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Franchi tiratori affossano le preferenze. Meloni sconfitta, 'vince la palude'

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Author image Redazione Web

15 luglio 2026 alle ore 00:40, agg. alle 00:41

Maggioranza sotto per 1 voto. La Russa, si può cambiare al Senato. Opposizioni, dimissioni

Ha scommesso e ha perso. Per un voto, alla Camera, non passa l'emendamento sulle preferenze su cui Giorgia Meloni ha "messo la faccia" arrivando a sfidare le opposizioni con la richiesta di contarsi senza ricorrere al voto segreto. Finisce così una giornata che ha registrato un pienone visto raramente in Aula, coi ministri-deputati corsi al proprio scranno dopo il Cdm per partecipare a una votazione che è finita, come nel centrodestra sembrava non si aspettassero più, con il ko sulle preferenze. Almeno una trentina di voti mancanti - nei conti a spanne che si fanno nei capannelli - e la caccia ai franchi tiratori che parte immediatamente mentre le opposizioni brindano e chiedono immediate "dimissioni".

L'AMAREZZA DELLA PREMIER

"Ci abbiamo provato, ha vinto di nuovo la palude", il commento amaro, a caldo della premier Giorgia Meloni, che rivendica la scelta di avere tentato di "reintrodurre le preferenze dopo più di 30 anni di liste bloccate". E certo non nasconde che a mancare siano stati anche "diversi voti" della maggioranza ma la chiosa, al veleno, tenta di ributtare la palla nell'altro campo, perché "l'opposizione che esulta come se avesse vinto un Mondiale per aver impedito ai cittadini di poter scegliere i propri parlamentari dice tutto". In ogni caso, ricorda Ignazio La Russa, si potrà giocare un secondo tempo al Senato, dove sul punto non è previsto "il voto segreto" e ci sarà la "possibilità concreta di modificare, anche chirurgicamente, quanto votato alla Camera". La strategia del campo largo, che si ricompatta sulla legge elettorale dopo le tensioni interne degli ultimi giorni, puntava proprio a smascherare le divisione interne della maggioranza. Efficace, in una giornata che aveva visto il centrodestra, dopo le titubanze di Lega e Forza Italia, convergere sull'emendamento presentato da FdI, Noi Moderati e Udc per introdurre un sistema con capilista bloccati e fino a 3 preferenze. Tanto da portare relatori e governo a dare parere favorevole alla proposta, dopo l'iniziale intenzione di rimettersi all'Aula. Una tecnicalità, che racconta quanto si respirasse ottimismo. Ma la proposta di mediazione per convincere alleati piuttosto riluttanti comunque aveva prestato il fianco a severe critiche per il "colpo" inferto alla rappresentanza di genere. Un "compromesso farsa" per la segretaria del Pd Elly Schlein che aveva preannunciato il muro delle opposizioni.

CORO COMPATTO OPPOSIZIONI, ELEZIONI ANTICIPATE

A sera la leader dem ha gioco facile nel segnalare appunto che "le opposizioni" si sono presentate unite mentre "la maggioranza si è subito divisa al voto segreto". Riccardo Magi aveva anche organizzato un sit-in contro la riforma con tutti i leader delle opposizioni. Ora che è stata "sfiduciata dalla sua maggioranza vada a casa", dice Giuseppe Conte - mentre Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni si abbracciano e vanno ad abbracciare i colleghi in Aula - subito dopo che il tabellone di Montecitorio ha mostrato quei "188" no che hanno prevalso sui "187 sì". Probabilmente nemmeno tutti della maggioranza, si sussurra nei capannelli evidenziando il varco aperto nel centrodestra dalla battaglia sulle preferenze. "Su Fratelli d'Italia posso mettere la mano sul fuoco, forse anche due", si difende il capogruppo Galeazzo Bignami, che per primo assicura che per la maggioranza la riforma "va avanti". Conta i suoi assenti, 5 compresa la stessa Meloni, che "non era nemmeno prevista" e segnala che ci sono stati colleghi di maggioranza che invece "platealmente, ostentatamente non hanno votato". Respinge, Bignami, la richiesta di dimissioni perché si è trattato di "un voto parlamentare, nessuno aveva detto mi dimetto se non passa come aveva fatto Renzi". E che si sia trattato di un mero "incidente di percorso" è convinto anche Antonio Tajani, che per tutto il pomeriggio è rimasto in Aula a presidiare i lavori. Certo "non sarebbe dovuto accadere" e "bisognerà riflettere" ma "si va avanti", assicura scacciando lo spettro di una fine anticipata della legislatura. E se pure per il ministro Francesco Lollobrigida si è trattato solo di una "cosa puntiforme" non di un dissenso "di gruppi organizzati in maniera militare", il plenipotenziario di FdI con cautela sibillina dice che se ci saranno conseguenze "lo vedremo quando sarà il momento". 



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