Mostra del Cinema di Venezia 2025, Elisa di Leonardo di Costanzo: trama e recensione del film in uscita domani

Mostra del Cinema di Venezia 2025, Elisa di Leonardo di Costanzo: trama e recensione del film in uscita domani

Mostra del Cinema di Venezia 2025, Elisa di Leonardo di Costanzo: trama e recensione del film in uscita domani Photo Credit: Biennale Cinema


Nel ruolo della protagonista c’è Barbara Ronchi, una delle attrici italiane più solide e duttili della sua generazione

Presentato in Concorso alla Mostra del Cinema di Venezia e in uscita domani nelle sale italiane, Elisa, nuovo film di Leonardo Di Costanzo, arriva davanti agli occhi del pubblico con un’ambizione chiara: raccontare una figura femminile complessa attraverso uno sguardo essenziale e sobrio. Si vuole scavare la colpa di una figura che ha commesso un atrocità e mostrare ciò che si cela nella memoria e nell’anima di chi ha sbagliato. Ma l’ambizione resta un’intenzione. Il film si muove con passo incerto, privo dell’urgenza narrativa che sarebbe stata necessaria per sostenere un racconto tanto asciutto quanto, purtroppo, privo di vera profondità.

ELISA, LA TRAMA

Elisa, trentacinque anni, è in carcere da dieci, condannata per avere ucciso la sorella maggiore e averne bruciato il cadavere, senza motivi apparenti. Sostiene di ricordare poco o niente del delitto, come se avesse alzato un velo di silenzio tra sé e il passato. Ma quando decide di incontrare il criminologo Alaoui e partecipare alle sue ricerche, in un dialogo teso e inesorabile i ricordi iniziano a prendere forma, e nel dolore di accettare fino in fondo la sua colpa Elisa intravede, forse, il primo passo di una possibile redenzione.

ELISA, LA RECENSIONE

Il film procede con passo incerto, senza mai trovare un centro narrativo o emotivo. La messa in scena è pulita, controllata, ma anche scolorita, quasi anestetizzata. Di Costanzo sembra rinunciare a ogni forma di tensione, convinto che basti l’ambiente spoglio e il silenzio per evocare densità. La sottrazione, quando ben calibrata, può essere una scelta narrativa potentissima; qui, senza una struttura solida a sostenerla, si traduce semplicemente in assenza. La protagonista, interpretata da Barbara Ronchi, una delle attrici italiane più solide e duttili della sua generazione, viene intrappolata in una regia che sembra non sapere bene dove andare. Il suo personaggio rimane una figura tratteggiata con fretta, privata di stratificazioni emotive, svuotata di densità psicologica. Non c’è un arco, non c’è un conflitto interno reale, solo il tentativo di suggerire. Come se ci fosse l’urgenza di dire tutto in fretta, o forse la paura di affondare davvero, di scavare troppo, rischiando di non essere capiti o accolti dal pubblico. Ecco che allora la pellicola accenna, ma non approfondisce. Evoca, ma non costruisce. Ogni snodo narrativo sembra risolversi prima ancora di potersi realmente porre. Il risultato è un’opera che galleggia su una superficie liscia e prevedibile, senza mai immergersi in quella complessità umana che promette di esplorare. L’approccio minimalista diventa così un alibi per evitare la sostanza, e la sottrazione registica si traduce in mancanza di mordente. Laddove in altri lavori Di Costanzo era riuscito a fondere rigore formale e intensità emotiva, qui sembra prevalere un controllo che toglie vita. La messa in scena è pulita, corretta, ma sterile. Si esce dalla sala senza nulla addosso, senza domande, senza nemmeno fastidio. Solo un vago senso di occasione mancata.


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