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Stati Uniti, la Corte Suprema frena Trump sullo ius soli, ma arrivano due vittorie importanti

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Author image Tommaso Angelini

30 giugno 2026 alle ore 20:40, agg. alle 20:24

I giudici dichiarano incostituzionale il decreto sulla cittadinanza per nascita. Via libera invece alle restrizioni sugli atleti transgender e a nuove regole sui fondi elettorali

La Corte Suprema degli Stati Uniti ha emesso tre decisioni di enorme rilievo che incidono direttamente su alcuni dei temi più delicati della seconda amministrazione di Donald Trump: cittadinanza, sport e finanziamento della politica. Il presidente incassa una pesante sconfitta sul fronte dell'immigrazione, ma ottiene due importanti vittorie su altrettanti dossier considerati centrali nella sua agenda.


LO IUS SOLI

Il colpo più duro riguarda il tentativo di modificare il principio dello ius soli. Con una maggioranza di sei giudici contro tre, la Corte ha dichiarato incostituzionale il decreto esecutivo con cui Trump aveva cercato di negare la cittadinanza automatica ai bambini nati negli Stati Uniti da genitori privi della cittadinanza americana o di un permesso di soggiorno permanente. La misura, firmata il primo giorno del suo ritorno alla Casa Bianca, è stata definitivamente bloccata. Nelle motivazioni della sentenza, il presidente della Corte Suprema John Roberts ha ribadito che il XIV Emendamento della Costituzione garantisce la cittadinanza a chi nasce sul territorio statunitense, salvo eccezioni estremamente limitate. Il magistrato ha richiamato anche lo storico precedente del 1898, che da oltre un secolo rappresenta il riferimento giuridico sul tema, respingendo l'interpretazione proposta dall'amministrazione Trump. Secondo le stime discusse durante il procedimento, l'applicazione del decreto avrebbe potuto coinvolgere ogni anno circa 250 mila nuovi nati. Per Roberts il principio costituzionale rimane immutato: il diritto di cittadinanza non può essere modificato attraverso un semplice ordine esecutivo. Una posizione condivisa anche dal giudice conservatore Brett Kavanaugh, che pur arrivando alla stessa conclusione ha sostenuto che il provvedimento fosse incompatibile soprattutto con la normativa federale sulla cittadinanza, senza rendere necessario un giudizio fondato esclusivamente sul XIV Emendamento.


LA DIFESA DELLA CASA BIANCA

La Casa Bianca aveva difeso il decreto sostenendo che lo ius soli favorisse il cosiddetto "birth tourism" e consentisse ai figli degli immigrati irregolari di ottenere automaticamente la cittadinanza. Secondo l'amministrazione, il XIV Emendamento sarebbe stato concepito esclusivamente per garantire i diritti agli ex schiavi dopo la Guerra Civile. Una lettura che la Corte ha respinto, riaffermando oltre cento anni di giurisprudenza consolidata. La decisione è stata accolta con favore dagli Stati guidati dai procuratori democratici che avevano promosso il ricorso. Il procuratore generale della California Rob Bonta ha definito il verdetto una conferma di uno dei principi fondamentali della democrazia americana, mentre la procuratrice generale di New York Letitia James ha sottolineato come il diritto di cittadinanza rappresenti uno dei pilastri storici dell'identità degli Stati Uniti.


LA QUESTIONE DEGLI ATLETI TRANSGENDER E IL FINANZIAMENTO ALLE CAMPAGNE ELETTORALI

Nella stessa giornata, però, Trump ha ottenuto una significativa vittoria sul fronte delle politiche sportive. I giudici hanno infatti riconosciuto la legittimità delle leggi approvate da numerosi Stati che vietano agli atleti transgender di partecipare alle competizioni femminili. La Corte ha stabilito che la tutela dell'equità agonistica e della sicurezza delle atlete costituisce un interesse pubblico sufficiente a giustificare la distinzione basata sul sesso biologico. Il pronunciamento riguarda in particolare le normative adottate da Idaho, West Virginia e da altri venticinque Stati americani. Per la maggioranza, la scelta di riservare le gare femminili alle atlete nate biologicamente donne non viola la Costituzione né le disposizioni del Titolo IX. Trump ha accolto con entusiasmo la decisione, definendola sui social network una grande vittoria e sostenendo che la Corte abbia definitivamente chiarito che gli uomini non possono competere nelle discipline sportive femminili. L'ultima sentenza della giornata riguarda invece il sistema di finanziamento delle campagne elettorali. Con un'altra maggioranza di sei voti contro tre, la Corte Suprema ha eliminato i limiti federali alle spese coordinate tra partiti politici e candidati, ritenendoli incompatibili con la libertà di espressione garantita dal Primo Emendamento. Il caso era stato promosso anche dall'attuale vicepresidente JD Vance durante la sua campagna per il Senato. La decisione cancella un orientamento giurisprudenziale in vigore da oltre vent'anni e potrebbe aumentare ulteriormente il peso economico dei grandi partiti nelle competizioni elettorali, in un momento in cui i repubblicani dispongono già di una raccolta fondi superiore rispetto ai democratici.


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