Schermi in frantumi: il cinema dopo l’11 settembre

Schermi in frantumi: il cinema dopo l’11 settembre

Schermi in frantumi: il cinema dopo l’11 settembre Photo Credit: Ansa/Hubert Michael Boesl


I film hanno affrontato e raccontato l'evento con cautela, quasi con reverenza, consapevoli della delicatezza di un trauma ancora pulsante

L’11 settembre 2001 ha segnato uno spartiacque non solo nella storia globale, ma anche nell'immaginario collettivo, ridefinendo in profondità il modo in cui il cinema rappresenta il trauma, la paura e l'identità. Il grande schermo, da sempre laboratorio simbolico della cultura contemporanea, ha dovuto confrontarsi con un evento che ha messo in crisi le sue stesse narrazioni.

Il crollo delle Torri Gemelle non ha soltanto scosso l'architettura di New York: ha incrinato le certezze visive e narrative del cinema occidentale, spingendolo a interrogarsi su ciò che può – o deve – essere mostrato.

Da allora, la settima arte ha assunto un doppio compito: testimoniare e rielaborare, raccontare l'evento e al tempo stesso riflettere sul proprio ruolo dentro un mondo improvvisamente cambiato. In questo nuovo scenario, l’atto di filmare diventa anche un gesto politico, una forma di memoria e un tentativo, spesso frammentato, di dare un volto all’invisibile.

11 SETTEMBRE, I FILM SULLE TORRI GEMELLE

Il cinema ha affrontato l’11 settembre con cautela, quasi con reverenza, consapevole della delicatezza di un trauma ancora pulsante. I primi film, come United 93 (2006) di Paul Greengrass, hanno scelto un approccio quasi documentaristico, crudo, essenziale. Greengrass, con il suo stile nervoso e immersivo, ricostruisce il dramma del volo United 93, uno degli aerei dirottati, senza cedere a facili eroismi. La telecamera trema, i dialoghi sono frammentati, il ritmo è quello di una cronaca in tempo reale: il film non spiega, ma fa vivere l’orrore, minuto per minuto. È un cinema che non cerca risposte, ma testimonia, come se il regista volesse inchinarsi di fronte alla realtà.

Diverso è l’approccio di World Trade Center (2006) di Oliver Stone, che si concentra sulla storia vera di due pompieri intrappolati sotto le macerie. Qui il linguaggio è più classico, epico, con un accento sull’umanità e la resilienza. Stone non rifugge dal pathos, ma il suo film, pur commovente, sembra quasi intrappolato in una narrazione hollywoodiana tradizionale, dove il sacrificio e la speranza prevalgono sul caos. È un film che cerca di guarire, più che di indagare.

I BLOCKBUSTER DEL POST 11 SETTEMBRE

Prima dell’11 settembre, il cinema d’azione americano era dominato da un’ingenuità quasi spensierata. Film come Die Hard o Independence Day giocavano con l’idea di una minaccia esterna, ma il nemico era spesso caricaturale, il bene trionfava con facilità, e l’America era il baluardo invincibile.

L’11 settembre ha frantumato queste convinzioni. Il nemico non era più un cattivo da blockbuster, ma un’ideologia sfuggente, e l’America si è scoperta vulnerabile. Il cinema ha risposto con un’ondata di realismo: i blockbuster si sono fatti più cupi, i supereroi più tormentati (si pensi al Batman di Nolan), e il terrorismo è diventato un tema centrale, trattato con sfumature morali complesse.

Il linguaggio cinematografico si è evoluto, abbandonando l’ottimismo degli anni ’90 per un’estetica più cruda, frammentata, spesso ambigua. Anche generi apparentemente lontani, come la fantascienza o il fantasy, hanno assorbito questa cupezza: si pensi alla trilogia del Cavaliere Oscuro, dove il caos e la paura dominano.



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11 settembre 2001
Cinema

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