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Odissea, la recensione del film di Christopher Nolan in uscita domani

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Author image Mario Vai

15 luglio 2026 alle ore 20:00, agg. alle 20:24

Il regista britannico supera persino Oppenheimer e firma un'opera monumentale che unisce il linguaggio del blockbuster alla profondità del grande cinema d'autore

Monumentale, imponente, epico, titanico.

Odissea, in arrivo domani, 16 luglio, nelle sale italiane, si rivela fin da subito molto più di quanto ci si potrebbe aspettare da una semplice trasposizione del poema omerico. Christopher Nolan firma un'opera colossale e travolgente, un'esperienza cinematografica che trascende i confini dell'avventura epica per trasformarsi in una riflessione universale sull'uomo e sul suo destino.

Con una messa in scena di rara potenza visiva e narrativa, il regista intreccia la forza archetipica del mito con una sensibilità profondamente contemporanea, dando vita a un racconto che abbraccia passato, presente e futuro. Ne nasce un affresco di vastità impressionante, in cui si incontrano l'ascesa e il declino delle civiltà, il peso della memoria collettiva, le ferite della guerra e l'eterno ritorno degli errori che accompagna il cammino dell'umanità attraverso i secoli.

ODISSEA, LA TRAMA DEL FILM

Dopo la caduta di Troia, Ulisse intraprende il lungo viaggio che dovrebbe riportarlo a Itaca, dalla moglie Penelope e dal figlio Telemaco. Ma il ritorno si trasforma presto in un'odissea fatta di prove, incontri e perdite, in cui ogni approdo rappresenta soltanto una tregua temporanea prima di una nuova sfida.

Attraversando terre sconosciute e affrontando uomini, dèi e mostri, l'eroe è costretto a confrontarsi non solo con i pericoli del mondo, ma anche con le conseguenze delle proprie scelte.

ODISSEA, LA RECENSIONE

Nolan sembra comprendere fin dall'inizio di trovarsi davanti alla storia che più di ogni altra ha contribuito a definire il modo in cui l'umanità costruisce, tramanda e interpreta le proprie narrazioni. Odissea diventa una profonda riflessione sul potere delle storie e sulla loro capacità di attraversare il tempo, trasformandosi in memoria collettiva e patrimonio universale.

Il film si sviluppa attorno all'atto del raccontare: storie vissute, sognate, ricordate e reinventate si intrecciano in un continuo dialogo tra esperienza e mito. La narrazione assume così una dimensione fondativa, lo spazio in cui gli uomini costruiscono il proprio immaginario, custodiscono i propri valori e definiscono il senso del proprio cammino nella Storia. Nella pellicola il mito si presenta come una forza viva e inesauribile, capace di rinnovarsi ogni volta che una storia viene raccontata, perché è attraverso il racconto che le civiltà riconoscono le proprie radici e immaginano il proprio futuro.

Il regista, con grande lucidità, lascia emergere il presente direttamente dal mito, come se fosse sempre rimasto nascosto tra i suoi versi.

Il cavallo di Troia diventa il simbolo eterno dell'inganno, della violenza giustificata dalla ragion di Stato e dell'illusione che una guerra possa davvero porre fine alle guerre.

Quel cavallo continua a bruciare. E con lui continua a bruciare la coscienza dell'uomo contemporaneo. È questa la forza più devastante del film, ricordarci che il mito continua a vivere nel presente e a interpretarlo con un'inquietante precisione.

Se Oppenheimer rifletteva sul momento in cui l'uomo acquisiva il potere di distruggere il mondo, Odissea compie un passo ulteriore e torna alla radice della nostra civiltà per interrogare l'origine stessa di quella tensione autodistruttiva. La prospettiva si amplia fino a diventare quasi cosmica. Per questo, persino Oppenheimer, che fino a ieri rappresentava il vertice del cinema di Nolan, assume una dimensione diversa. Se il primo osservava il Novecento, Odissea abbraccia l'intera parabola della condizione umana.

Anche sul piano della scrittura emerge il cambiamento più significativo della maturità artistica del regista. Da anni Nolan viene associato a una precisa idea di cinema: strutture narrative labirintiche, continui salti temporali e montaggi costruiti come enigmi. Una cifra stilistica che ha dato vita ad alcuni dei film più influenti del cinema contemporaneo, ma che talvolta ha finito per mettere in primo piano il meccanismo narrativo rispetto al coinvolgimento emotivo.

Stavolta, però, quella poetica raggiunge una nuova forma. I molteplici piani temporali dialogano con naturalezza e convergono in un disegno limpido, organico e pienamente leggibile. Ogni frammentazione narrativa nasce da un'esigenza emotiva prima ancora che strutturale. Il meccanismo diventa uno strumento del significato e dell'emozione.

È forse la narrazione più lineare della sua filmografia, pur conservando una sofisticata architettura temporale. Sotto la superficie convivono vari livelli di lettura e richiami mitologici che si stratificano progressivamente, arricchendo il racconto. Nolan compie così il passaggio definitivo verso un cinema autenticamente complesso, in cui ogni scelta formale contribuisce ad ampliare il significato dell'opera.

La monumentalità dell'immagine viene orientata verso la costruzione di un immaginario arcaico, sacrale, quasi fuori dal tempo. Ogni paesaggio assume la dimensione del mito, ogni battaglia sembra scolpita nella memoria collettiva, ogni silenzio pesa quanto un dialogo. Il film eleva ogni evento alla dimensione dell'archetipo. La guerra diventa la ripetizione infinita dello stesso gesto. Ulisse incarna l'uomo contemporaneo, chiamato a navigare in un mondo in continua trasformazione mentre porta con sé il peso indelebile del proprio passato.

Nolan ricerca una fedeltà emotiva e filosofica allo spirito dell'opera omerica, nella piena consapevolezza che i grandi miti vivono attraverso la loro inesauribile capacità di generare nuove interpretazioni. In questo senso, il film rappresenta il punto d'incontro tra il cinema spettacolare e quello d'autore. È un blockbuster per scala produttiva e ambizione visiva, ma possiede la profondità intellettuale del grande cinema europeo. 

Ogni sequenza invita lo spettatore a interrogarsi sulla memoria, sul dolore, sul potere, sulla violenza, sul desiderio del ritorno e sulle trasformazioni che ogni viaggio imprime nell'essere umano.

Forse è proprio questa la più grande intuizione di Nolan. Raccontare il ritorno di Ulisse per parlare, in realtà, del viaggio che ogni essere umano compie attraverso la propria esistenza. Perché l'Odissea, oggi come tremila anni fa, continua a raccontare tutti noi.


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