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Il gioco, Valerio Marra ci racconta i dietro le quinte del suo nuovo thriller

Il gioco, Valerio Marra ci racconta i dietro le quinte del suo nuovo thriller

Photo Credits: "Il gioco" di Valerio Marra, Piemme

Dario VanacoreDario Vanacore
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Una storia ad alta tensione, inquadrata da occhi giovani che scoprono la complessità (e le bugie) del mondo degli adulti: benvenuti a Vallepiana

Il fine settimana comincia con il consueto sguardo che viaggia verso gli scaffali delle librerie. La giornata odierna apre le danze della rassegna dedicata al mondo dei libri, che culminerà nella rubrica domenicale dedicata ai migliori libri da leggere del momento.

Come da tradizione del sabato, anche oggi torniamo a immergerci in profondità all’interno di una storia fresca di pubblicazione. Dopo "L'occhio di Gaudì" di Marta Palazzesi (Vallecchi Firenze) e "Giùnapoli" di Silvio Perrella (Neri Pozza), questa volta la scena è tutta per “Il gioco”, il nuovo thriller di Valerio Marra – edito da Piemme – che lo stesso autore è passato a raccontarci.


IL GIOCO, IL MONDO DEGLI ADULTI VISTO DA OCCHI GIOVANI E INGENUI

Ciao Valerio, e bentrovato. Lascio subito a te per gli onori del caso: cosa troviamo nel tuo nuovo libro, "Il gioco"?

“Ciao, bentrovato. Nel mio nuovo libro non troviamo un thriller in senso stretto, o almeno non soltanto. "Il gioco" è un romanzo di formazione, un romanzo di suspense, ma anche un romanzo sociale. Mi interessava raccontare come le persone reagiscono quando la verità arriva a rompere un equilibrio. Perché spesso le bugie, per quanto fragili e pericolose, tengono unite le persone più di quanto riesca a fare le verità.”


Com'è nata l'idea per questa storia? E come mai la scelta di ambientarla nel periodo storico a cavallo del nuovo millennio?

“L'idea è nata dal desiderio di raccontare una storia dal punto di vista di un ragazzo adolescente, nel momento in cui comincia ad affacciarsi al mondo degli adulti. Volevo raccontare quello sguardo lì: ancora ingenuo, ma già costretto a misurarsi con cose più grandi di lui.

La scelta del periodo è arrivata quasi naturalmente. Non sapendo raccontare davvero gli adolescenti di oggi, che vivono dentro dinamiche, linguaggi e realtà digitali che conosco meno, ho preferito partire da ciò che conoscevo bene: la mia adolescenza. E la mia adolescenza è stata proprio quella degli anni a cavallo del 2000, con tutte le paure, le aspettative e le contraddizioni di quel momento.”


Anche qui, come nel tuo precedente lavoro, "La fortuna del principiante", il territorio assume un ruolo di primo piano nell'economia del racconto. Prima era Roma, questa volta, correggimi se sbaglio, siamo in zona irpina: come mai questa scelta? E come ti sei trovato nel cambiare radicalmente scenari?

“Sì, siamo in Irpinia. Il romanzo è ambientato in una città immaginaria che ho chiamato Vallepiana, ma che in realtà nasce da Petruro, il paese di mio padre, mescolato con Forino, un altro piccolo comune lì vicino. Sono luoghi che conosco molto bene, perché ci ho passato tante estati della mia vita. In più, lì abitava quella che per tanti anni è stata la mia prima fidanzata, e dentro il romanzo sono finite anche tante persone vere, tanti ricordi, tante atmosfere. Cambiare scenario non è stato difficile, proprio perché non si trattava di inventare un luogo dal nulla, ma di tornare in un posto che avevo dentro. Roma e Vallepiana sono mondi diversissimi, certo, ma entrambi mi appartengono.”


UN PUZZLE PIENO DI INCASTRI E INTRECCI NARRATIVI

Siamo di fronte a un thriller che tende a sbrogliare la matassa progressivamente con il susseguirsi degli eventi. Quanto lavoro ti è stato necessario per far combaciare tutti i pezzi? Qual è stata la sfida maggiore nel lavorare a questo racconto?

“È stato probabilmente il mio lavoro più complesso da questo punto di vista. Ricordo che, prima e durante la scrittura, avevo messo insieme più di trentacinque pagine di schemi: rapporti tra gli abitanti di Vallepiana, legami familiari, segreti, cronologie, schede dei personaggi.

La sfida maggiore è stata proprio far combaciare tutto senza far vedere troppo il meccanismo. In un romanzo così, ogni dettaglio deve avere un peso, ma il lettore non deve sentire l'impalcatura. Deve poter seguire la storia, affezionarsi ai personaggi, entrare nel paese, e solo alla fine rendersi conto che molti pezzi erano già lì, sotto i suoi occhi.”


Sei al tuo terzo romanzo con Piemme, dopo "La nuova maestra" e "La fortuna del principiante". E, così come nei titoli appena citati, anche qui troviamo una componente illustrata ad accompagnare la parte narrativa. Quanto è importante per te questo connubio? E come senti che si sta sviluppando, lavoro dopo lavoro, questa simbiosi?

“Ormai credo sia diventato uno dei miei marchi di fabbrica. La componente illustrata, se usata bene, non è un semplice abbellimento, ma può aggiungere un livello ulteriore alla narrazione. Può creare atmosfera, anticipare qualcosa, spostare lo sguardo del lettore, oppure costringerlo a osservare un dettaglio in modo diverso.

Credo anche che la narrativa debba restare viva, curiosa, capace di dialogare con il tempo in cui si trova. Qualcuno diceva che bisognerebbe stare un passo dopo il pubblico, ma non di più. Quel qualcuno era Lucio Battisti, quindi direi che vale la pena ascoltarlo.”


A proposito di musica: se il tuo libro fosse una canzone, quale sarebbe?

“Visto che il romanzo è ambientato proprio negli anni in cui esplosero i Lunapop, direi "Qualcosa di grande". Anche perché, in fondo, è un titolo che si presta bene: il libro è abbastanza corposo, ma soprattutto racconta quel momento della vita in cui tutto sembra enorme. L'amicizia, l'amore, la paura, i segreti, le prime ferite. Da adolescenti ogni cosa è, appunto, qualcosa di grande.”


Questo libro è stato consegnato agli scaffali e al pubblico, ed è giusto ora guardare al futuro: hai nuovi progetti su cui sei già al lavoro o verso cui sei pronto a proiettarti?

“Sì, sto lavorando molto intensamente a una saga familiare storica. Sono davvero felice di quello che sto facendo, anche perché sto cambiando ancora una volta genere. Ma chi mi conosce lo sa: fermo non so stare. Mi piace mettermi in difficoltà, cercare strade nuove, rischiare qualcosa. Credo sia l'unico modo per continuare a crescere davvero come autore.”