Hai ancora paura, ripercorrere le proprie scelte di vita per una auto indagine consapevole: Maria Beatrice Alonzi ci racconta il suo nuovo libro
Hai ancora paura, ripercorrere le proprie scelte di vita per una auto indagine consapevole: Maria Beatrice Alonzi ci racconta il suo nuovo libro Photo Credit: "Hai ancora paura" di Maria Beatrice Alonzi, Sperling & Kupfer
15 aprile 2026, ore 08:00
Un saggio che, con l’agilità di un racconto, porta a guardarsi dentro nel tentativo di comprendere le motivazioni che hanno spinto ognuno verso le scelte che ne hanno poi caratterizzato la vita
Torna l’appuntamento di metà settimana con il mondo dell’editoria, lo spazio in cui andiamo alla scoperta delle novità più interessanti in arrivo sugli scaffali. Qualcosa che avviene abbondantemente già nel fine settimana, quando sotto la lente d’ingrandimento finiscono titoli che afferiscono al genere della narrativa di finzione. Il mercoledì è invece il momento dedicato a produzioni letterarie che hanno una loro tangibilità, con gli argomenti che si intrecciano alla vita reale al di fuori delle pagine.
Per capire di cosa stiamo parlando basterà dare un’occhiata a “I segreti di David Lynch” di Matteo Marino (BeccoGiallo), oppure a “Napoli come vuoi” di The Napolitaner (SEM), protagonisti nelle ultime occasioni. Questa settimana la scena è tutta per Maria Beatrice Alonzi, scrittrice ed esperta di etica della comunicazione, approdata di recente sugli scaffali con il suo nuovo libro, “Hai ancora paura”, pubblicato da Sperling & Kupfer. E proprio con lei ci siamo addentrati nei dietro le quinte del volume.
HAI ANCORA PAURA, IN VIAGGIO VERSO UNA MAGGIORE CONSAPEVOLEZZA
Ciao Maria Beatrice, e benvenuta. Ti lascio subito la parola per partire alla scoperta del tuo nuovo libro: cosa troviamo in "Hai ancora paura"?
“Troviamo una storia. Non nel senso letterario del termine, anche se il libro ha un impianto narrativo preciso, diviso in cinque atti come una pièce, ma nel senso che troviamo la storia di chi legge.
Il libro parte da una domanda che sembra semplice e non lo è affatto: perché continuiamo a fare scelte che non vogliamo fare? Perché diciamo sì quando vorremmo dire no, restiamo dove non vogliamo stare, ripetiamo le stesse dinamiche con persone diverse, in contesti diversi, con lo stesso esito? La risposta che il libro costruisce, atto dopo atto, è questa: perché quello che ci ha salvati da bambini – le strategie che abbiamo sviluppato per sopravvivere in ambienti imprevedibili, per ottenere amore e protezione, per non sentire emozioni troppo grandi per noi – da adulti continua a operare anche quando il pericolo non c'è più. Continua a scegliere al posto nostro. Continua a tenerci fermi.
La paura è l'emozione primaria attorno al quale tutto questo ruota: non come nemico da sconfiggere, ma come segnale da imparare a leggere. Il libro ha una base saggistica solida: regolazione emotiva, memoria implicita, ossessioni e compulsioni, il ruolo del caregiver nello sviluppo emotivo, ma è scritto in modo che chiunque possa riconoscersi, sentirsi visto, trovare parole per cose che non ne avevano. È un saggio scritto come un viaggio: si entra lettori e si esce, se si vuole, un po' più consapevoli di dove si è stati e di dove si possa, finalmente andare.”
«Ciò che ti ha salvato ora ti sta fermando»: lo troviamo in copertina, cosa sottintende?
“Sottintende una cosa precisa e scomoda: che il problema non sei tu. È la soluzione che hai trovato quando eri piccolo.
Quando un bambino cresce in un ambiente in cui il caregiver non è in grado di rispondere adeguatamente ai suoi bisogni emotivi perché è assente, imprevedibile, spaventante (fino all’abusante), o semplicemente non attrezzato, quel bambino non resta passivo. Trova strategie. Impara a non chiedere, per non rischiare il rifiuto. Impara a dire sempre sì, per non perdere l'amore di chi ne ha bisogno. Impara a rendersi invisibile, a controllare tutto, a compiacere, a perfezionare. Quelle strategie funzionano: nell'infanzia funzionano davvero, e in alcuni casi salvano letteralmente la vita psichica, emotiva, a volte anche fisica (anche se sono scelte completamente inconsapevoli, noi semplicemente funzioniamo così: dobbiamo restare in vita, è un diktat evolutivo, biologico).
Il punto è che diventano l'unico modo che si conosce per stare al mondo. Diventano radici del nostro sistema interiore, ci costruiamo la nostra identità sopra a partire da loro: non ricordiamo nemmeno certi (o molti) episodi ma la struttura si regge lì e continua a operare per decenni, silenziosamente, senza che lo sappiamo. Da adulti ci ritroviamo a usare le stesse difese anche quando il pericolo non c'è più, anche quando ci costano molto più di quanto ci proteggano. Non perché siamo irrazionali bensì perché nessuno ci ha mai insegnato che esistesse un altro modo. Che avremmo potuto sopravvivere diversamente, che qualcuno ci avrebbe salvato, che chi doveva prendersi cura di noi – in effetti – lo stava facendo (ma così non è stato).
Il sottotitolo è una promessa al lettore: quello che hai fatto per sopravvivere aveva senso allora. Non sei una persona sbagliata, non sei rotta. Stai usando una mappa vecchia in un territorio che è cambiato. E il libro esiste per aiutarti a disegnarne una nuova.”
Com'è nato questo libro? Qual è stata la scintilla, l'innesco che ti ha spinto a scriverlo?
“È nato da un'osservazione che si è fatta sempre più precisa nel tempo, attraverso anni di studio, di ricerca, di lavoro sulla comunicazione e sulla psicologia: le persone non fanno le cose che fanno perché sono irrazionali, pigre o deboli. Le fanno perché hanno imparato a farle. E quello che si impara in un certo contesto, con certe risorse, con certa paura intorno, non si disimpara automaticamente quando il contesto cambia.
Quello che mi colpiva – e continua a colpirmi – è la distanza enorme che esiste tra quello che le persone dicono di volere e quello che effettivamente scelgono. Non perché mentano: perché quella distanza è reale, e ha una spiegazione precisa. Le scelte che sembrano libere spesso non lo sono: nascono da pattern formati nell'infanzia, da emozioni mai regolate, da paure che il corpo porta senza che la mente le abbia mai nominate. E finché quella meccanica rimane invisibile, non si può cambiare nulla.
La scintilla, se devo identificarne una, è stata la consapevolezza che mancava un libro che parlasse di tutto questo in modo rigoroso sul piano psicologico e al tempo stesso completamente accessibile, narrativo, capace di far sentire il lettore dentro una storia: la propria, navigando nei propri specifici ricordi. Non un manuale, non un saggio freddo, non un libro di auto-aiuto con liste di esercizi. Qualcosa che accompagnasse davvero, che non semplificasse senza banalizzare, che rispettasse l'intelligenza di chi legge e insieme la sua fragilità. Questo libro è nato da quella mancanza. E dall'ostinazione di volerla colmare.”
UNA STORIA “TRIDIMENSIONALE”, UN LIBRO DA ATTRAVERSARE
Anche la struttura che hai scelto per il racconto è sicuramente peculiare, un romanzo che però affronta elementi e argomenti molto tangibili…
“Cerco davvero, ogni volta che scrivo, di consegnare al lettore la forma che possa servirlo meglio. Per “Noi, parola di tre lettere”, pubblicato da Salani, la storia dei millennial e della Gen Z che volevo raccontare (da dove venissero, come fossero le loro famiglie d’origine, quali fossero le esperienze traumatiche che li avevano segnati e spezzati tanto da ricomporsi vuoti), era così angosciante che ho scelto la forma del romanzo puro, per poter consegnare al lettore (tramite la mia immaginazione) una catarsi di cura, la ricerca di una salvezza per personaggi pieni di fragilità e dolore.
Poi, per rendere una scena visiva, attingo dal mio lavoro come sceneggiatrice per l’audiovisivo: voglio farla percepire, crescere davanti agli occhi di chi legge. Un lettore mi ha scritto due giorni dopo l’uscita di “Hai ancora paura”: «Il tuo nuovo libro è un testo in 3D, impressionante. Ci entri dentro con tutte le scarpe, le medaglie si polverizzano veramente tra le mani, la sedia la senti davvero indietreggiare ma non cadere a terra.» Ed è esattamente quello che speravo: non un libro da leggere, ma un libro da attraversare. Perché certi meccanismi psicologici non si capiscono davvero finché non vengono restituiti. Perciò “Hai ancora paura” è il mio tentativo di restituire una complessità ingombrante che spesso non ci permette di perdonarci: non è esattamente un romanzo ma ne contiene la struttura narrativa, così presente da creare quasi un effetto di finzione. È un saggio, ci tengo a dirlo, poiché rigoroso sul piano psicologico ma scritto con un impianto preciso: ogni atto ha una funzione narrativa oltre che concettuale: si entra in scena, si attraversa qualcosa, si esce con un pezzo del puzzle.
La narrativa fa quello che la spiegazione non riesce a fare: aggira le difese. Quando leggi un concetto scientifico esposto in modo accademico, la mente lo valuta, lo analizza, decide se accettarlo o respingerlo. Quando invece ti ritrovi dentro una scena, dentro un momento riconoscibile, dentro un'emozione che hai già sentito, un ricordo che ti appartiene, una dinamica relazionale che puoi vedere davanti ai tuoi occhi come se la stessi osservando dall’esterno, allora il riconoscimento arriva prima della valutazione. Entra più in profondità, e ci resta.
Una sorta di specificità universale: le scene devono essere così precise, così cariche di dettaglio concreto, da diventare universali. Non malgrado la specificità, ma attraverso di essa. Più una scena è esatta e più il lettore si riconosce, perché quella precisione tocca qualcosa di vero che gli appartiene. La struttura del testo mi è stata utile esattamente a questo: a creare uno spazio in cui il lettore non osservasse solo la storia, ma la vivesse. Ed è lì, in quello spazio, che avviene, con un po’ di fortuna, un po’ di magia.”
Avevi un pubblico di riferimento preciso mentre ci lavoravi?
“Sì e no. C'è una risposta tecnica e una più profonda, e preferisco dare entrambe.
La risposta tecnica è che il libro è scritto al femminile: in certi momenti usa forme grammaticali femminili in modo sistematico e deliberato, una scelta editoriale precisa fatta insieme a Sperling & Kupfer: il mio direttore editoriale Rino Parlapiano, la mia straordinaria editor Francesca Guido e la meravigliosa caporedattrice con la quale ho il piacere e l’onore di lavorare ormai da anni: Mariarosa Milesi. Questo non deve spaventare i lettori che non si riconoscono nel genere femminile: il femminile non coincide con “la donna”. È un principio, una modalità di essere nel mondo, quella che Jung chiamava anima: presente in ogni essere umano, indipendentemente dal genere biologico. Il testo non esclude nessuno: tocca quella parte di ciascuno che ha imparato a silenziare, a nascondere, a considerare un peso. Per una donna è riconoscimento immediato: “finalmente qualcuno parla di me, non di un generico essere umano che per convenzione mi dovrebbe includere”. Per un uomo è qualcosa di diverso e incredibilmente potente, è il permesso di incontrare quella parte di sé che la cultura ha spesso definito come non sua: la vulnerabilità, il bisogno di essere visto, la paura di non essere abbastanza. Ed è anche il modo per capire e affrontare (nel passato, nel presente e nel futuro) la madre, la compagna, la figlia. Per vedere dall'interno una storia che ha sempre osservato dall’esterno. È il primo saggio dove scelgo questa strada; nei miei precedenti il costrutto era sempre neutro (e con neutro non intendo il maschile non marcato, bensì proprio neutro, ho utilizzato persona, partner e così via). Ma stavolta era necessario, per poter dare voce a qualcosa di tenuto nascosto, compresso e a bada per tutta la vita, da ciascun lettore.
La risposta ancora più profonda, però, è che mentre scrivevo non pensavo a una categoria demografica ma a una condizione. Pensavo a chiunque, qualunque genere, qualunque età, si fosse mai trovato a fare una scelta che non voleva fare, a restare in un posto che non voleva abitare, a chiedersi alle tre di notte perché continuasse a ripetere sempre la stessa storia, anche a volte con persone diverse. Quella condizione non ha un'età precisa, non ha un genere, non ha una classe sociale. È trasversale, antica, profondamente umana.
I lettori che mi stanno scrivendo in questi giorni me lo confermano: hanno cinquant'anni o ventidue, sono uomini che mi dicono «non pensavo fosse per me e invece non riuscivo a smettere», sono figlie che comprano una copia per la madre, sono madri che comprano una copia per la figlia. Quando un testo si propone di accompagnare a qualcosa di vero, trova la sua strada con chiunque necessiti di quella verità, ne sono convinta.”
LA FELICITÀ È UNA SCELTA
Nell'incipit fai un distinguo importante tra 'sopravvivenza' e 'benessere'. In molti, per paura o per comodità, si mantengono nel primo campo d'azione senza provare a raggiungere il secondo: come si può invertire la tendenza?
“La distinzione è fondamentale e vale la pena chiarirla subito: sopravvivenza e benessere non sono due gradi della stessa scala, con il benessere come versione migliorata della sopravvivenza. Sono due modalità di esistenza profondamente diverse, che rispondono a domande diverse. La sopravvivenza risponde a una domanda ontologica dell’essere umano: come faccio a restare qui, nonostante tutto? Il benessere risponde a una domanda distinta: cosa posso fare per stare bene? In questa seconda non c’è alcuna urgenza. La prima è un comando dell’essere umano, si attiva insieme a lui, dall’inizio, non ha filtro cognitivo. La seconda, invece, è una domanda evoluta, ne abbiamo consapevolezza: ce la poniamo tramite la voce interiore (e, in situazioni di pericolo, infatti, non ce la poniamo proprio). Siamo disgraziatamente e fortunatamente programmati a sopravvivere, non a essere felici. Questa seconda meta sta a noi raggiungere (e qui nascono i problemi, perché si può essere sprovvisti delle risorse per essere felici).
Chi vive in modalità sopravvivenza organizza tutta la propria energia attorno all'evitamento del dolore, del conflitto, del rifiuto, della perdita. Le scelte non nascono da quello che si vuole ma da quello che si teme. E siccome il sistema interiore è, appunto, programmato per privilegiare la sicurezza sulla felicità (perché sopravvivere viene prima, biologicamente) quella modalità è estremamente stabile. Funziona. Costa moltissimo in termini di qualità della vita, ma funziona.
Invertire la tendenza richiede una cosa precisa: costruire la prova, ripetuta nel tempo, che esista qualcosa oltre la sopravvivenza. Che l'esito possa essere diverso da quello che il sistema teme. Che scegliere per sé non porta necessariamente al disastro che si è imparato ad aspettarsi. Quella prova non si costruisce con la forza di volontà: il sistema interiore non risponde agli argomenti razionali. Si costruisce con l'esperienza: piccoli passi, piccole scelte diverse, piccole evidenze che dall'altra parte si sopravvive. E, quando il dolore che tiene fermi è radicato e quotidiano, quella costruzione ha bisogno di uno spazio professionale per diventare reale, in terapia. Non come ultima spiaggia ma come atto di cura preciso verso sé stessi. Perché passare dalla sopravvivenza al benessere non è un lusso, ma non necessariamente abbiamo i mezzi per poterlo affrontare. Ed è il motivo per il quale siamo qui, e per il quale esiste questo libro.”
Passato, presente e futuro sono inevitabilmente legati, eppure slegarsi dal primo per proiettarsi nel domani con più leggerezza e consapevolezza può talvolta essere necessario. Quali consigli potremmo dare a chi si sente intrappolato in questo vortice gravitazionale che tiene ancorati al passato?
Prima di tutto: il passato non si lascia. Non funziona così, e chi promette che si possa «lasciar andare» con la giusta tecnica o la giusta intenzione sta vendendo qualcosa che non esiste. Il passato non si lascia, si integra. È una differenza enorme: integrare significa che quello che è successo diventa parte di una storia più grande, in cui ha senso, in cui ha un posto, in cui non ha più bisogno di urlare per essere ascoltato.
Il motivo per cui il passato tiene fermi non è sentimentale: è neurologico. Le esperienze emotivamente intense, soprattutto quelle precoci, si depositano, a volte in luoghi separati dai nostri funzionamenti futuri, perché impossibili da elaborare. Non sono ricordi che si possono semplicemente «decidere di superare»: sono pattern di risposta che si attivano prima ancora che la coscienza abbia avuto il tempo di intervenire. Il corpo non distingue tra allora e adesso. Non sa che il pericolo è passato. Continua a rispondere come se fosse ancora lì.
Quello che si può fare, quello che il libro accompagna a fare, è tracciare il filo. Per capire: quando ho imparato questa risposta? In quale momento aveva senso? Cosa stava proteggendo? Perché quella comprensione cambia qualcosa di preciso: toglie al passato il potere di sembrare una verità assoluta sul presente. Quello che abbiamo interiorizzato come pericolo eterno – che necessita di compulsioni costanti per essere sedato come bere, mangiare (restringendo o abbuffandosi, premiandosi e punendosi), comprare, fare uso di sostanze, esagerare con l’attività fisica, mangiarsi le unghie, strapparsi le ciglia e via dicendo – diventa quello che è davvero: una strategia di sopravvivenza di un bambino che non aveva altra scelta, in un momento che è finito. Da bambini sostenevamo il peso di figure genitoriali assenti o oppressive, che ci trattavano da adulti o da partner sentimentali, che si dimenticavano di noi o urlavano contro di noi, nei modi che possedevamo per combattere la paura devastante di morire (il genitore scorretto, non capisce che un figlio non ha mezzi per credere che sopravvivrà senza di lui, né per giudicarlo incapace): congelandoci, scomparendo, combattendo o compiacendo. Da adulti queste risposte sono molto più specifiche e non siamo in grado da soli di comprendere che sono solo la versione adulta di ciò che facevamo allora.
Il vortice gravitazionale di cui parla la domanda è reale. Ma la sua forza non dipende dal passato in sé: dipende da quanto quel passato è rimasto non visto, non nominato, non elaborato. Un passato guardato negli occhi perde qualche grammo di capacità di tirarci indietro. Non sparisce: ma smette di essere l’unico centro di gravità attorno a cui tutto il resto orbita. Al suo posto? La nostra identità, noi. Che esistiamo a prescindere da cosa ci è successo, e che possiamo scegliere diversamente, senza che questo ci faccia, psicologicamente, morire (che spesso significa vergognarsi e provare senso di colpa verso quelle stesse figure genitoriali).”
Guardando al futuro, ci sono nuovi progetti in cantiere per te?
“Moltissimi, e sono felice di poterlo dire in un momento in cui il libro è appena uscito, perché significa che il lavoro non si ferma mai davvero, si trasforma.
Sul fronte audiovisivo sto collaborando con due grandi case di produzione. Con la prima sto sviluppando due progetti originali, due IP High Concept. Con la seconda sto lavorando all'adattamento di un fenomeno young adult internazionale, di cui curerò soggetto e sceneggiatura. È un ambito che amo profondamente e nel quale mi sento a casa: la scrittura per immagini ha una logica e una disciplina che accende ogni mio desiderio autoriale, quanto quella letteraria, e le due si alimentano a vicenda in modi che non smettono mai di sorprendermi (non ci sarebbe stato “Hai ancora paura” senza questa sinergia, per esempio).
Sto seguendo anche lo sviluppo audiovisivo del mio ultimo romanzo, con un player straniero molto forte. È un percorso lungo, come tutti i percorsi che vale la pena fare, ma sta andando nella direzione migliore che potessi sperare.
C'è poi un progetto che mi sta particolarmente a cuore e sul quale sto ragionando con attenzione: portare quelle che sono sempre state le presentazioni dei miei libri in teatro, in forma di esperienza monologante e immersiva, durante tutto l’anno, non solo nei periodi di uscita. Chi mi ha visto presentare sa che non si tratta di serate tradizionali: è qualcosa che ha la struttura e l'intensità di uno spettacolo, in cui il pubblico viene accompagnato dentro i temi che lo riguardano in modo viscerale e diretto. Ho lettori e follower in tutta Italia che sarei felice di accontentare, e l'idea di poterli raggiungere con un format dedicato mi entusiasma. Ho già alcune proposte sul tavolo, sto cercando il partner produttivo giusto.
Inoltre, ci sono delle possibilità nelle mie prossime partecipazioni televisive per parlare di “Hai ancora paura” e di tutto ciò che accade nel mondo attraverso quella lente: perché i temi del libro non sono mai solo personali, sono sempre anche sociali e culturali, e la televisione è sempre uno spazio prezioso per portarli a un pubblico più ampio.
E poi c'è il prossimo libro. È presto per dire molto, ma la domanda che mi sto facendo è se sarà nello stile di “Hai ancora paura”, un saggio con impianto narrativo, o se sarà un romanzo vero e proprio. Non ho ancora la risposta ma non vedo l’ora di raccontarvela, la prossima volta che mi vorrete nei vostri spazi.”



