Il fallimento non esiste, Edoardo Serra ci porta tra le pagine del suo libro

Photo Credits: "Il fallimento non esiste" di Edoardo Serra, Sperling & Kupfer
Ogni sfida, personale e professionale, ha le sue fisiologiche battute d'arresto, che però possono portare in dote importanti lezioni e lo slancio verso il futuro
Tra le pagine di un libro si possono nascondere tante storie differenti, ognuna con il proprio potenziale entropico. Ci sono quelle di finzione, che alimentano la narrativa romanzesca, che sono fondamentalmente protagoniste della nostra rubrica domenicale dedicata ai migliori libri da leggere del momento; e ci sono poi quelle che traggono spunto da argomenti tangibili, che magari appartengono al quotidiano di ognuno di noi.
Queste ultime produzioni narrative, nella fattispecie, salgono in cattedra il mercoledì, quando passano a trovarci autori e autrici che, in prima persona, ci portano dietro le quinte dei loro lavori. Come accaduto, nella scorse settimane, con la Prof. Alessia Giandomenico per il suo "Un tè con Leopardi" (DeAgostini), o ancora con il Prof. Alessio D'Amato per il suo "La cura e l'algoritmo" (Paesi Edizioni). E come accade oggi con Edoardo Serra, che troviamo sugli scaffali con il libro dal titolo "Il fallimento non esiste", pubblicato da Sperling & Kupfer.
IL FALLIMENTO NON ESISTE, GLI ERRORI INSEGNANO SPESSO OTTIME LEZIONI
Per le presentazioni lascio a te la parola: cosa troviamo nel tuo libro, "Il fallimento non esiste"?
"È la storia di un ragazzo come tanti, appassionato di computer, di tecnologia, di aerei, e con tanti sogni che vuole realizzare, senza necessariamente sapere da dove partire. Ci prova, seguendo un po’ l'istinto soprattutto imparando a imparare, senza avere troppa paura di sbagliare, riconoscendo che gli errori, spesso, sono delle ottime lezioni."
Com'è nata in te l'idea di scrivere questo libro? C'è stato un "fenomeno scatenante", per così dire?
"Grazie a Eleonora Chioda, una delle mie giornaliste preferite, che scrive di tecnologia e di italiani, che spesso sono andati via dall’Italia, e che hanno fatto qualcosa di particolare. Un giorno ha scritto di me, e mi sono ritrovato in un fiume di commenti, ma anche di domande, su tutti i social media. Mai e poi mai avrei pensato che la mia storia sarebbe potuta interessare a qualcuno, alla fine il proprio percorso visto dall’interno è difficile valutarlo, ma Elisabetta, la mia editor, mi ha fatto vedere le cose con una prospettiva diversa, e ho deciso di provarci.
Ci sono troppi libri là fuori che parlano di storie esemplari, che magari cercano di essere motivazionali, danno una mano di bianco sulle macchie e raccontano storie di successo. Io non li trovo motivazionali, ma deprimenti. Ho cercato di raccontare le cose nel modo più onesto possibile, così da incoraggiare il lettore, anche quello che si sente di non potercela “fare”."
A chi sentivi di rivolgerti mentre scrivevi? Chi è il tuo lettore o la tua lettrice tipo?
"Pensando al me di 20 anni fa, leggere una storia come la mia mi sarebbe servito a non fare certi errori (e magari farne altri…). Mi rivolgo ai ragazzi, che magari devono prendere qualche decisione importante, quelli a cui continuano a chiedere “Cosa vuoi fare da grande?” ma che non sanno la risposta, e che magari non vogliono neanche averla. Mi rivolgo anche ai loro genitori, raccontando di cosa succedeva in famiglia durante il mio percorso, e offrendo uno spunto che anche i miei genitori hanno colto davvero solo leggendo il libro."
Questo è sicuramente un libro che parla a lettori e lettrici, ma allo stesso tempo la componente introspettiva ha una grande rilevanza. È stato semplice o difficile lavorarci? I bilanci sono sempre un momento delicato…
"A chi mi fa questa domanda rispondo che è stato come fare qualche centinaio di sessioni di psicoterapia una dietro l’altra. La gente ride, sorrido anche io, ma questa è molto di più di una battuta. Scrivere è stato un modo per riprendere il controllo di quello che è successo, rimettere in fila gli eventi, collegare i puntini e capire come quella che chiamiamo fortuna (o sfortuna) conta molto poco sulla traiettoria complessiva di una vita.
C'è chi si sente meglio attribuendo gli insuccessi alla sfiga; a me fa l'effetto opposto. Se è colpa della sfiga, non posso farci niente, e questo mi toglie ogni potere. Se invece l'errore è mio, allora diventa immediatamente qualcosa su cui posso lavorare. E questo mi restituisce agenzia sul mio futuro. Diventa una cosa che posso controllare, a differenza del 6 al Superenalotto."
IL JAZZ INSEGNA CHE...
Sei un esempio di virtuosismo imprenditoriale, oltre che orgoglio italiano in un campo in cui è difficile emergere come figura di spicco. E anche tu, fisiologicamente, hai dovuto fare i conti con fallimenti. Qual è il segreto per non lasciarsi sopraffare?
"Una mia coach, che stimo moltissimo, recentemente mi ha detto che nel jazz non esistono note sbagliate, dipende tutto dalla nota che viene dopo. Non credo di poter esprimere il mio pensiero in modo migliore che con questa frase. Continua a suonare, aggiungi note che diano senso a quelle precedenti. Qualunque cosa abbia fatto, con impegno e dedizione, si è trasformata in una lezione importante, a volte in modi imprevisti che ho capito solo dopo."
Cosa ti senti di dire ai giovani che questo momento ci leggono? Tocca a te, per un momento motivazionale (o anti-demotivazionale) ad hoc…
"Tante cose, ne scelgo una: Non farti convincere che per fare cose speciali devi essere speciale. La sensazione di non essere all'altezza è la condizione normale di chiunque stia facendo qualcosa di ambizioso per la prima volta. Se non hai il minimo dubbio sulle tue capacità, significa che non stai pensando abbastanza in grande. Il rischio più grande non è di sbagliare, ma non provarci neanche."
Dove ti vedremo nel prossimo futuro? Nuovamente sugli scaffali e/o in progetti personali di cui si può già parlare?
"Scrivere questo libro è stata una bellissima esperienza, la prima nota di una canzone che non so come andrà a finire, ma vorrei continuare a suonare. Altri progetti, moltissimi, alla fine, come diceva Jung, fino ai 40 anni stai solamente facendo ricerca."
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