La valle dei sorrisi, da oggi al cinema il nuovo horror di Paolo Strippoli: trama e recensione

La valle dei sorrisi, da oggi al cinema il nuovo horror di Paolo Strippoli: trama e recensione

La valle dei sorrisi, da oggi al cinema il nuovo horror di Paolo Strippoli: trama e recensione Photo Credit: Biennale Cinema


Il film si apre con una regia già densa, immersiva, che non cerca scorciatoie narrative ma costruisce senso attraverso l’atmosfera

Con La valle dei sorrisi, in uscita oggi 17 settembre, Paolo Strippoli firma un'opera che conferma e approfondisce la traiettoria di un autore capace di rinnovare i codici del thriller psicologico attraverso una sensibilità tutta contemporanea. Il regista pugliese, classe 1989, continua a lavorare sulla contaminazione dei generi, e lo fa questa volta con un film che intreccia i linguaggi dell’horror e della fiaba, per raccontare in forma obliqua ma potentemente emotiva temi come il dolore, l’empatia e la costruzione dell’identità. Dopo l’anteprima fuori concorso nella prestigiosa sezione delle Proiezioni di Mezzanotte alla Mostra del Cinema di Venezia, il terzo film di Strippoli approda finalmente in sala, puntando su un pubblico che, negli ultimi mesi, sembra essere tornato a divorare film horror.

LA VALLE DEI SORRISI, LA TRAMA

La storia segue Sergio Rossetti, un insegnante di educazione fisica trasferito a Remis, un paesino di montagna dove tutti sembrano inspiegabilmente felici. Sergio scopre che questa serenità nasconde un inquietante rituale settimanale in cui gli abitanti abbracciano un adolescente, Matteo Corbin, che assorbe il loro dolore e la loro angoscia. Tentando di salvare Matteo da questo macabro destino e di svelare la verità, Sergio risveglierà il lato oscuro del ragazzo e metterà a rischio l'equilibrio del villaggio.

LA VALLE DEI SORRISI, LA RECENSIONE

Il film si apre con una regia già densa, immersiva, che non cerca scorciatoie narrative ma costruisce senso attraverso l’atmosfera. Ogni inquadratura è pensata per restituire un sentimento sotterraneo, spesso disturbante, che serpeggia anche nei momenti di apparente quiete. Strippoli lavora per sottrazione, lascia parlare le immagini, i suoni ovattati, gli spazi vuoti. C’è un’impronta autoriale forte, che pur dialogando con riferimenti evidenti (dal folk horror nordico a certo cinema italiano degli anni ’70), non smarrisce mai la propria autenticità. La scrittura è uno dei punti di forza dell’opera. I personaggi sono costruiti con attenzione e sensibilità, mai ridotti a funzioni di trama ma portatori di conflitti credibili, intimi. Il film riesce a raccontare l’adolescenza non come territorio narrativo da sfruttare, ma come luogo fragile e pericoloso in cui il senso di sé è ancora in bilico, continuamente minacciato dal giudizio, dalla solitudine, dall’attrazione per l’abisso. Temi come la dipendenza, il conformismo sociale, il bisogno disperato di appartenenza emergono con forza, ma senza mai farsi didascalici. Fin dalle prime inquadrature si respira una maturità maggiore nella gestione della regia rispetto ai lavori precedenti, mostrando grande padronanza anche nella gestione della narrazione. Il terrore non arriva per accumulo, ma per insinuazione. Ogni scelta visiva è precisa, pensata per generare tensione non nell’evento, ma nel tempo che lo precede e in quello che lo segue. Il perturbante nasce da ciò che resta fuori campo, o meglio da ciò che non viene spiegato ma appena sussurrato, da quella sospensione che Strippoli maneggia con una sicurezza sempre più evidente.



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