Vuoi?, quando la normalità s’illumina di genialità: Igor Sibaldi ci introduce alle riflessioni contenute nel suo libro
Vuoi?, quando la normalità s’illumina di genialità: Igor Sibaldi ci introduce alle riflessioni contenute nel suo libro Photo Credit: "Vuoi?" di Igor Sibaldi, Mondadori
20 maggio 2026, ore 09:00
Cosa significa veramente volere? E non volere? Sono solo alcuni degli spunti contenuti all’interno di un volume che gioca con lettori e lettrici e spinge a riflessioni importanti
È il momento di chiamare a raccolta tutti gli appassionati di libri, visto che lo spazio infrasettimanale dedicato apre nuovamente i battenti. Il fine settimana vede un costante fermento di titoli messi sotto la lente d’ingrandimento, dalle interviste focalizzate sulla narrativa allo spazio della domenica dedicato alle novità più interessanti.
Dal canto suo, anche il mercoledì ha un ruolo cruciale nell’economia dei focus sul mondo dell’editoria. È in questo frangente che infatti autori e autrici passano a trovarci, per presentarci i loro lavori. Rispetto al sabato, però, la situazione cambia radicalmente, considerando la tipologia di prodotti che finiscono sotto i riflettori: non storie di finzione, ma lavori che si focalizzano su elementi reali e tangibili.
Come avvenuto nelle ultime settimane, con Liliana Porcelli e il suo “Influcancer” o di Monica Oriente e il suo “Quattro volte me” (entrambi Piemme), oppure ancora con Alessandro Politi e il suo “Cento tecniche segrete del giornalista investigativo” (Oligo Editore). Oggi il focus è su un volume il cui titolo è già tutto un programma: si tratta di “Vuoi?”, il libro di Igor Sibaldi che arriva sugli scaffali grazie a Mondadori.
VUOI?, UNA DOMANDA CHE SPINGE ALL’AZIONE E APRE A SCENARI INTERESSANTI
Ciao Igor, e benvenuto. Mi affido a te per le presentazioni di rito: cosa troviamo nel tuo nuovo libro "Vuoi?"
“Grazie, ciao Dario. Chi legge questo libro trova improvvisamente un futuro diverso, molto grande, che poi rimarrà sempre a sua disposizione, ogni volta che vorrà. Sul serio, è il motivo per cui l'ho scritto: condividere con altri le scoperte che ho iniziato a fare quando ho capito cos'è veramente il volere.”
"Volere" e "Non volere": sono le due macro-aree che esplori, capitolo dopo capitolo, con approfondimenti ad hoc. Ma cosa significa, realmente, "volere" (e, di riflesso, il suo opposto)?
“Il volere è una sensazione che si prova quando, per uno strano miracolo, tutto quello che prima ci bastava non ci basta più. Oggi, è davvero un miracolo: abbiamo, sappiamo, facciamo talmente tante cose, tutto non è mai stato così interessante... eppure a volte tutto ci sembra troppo poco, ed è allora che vogliamo davvero. L'orizzonte si allarga, le possibilità si moltiplicano e diventano infinite. È una sensazione di bellezza e di gioia, ed è utile: è sufficiente volere a questo modo per qualche secondo, e si producono conseguenze pratiche. Trovi d'un tratto soluzioni a problemi, trovi obiettivi, diventano possibili cambiamenti, cambi meravigliosamente idea, ti innamori. Invece, non volere è accontentarsi (bruttissima parola), cedere, tirare in lungo sulle scelte, aspettare il permesso di altri, lasciarsi convincere, perdersi tra tanti vecchi bisogni e, soprattutto, farsi quella triste violenza che si chiama “sforzi di volontà” e che consiste nell'obbligarti a volere qualcosa che in realtà non vuoi. Non volere, insomma, è la normalità. Volere è la genialità. Ed è una genialità di cui tutti eravamo capaci, da bambini.”
Com'è nata l'idea di lavorare a un testo come questo?
“Ci pensavo da un pezzo. L'impulso a scriverne me l'hanno dato i discorsi che sentivo fare sulla felicità: mi ha stupito il fatto che tante persone (anche psicologi, filosofi) confondessero la felicità con la contentezza. Spiegavano che essere felici significa, in fin dei conti, rassegnarsi. Mi chiedevo: “Ma fanno apposta oppure non hanno le idee chiare? E non si accorgono del danno che questo equivoco produce?” Ovviamente, non era un equivoco nuovo: andava avanti da millenni; ci ho fatto caso soltanto perché da un pezzo volevo parlarne ma non mi decidevo.”
A TU PER TU CON LETTORI E LETTRICI
Siamo di fronte a un volume con un'impostazione molto particolare. Come mai hai scelto questo format letterario?
“È uno stile che ho sperimentato nei miei ultimi libri di non-fiction e che trovo molto divertente. Scrivo come se parlassi con i lettori, e come se qualcuno di loro mi facesse obiezioni e io rispondessi. L'effetto è comico e narrativo, e fa al caso mio, dato che per vocazione io sono un autore di romanzi e di spettacoli. Non mi va di fare il filosofo tutto d'un pezzo, che ha sempre ragione; mi piace discutere e capire di più, discutendo, e in questo libro lo si vede bene.”
Avevi un pubblico specifico a cui ti rivolgevi e con cui "ti interfacciavi" mentre scrivevi? Qual era il lettore o la lettrice tipo che ti figuravi?
“Non un tipo, ma tantissime persone, conosciute e anche sconosciute (viste per strada o in treno, con l'idea: “come potrei piacere a lui o a lei? come potrei meravigliarli, spaventarli o cambiare le loro idee su tutto?”). Mentre per le battute ironiche, che nel libro sono molte, mi immaginavo di “interfacciarmi” con le persone che amo, e che non sono poche; pensavo: “se sento che loro qui riderebbero, vuol dire che la battuta è buona”.”
C'è qualche momento particolare, mentre scrivevi il libro, che ricordi nella fattispecie? Ti cito: "Aspetta. Pensaci ancora un po', prima di voltare la pagina"...
“Sì, tutti i momenti in cui mi accorgevo di andare troppo oltre, di affrontare e abolire qualche certezza assoluta o qualche tabù. Ma non li elenco qui, perché conto sull'effetto sorpresa.”
Volere e non volere scrivono il nostro presente e tracciano la strada verso il nostro futuro. A tal proposito, cosa si prospetta per te? Hai nuovi progetti in cantiere, di cui si può già parlare?
“In questo periodo, ho soprattutto impegni e progetti teatrali. Penso che il teatro sia il posto giusto per le mie idee recenti: ce ne sono alcune che richiedono più delle parole, si comunicano anche con il tono di voce, con i gesti, gli sguardi, le pause brevissime e inattese, perché sono proprio nuove, controintuitive, e bisogna presentarle in modo gioioso e rassicurante, per evitare che scandalizzino; il palcoscenico è il posto giusto.”
