Riforma della giustizia, scontro aperto tra Nordio e magistratura a cinquanta giorni dal referendum

Riforma della giustizia, scontro aperto tra Nordio e magistratura a cinquanta giorni dal referendum

Riforma della giustizia, scontro aperto tra Nordio e magistratura a cinquanta giorni dal referendum Photo Credit: ANSA/MATTEO CORNER


All’Anno giudiziario di Milano il ministro Nordio respinge le accuse di attacco alle toghe. Critiche da giudici e pm, mentre il dibattito sul referendum accende istituzioni e piazze

Il confronto sulla riforma della giustizia entra in una fase sempre più tesa e simbolica, trasformando l’inaugurazione dell’Anno giudiziario in un vero banco di prova politico e istituzionale. A Milano, nel cuore del Palazzo di giustizia, il ministro Carlo Nordio ha scelto di intervenire con parole nette, respingendo con decisione le accuse secondo cui il progetto di revisione costituzionale e il referendum collegato rappresenterebbero un attacco all’autonomia della magistratura.

LE PAROLE DEL MINISTRO NORDIO

Nordio ha voluto chiarire subito il perimetro del dibattito, sostenendo che la riforma non nasce per colpire le toghe né per rafforzare l’esecutivo. A suo avviso, attribuire al Parlamento intenzioni punitive o di controllo sulla magistratura significa travisare il senso stesso delle istituzioni democratiche. Il Guardasigilli ha ribadito che l’indipendenza dei giudici resta un pilastro intoccabile e che il referendum non è uno strumento di rivalsa, ma una scelta affidata alla volontà popolare. Il ministro ha insistito sul fatto che, qualunque sia l’esito del voto di marzo, il governo si atterrà al verdetto degli elettori. In caso di vittoria dei sì, ha promesso l’apertura immediata di un tavolo di confronto con magistratura, avvocatura e mondo accademico per definire le norme attuative. Se invece dovesse prevalere il no, l’esecutivo accetterebbe senza riserve la decisione dei cittadini. Un messaggio che Nordio ha voluto presentare come garanzia di rispetto istituzionale, non come sfida.


DIBATTITO ACCESO

Le sue parole, però, hanno acceso ulteriormente il dibattito. Il riferimento al termine “blasfemo”, utilizzato per definire l’idea che la riforma possa minare l’autonomia dei giudici, ha suscitato reazioni immediate. Il presidente della Corte d’Appello di Milano, Giuseppe Ondei, pur evitando dichiarazioni politiche, aveva già espresso perplessità tecniche sull’efficacia del progetto, sottolineando come la riforma non incida sui tempi della giustizia, che restano uno dei problemi strutturali più gravi a livello nazionale. A suo giudizio, il rischio è che il dibattito pubblico si concentri su aspetti ideologici, trascurando le reali esigenze di efficienza del sistema.

LE PAROLE DI NICOLA GRATTERI

Dalle altre sedi giudiziarie sono arrivate ulteriori voci critiche. Il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri, ha definito inappropriato il linguaggio usato dal ministro, ricordando che il clima attuale richiede prudenza e rispetto reciproco. Anche a Roma, il presidente della Corte d’Appello Giuseppe Meliadò ha evidenziato come le corti appaiano oggi più esposte e vulnerabili, spesso descritte nel dibattito pubblico come un ostacolo all’azione dei poteri politici piuttosto che come un elemento di equilibrio e regolazione sociale.

PRESENTI IL PRESIDENTE DEL SENATO E IL SINDACO DI MILANO

Sul piano politico, la cerimonia milanese ha visto la presenza di alte cariche dello Stato, dal presidente del Senato Ignazio La Russa al sindaco Giuseppe Sala, a testimonianza della centralità del tema. Intanto, fuori dalle aule, sit-in e manifestazioni continuano a mobilitare una parte della magistratura e dell’opinione pubblica, preoccupata per le possibili conseguenze della riforma.

MANCANO 50 GIORNI AL REFERENDUM

A cinquanta giorni dal referendum, lo scontro resta aperto e si gioca su un doppio binario: quello tecnico, legato all’assetto del sistema giudiziario, e quello simbolico, che tocca il rapporto tra poteri dello Stato. Nordio rivendica il ruolo del Parlamento come espressione sovrana della democrazia e chiede di non trasformare la riforma in una prova di forza. Le toghe, dal canto loro, reclamano garanzie concrete e respingono qualsiasi intervento percepito come una compressione della loro indipendenza. 


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