Oscar 2025, The Brutalist: trama, cast e recensione del film candidato

Oscar 2025, The Brutalist: trama, cast e recensione del film candidato

Oscar 2025, The Brutalist: trama, cast e recensione del film candidato Photo Credit: IPA Agency


La pellicola è attualmente nelle sale italiane e ha conquistato ben 10 candidature

Dopo la pausa sanremese, torna la rassegna dove vengono approfonditi i dieci film che hanno ottenuto la candidatura agli Oscar 2025.

Dopo “The Substance” e “A complete Unknown", tocca a “The Brutalist” la pellicola diretta da Brady Corbet che qualche mese fa ha vinto il Premio speciale per la regia alla Mostra del Cinema di Venezia 2024.

Si presenta agli Oscar con ben 10 nomination, tra cui quelle pesanti come film, regia e attore protagonista. “The Brutalist” è uno dei favoriti per la vittoria della statuetta più ambita, anche se ad Hollywood le cose cambiano improvvisamente.

Attualmente la pellicola è nelle sale italiane e si sta ritagliando una buona fetta di mercato.

“THE BRUTALIST”, LA TRAMA DEL FILM

Una maratona di tre ore e mezza, estenuante ma anche esaltante. Il cinema che si erge in tutta la sua potenza, mostrando i muscoli e ribadendo ad alta voce tutta la sua forza.

Il film racconta la storia dell’architetto ebreo László Tóth emigrato dall’Ungheria negli Stati Uniti nel 1947.

Costretto dapprima a lavorare duramente e vivere in povertà, ottiene presto un contratto che cambierà il corso dei successivi trent’anni della sua vita.

Il suo talento di architetto e designer infatti viene notato dall'eccentrico miliardario Harrison Lee Van Buren (Guy Pearce), che è deciso a finanziare ambiziosi progetti architettonici nella Pennsylvania.

Ma László oltre a dover far fronte ad una grande solitudine, ad una tossicodipendenza ereditata dalla guerra, deve combattere contro la perplessità di chi lo circonda verso le sue nuove idee, il razzismo e i traumi in lui lasciati dalla tragedia bellica.

“THE BRUTALIST”, LA RECENSIONE

Un film ambizioso e dirompente che fa sentire lo spettatore piccolo come una formica.

Era dal 2018 che si parlava di “The Brutalist”. Sembrava un’utopia, un progetto irrealizzabile che mai avrebbe visto la luce.

Chiunque, leggendo di ritardi, modifiche e re-casting, non avrebbe scommesso un euro sul terzo lungometraggio di Brady Corbet.

Per fortuna però la caparbietà e la determinazione del suo autore lo hanno portato a vincere la sua scommessa.

Solenne, monumentale ed imponente fin dal primo attimo. Un film sul cinema, che rispetta e osanna anche tutta quella liturgia tipica dello spettacolo cinematografico del passato.

Una storia di riscatto e ambizione, con degli squarci drammatici e cupi che arrivano dritti al cuore e agli occhi dello spettatore.

Grande plauso alle scenografie e alla fotografia che avvolgono lo spettatore con grande calore, ma soprattutto alla musica che da una spinta fortissima al ritmo e alla struttura narrativa di alcuni passaggi chiave della narrazione.

Sembra quasi di intravedere un piccolo grande erede di quella estetica figlia del regista Paul Thomas Anderson, così ammaliante e curata.

Inutile nasconderlo. La durata si fa sentire, soprattutto nell’ultima parte dove una sforbiciata avrebbe sicuramente dato più respiro alla pellicola.

Ma è come se Corbet avesse volutamente dilatato il tempo per poter godere di più della potenza delle immagini.

Si perchè ci sono alcuni passaggi dove non si può fare a meno di provare puro godimento cinematografico.

“THE BRUTALIST”, PER ALCUNI MEMBRI DELL’ACADEMY SAREBBE TROPPO LUNGO

Fino a qualche settimana fa, “The Brutalist” era tra i favoriti alla vittoria dell’Oscar come miglior film.

In effetti potrebbe esserlo ancora se non fosse che “Anora” di Sean Baker ha messo il turbo, sorpassando tutti gli altri titoli e andando ad ipotecare la statuetta più ambita.

Recentemente è apparso un articolo su Variety dove si vociferava che, alcuni membri dell’Academy chiamati votare, avevano ammesso di "non essere riusciti a finire il film" per via della durata impegnativa e per la densità dei temi trattati.

Ad ogni modo “The Brutalist” si conferma un’autentica lettera d’amore all’arte cinematografica e al grande schermo della sala, unico mezzo per poter vivere un’esperienza come quella messa in scena da Corbet.

Un atto di resistenza alla fruizione liquida e microscopica dei supporti contemporanei, ma soprattutto un regalo per gli spettatori che ancora vivono la sala come la mecca dell’audiovisivo.



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