“Influcancer” e “Quattro volte me”, destini avversi forgiano storie di grande resilienza: Liliana Porcelli e Monica Oriente ci raccontano i loro libri
“Influcancer” e “Quattro volte me”, destini avversi forgiano storie di grande resilienza: Liliana Porcelli e Monica Oriente ci raccontano i loro libri Photo Credit: "Quattro volte me" di Monica Oriente, Piemme
13 maggio 2026, ore 09:00
Due autrici e due percorsi personali che ne hanno messo a dura prova il coraggio e la resistenza: racconti in grado di dare luce e forza a chi è alle prese con le proprie battaglie
Si rinnova l’appuntamento di metà settimana con il mondo dell’editoria. Uno spazio che, di volta in volta, si concentra su titoli che mettono da parte i contenuti fictional tipici del romanzo per focalizzarsi su elementi reali. In questo frangente la materia trattata ha una sua specifica tangibilità, e spesso riguarda il vissuto degli autori e delle autrici che quelle storie le hanno impresse nero su bianco.
Come avvenuto, nelle ultime settimane, con Alessandro Politi e il suo “Cento tecniche segrete del giornalista investigativo” (Oligo Editore) o con Maria Beatrice Alonzi e il suo “Hai ancora paura” (Sperling & Kupfer).
Mai come in questo caso è più che lecito parlare di vissuto, considerando i due titoli che, in maniera differente, si muovono nella stessa direzione. Sotto la lente d’ingrandimento troviamo infatti “Influcancer” di Liliana Porcelli e “Quattro volte me” di Monica Oriente, entrambi pubblicati da Piemme, che le autrici stesse sono passate a raccontarci, portandoci dietro le quinte della loro storia.
INFLUCANCER, UN VIAGGIO INTROSPETTIVO
Ciao Liliana, e benvenuta. Partiamo subito dalle presentazioni: cosa troviamo nel tuo libro, "Influcancer"?
““Influcancer è un diario intimo e profondamente umano che racconta il percorso di 12 settimane di chemioterapia adiuvante per un tumore al seno scoperto casualmente durante un controllo di routine nel settembre 2024. È un libro che non promette nulla: racconta la malattia nella sua autenticità; racconta le relazioni con i figli e con altri malati oncologici che di volta in volta ho incontrato in reparto; racconta di un viaggio introspettivo e della ricerca di un “significato dietro la malattia”; racconta della condivisione via social come “terapia”.”
La parola che da il titolo al volume non è propriamente di uso comune… o sbaglio?
“È un neologismo consapevole per influenzare positivamente la percezione della malattia utilizzando i social …proprio come fanno gli Influencer. Nel mio caso non vendo e non pubblicizzo alcun prodotto: la mia è una missione per parlare liberamente di oncologia, di effetti collaterali, di paure e di speranza. Il tutto in chiave positiva cercando sempre un motivo per poter affrontare tutto nella speranza di una guarigione e nella testimonianza che la Condivisione può essere una “medicina”, nel senso che allevia un po' il dolore.”
Come è nata l'idea di lavorare a questo libro?
“Ho sempre sognato di scrivere un libro, mi piace molto scrivere in generale. Mai avrei pensato di trovarmi a farlo in un’occasione del genere! Ma la vita è imprevedibile, allora ho capito che un libro mi avrebbe resa eterna. Un libro trasuda di momenti e di parole che l’autore cerca o, come dico io “partorisce”. Quale regalo più bello per la mia famiglia?”
La tua è stata, nel corso del tempo, una condivisione social della (chiamiamola così) "esperienza" che hai vissuto. Com'è cambiato il racconto passando alla carta stampata?
“Scrivere è terapeutico, è un mezzo attraverso il quale riesci a “parlarti dentro”. Quando hai paura di morire, non c’è nulla o nessuno che possa capirti per davvero. Si ha il bisogno di elaborare tutte le emozioni, metterle in fila e dar loro un ordine e una priorità. Se non si riesce a fare questo, si è in balia della negatività che distrugge e ti uccide, anche prima del tempo (semmai dovesse accadere). È un po' come osservarsi dal di fuori e cercare di parlare di sé come se fossi il “tuo migliore amico”, per poi scoprire che quei drammi e quei pensieri negativi che ti aggrovigliano sono gli stessi (se non peggiori) che attanagliano altre persone che, come te, si trovano a percorrere lo stesso “pezzo di vita insieme”. In quel momento capisci che il dolore se condiviso è meno pesante, e che il tuo dolore, se lo confronti con quello degli altri, può apparire meno “dolore”. Tutto questo è la magica riflessione che la carta stampata ti restituisce quando a incidere le lettere e comporre le parole è il tuo animo. Il risultato è sorprendente… e funziona!”
Chiuderei con un messaggio di positività: cosa ti senti di dire a chi, in queste settimane, ha letto (o leggerà) il tuo libro?
“Innanzitutto, che ha fatto benissimo a comprare il mio libro e leggerlo, e non perché l’ho scritto io ma perché questo libro supporta AIRC, che è attivamente impegnata per finanziare la ricerca scientifica contro le malattie oncologiche. Ricerca e Prevenzione devono entrare nella missione di vita di tutti noi, anche un piccolo gesto, un piccolo contributo, se moltiplicato per la comunità può fare tanto! Il libro non promette guarigioni, e non racconta fantasie, regala però una bella riflessione: parlare di cancro non deve essere un tabù, la malattia non è un motivo per rinunciare a sogni o realizzazioni anche in ambito professionale. Insieme si vince e… che la vita è bella… nonostante tutto!”
QUATTRO VOLTE ME, LA LUCE ESISTE ANCHE QUANDO NON RIUSCIAMO A VEDERLA
Ciao Monica, e benvenuta. Come per Liliana, andiamo subito al cuore degli argomenti: cosa troviamo nel tuo libro, "Quattro volte me"?
“Nel mio libro “Quattro volte me” racconto le quattro volte in cui il cancro è entrato nella mia vita, ma soprattutto racconto la donna che sono diventata attraversando quelle tempeste. È un libro che parla di fragilità, forza, empatia, amore per la vita e gratitudine. Non è solo il racconto della malattia, ma di come si possa continuare a sorridere, a sentirsi vivi e a rinascere anche dopo le prove più dure. Spero che chi lo leggerà possa ritrovare nelle mie parole un po’ di coraggio, luce e speranza.
Nell'incipit racconti di come il titolo scelto sia diverso rispetto a quello pensato in origine…
“All’inizio avevo pensato di chiamare il libro “Egocentrica”, una parola nata quasi per scherzo da una battuta del mio compagno Giovanni, che diceva che anche il cancro, in qualche modo, “aveva scelto di nuovo me”. Quel titolo mi divertiva perché raccontava una parte del mio carattere: sono una donna che non ha mai rinunciato alla femminilità, nemmeno durante la malattia. Poi però ho capito che dietro quella parola c’era qualcosa di più profondo: imparare a mettere sé stessi al centro della propria vita, non per egoismo, ma per amore verso sé stessi. A un certo punto ho sentito che “Egocentrica” non bastava più. La mia storia era soprattutto una storia di rinascite. Così è nato “Quattro volte me”, perché ogni tumore mi ha cambiata profondamente, facendomi rinascere ogni volta in una versione nuova di me: più fragile forse, ma anche più vera e più forte.”
In copertina troviamo un'immagine - due mani che si uniscono, e le crepe sulle braccia riempite da saldature d'oro - che richiamano la tecnica del kintsugi. Che è un po' la tua storia, in sostanza: ma come si trova la forza per brillare anche quando sembra che ogni cosa ti remi contro?
“Sì, quella copertina mi rappresenta molto, perché richiama il kintsugi, l’arte giapponese che ripara le crepe con l’oro. È un po’ quello che è successo anche a me: le ferite non spariscono, ma possono trasformarsi nella parte più preziosa di noi. La forza non nasce dall’essere invincibili, ma dall’accettare la propria fragilità senza smettere di credere nella luce. Io l’ho trovata nell’amore delle persone accanto a me, nell’empatia, nella fede, ma soprattutto nella scelta quotidiana di non lasciare che il dolore spegnesse la mia voglia di vivere. Perché a volte sono proprio le crepe a far entrare la luce più bella.”
Il tuo "diario di bordo" ci porta a scoprire tanti diversi momenti della tua vita - scanditi dalle "quattro volte" del titolo: se dovessi identificare quello più difficile e invece quello più bello, a quali ti riferiresti?
“Il momento più difficile è stato sicuramente quando il linfoma è tornato dopo che pensavo di essere guarita. In quel momento ho provato una stanchezza profonda, non solo fisica ma anche dell’anima. È stato come vedere crollare tutto di nuovo. Il momento più bello, invece, non è stato soltanto sentirmi dire “sei guarita”, ma rendermi conto che, nonostante tutto, ero ancora capace di amare la vita. Credo che la mia rinascita più grande sia stata proprio questa: trasformare il dolore in gratitudine e la paura in voglia di vivere.”
Anche con te vorrei fare una chiusura a base di positività, a maggior ragione considerando la tua storia, che ti rende un fulgido esempio di resilienza: cosa diresti a chi, in questo momento, guarda il tunnel davanti a sé senza riuscire a vedere la famosa "luce in fondo"?
“Direi di non sentirsi sbagliato se in questo momento non riesce a vedere la luce. Ci sono giorni in cui la paura e la stanchezza sembrano più forti di tutto, ed è umano sentirsi fragili. Però ho imparato che la luce esiste anche quando noi non riusciamo a vederla. A volte arriva attraverso una persona, una parola, un gesto semplice. Bisogna concedersi il diritto di cadere, ma anche la possibilità di rialzarsi. Perché spesso sono proprio le crepe e i momenti più bui a far entrare la luce più bella.”
