe Draghi al Quirinale, infatti, Salvini risponde "anche domattina. Ma sul Quirinale gli scenari cambiano ogni momento", aggiunge il segretario della Lega, "Draghi è certamente una risorsa per il Paese, ma non so se voglia andarci". E, comunque, "anche se ci andasse, non credo che ci sarebbero le elezioni anticipate". Parole, quelle del leghista, che sembrano prefigurare un nuovo esecutivo senza passare dalle urne, il quarto in quattro anni, con quattro maggioranze diverse. Eppure, rimane Mario Draghi la pista più accreditata per il Colle. Anche e soprattutto per il centrodestra. Silvio Berlusconi, almeno sulla carta, rimane il "piano A" di Forza Italia, Fratelli d'Italia e Lega. Il suo nome, tuttavia, è spuntato fuori molto in anticipo rispetto al 'fischio d'inizio' fissato per la fine dell'anno. E, come spesso accade in questi casi, "chi entra Papa esce cardinale", o anche meno. Ne è consapevole anche un esponente come Gianfranco Rotondi, profondo conoscitore della macchina di Palazzo e delle dinamiche interne al centrodestra: "Sul Quirinale i due leader della destra", Matteo Salvini e Giorgia Meloni, "sono stati correttissimi con Berlusconi. Non è un doppio gioco: si cerca sempre una soluzione unitaria nelle prime tre votazioni e questa può essere solo draghi, onestamente", spiega Rotondi: "La candidatura di Berlusconi sopravviene in quarta votazione, nel caso in cui le forze politiche non raggiungano un'intesa unanime. E in questo caso, Salvini e Meloni hanno già detto che sosterranno Berlusconi. A me basta, francamente". Analisi con la quale Rotondi spazza il campo anche rispetto ai malumori che cominciano a serpeggiare in Forza Italia per quello che verrebbe considerato un 'tradimento' del Cavaliere per mano dei due alleati.
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Tags: Cop26, Draghi, Quirinale, Scozia

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