Un tè con Leopardi, la Prof. Alessia Giandomenico ci racconta i retroscena del suo nuovo libro

Photo Credits: "Un tè con Leopardi" di Alessia Giandomenico, DeAgostini
I nomi iconici della letteratura viaggiano attraverso le epoche e consegnano ai lettori e alle lettrici di oggi messaggi che parlano un linguaggio contemporaneo
Torniamo a dare uno sguardo al mondo dei libri, il cui fermento editoriale è protagonista sulle nostre pagine nel fine settimana, complice la rubrica domenicale dei migliori libri da leggere del momento. Un appuntamento fisso, che porta a scoprire le principali novità in arrivo sugli scaffali.
Non mancano poi spazi di approfondimento come quello odierno, in cui ci addentriamo tra le pagine muovendoci dietro le quinte delle opere grazie al racconto dei loro autori e delle loro autrici. Come avvenuto nelle scorse settimane, con “La cura e l’algoritmo” del Professor Alessio D’Amato (Paesi Edizioni), o ancora con "Mariri. L'amazzonia dentro" di Micaela Saxer (Rizzoli Illustrati).
Oggi protagonista la Prof. Alessia Giandomenico, docente, content creator digitale e autrice di “Un tè con Leopardi”, il suo nuovo libro edito da DeAgostini.
UN TÈ CON LEOPARDI, I GRANDI AUTORI PARLANO AI LETTORI CONTEMPORANEI
Ciao Alessia, e benvenuta. Partiamo dalle presentazioni di rito: cosa troviamo nel tuo nuovo libro, Un tè con Leopardi?
“‘Un tè con Leopardi’ nasce da una domanda molto semplice: se i grandi autori della letteratura italiana vivessero oggi, che cosa avrebbero da insegnarci? Spesso pensiamo ai classici come a qualcosa di lontano, confinato ai libri di scuola, ma in realtà continuano a parlarci con una forza incredibile. Ho immaginato, quindi, di prendere idealmente un tè con loro, di ascoltarli e di portarli nel nostro presente, per scoprire quanto siano ancora attuali.
Nel libro ogni autore diventa una lente attraverso cui leggere un aspetto della contemporaneità. Dante ci parla di resilienza e della capacità di rialzarsi dopo i momenti più difficili; Tasso ci aiuta a comprendere quei meccanismi mentali che oggi definiremmo overthinking; Petrarca racconta la sofferenza di un amore non corrisposto; Ariosto ci fa riflettere, anche con un pizzico di ironia, su dinamiche relazionali che oggi chiameremmo “ghosting”. E poi ci sono temi molto più profondi e delicati, come la mafia ad esempio.
Naturalmente questi sono solo alcuni esempi. L’obiettivo del libro non è “tradurre” i classici nel linguaggio dei social, ma dimostrare che, se sappiamo ascoltarli, gli autori del passato continuano a offrirci strumenti preziosi per comprendere il presente. È un libro che unisce divulgazione, racconto e curiosità, con la speranza di far avvicinare alla letteratura anche chi pensa che non faccia per lui.”
Com’è nata l’idea di lavorare a questo volume?
“L’idea è nata dall’esperienza che vivo ogni giorno, sia come insegnante sia come divulgatrice sui social. Mi capita spesso di incontrare ragazzi che associano la letteratura a un insieme di date da ricordare, correnti letterarie, figure retoriche e parafrasi. Tutti aspetti importanti, certo, ma che da soli rischiano di far perdere la parte più affascinante.
Quello che spesso manca è il racconto dell’umanità degli autori. Ci dimentichiamo che erano persone che si innamoravano, soffrivano, avevano paura del futuro, si ponevano domande sul senso della vita e cercavano di trovare il proprio posto nel mondo. Esattamente come facciamo noi oggi.
Ho sentito il desiderio di costruire un libro che facesse emergere proprio questo: l’idea che i classici non siano monumenti da osservare a distanza, ma persone con cui possiamo ancora dialogare. Se riusciamo a cogliere questo aspetto, allora la letteratura smette di essere soltanto una materia scolastica e diventa qualcosa che ci riguarda davvero.”
Questo per te è un ritorno sugli scaffali, dopo “Il ripassone” (Mondadori) del 2023. Senti che ci sia stato qualche cambiamento nelle modalità con cui hai portato argomenti didattici tra le pagine?
“Sì, credo che il cambiamento più grande sia stato innanzitutto personale. In questi anni sono cresciuta come insegnante, come divulgatrice e anche come autrice, e inevitabilmente è cambiato anche il mio modo di scrivere. Il filo conduttore, però, è rimasto lo stesso: cercare di rendere accessibili argomenti complessi senza banalizzarli. Per me divulgare non significa semplificare in modo superficiale, ma trovare il linguaggio giusto per far arrivare un concetto a tutti.
‘Il ripassone’ aveva una funzione molto pratica: era pensato come uno strumento di studio, con spiegazioni, schemi e piccoli accorgimenti per aiutare gli studenti a memorizzare meglio. In ‘Un tè con Leopardi’ l’approccio è diverso. Ci sono ancora momenti interattivi, come i quiz, ma inseriti in un percorso più narrativo. Ho voluto raccontare la letteratura, non soltanto spiegarla. È un libro che mescola divulgazione, racconto e umanità, con l’obiettivo di far percepire gli autori come persone vive e vicine, non come semplici nomi da ricordare per un’interrogazione.”
Qual è stata la cosa più divertente nel lavorare a questo libro? E, perché no, anche quella più faticosa…
“La parte più divertente è stata sicuramente l’esercizio di immaginazione. Mi sono chiesta continuamente come si comporterebbero oggi questi autori: come userebbero i social, quali temi affronterebbero, quali aspetti del nostro mondo li stupirebbero di più. È stato quasi come organizzare degli incontri impossibili con persone che, in realtà, conosciamo solo attraverso le loro opere.
La cosa più bella è stata rendermi conto che, cambiando il contesto storico, le emozioni restano sorprendentemente uguali. Anche Dante, Leopardi o Pirandello hanno vissuto paure, delusioni, speranze e desideri che continuano ad appartenerci.
La parte più difficile, invece, è stata trovare un equilibrio tra immediatezza e rigore. Ogni autore occupa poche pagine e anche le opere vengono necessariamente sintetizzate. Il rischio di semplificare troppo era sempre dietro l’angolo. Ho cercato quindi di offrire una porta d’ingresso alla letteratura: non un punto di arrivo, ma uno stimolo ad approfondire e a leggere direttamente le opere.
Avevi un “pubblico tipo” di riferimento a cui ti rivolgevi? Per chi sentivi che stavi scrivendo?
“Rispetto al mio primo libro, questa volta ho immaginato un pubblico molto più ampio. Sicuramente penso agli studenti, perché sono la realtà che vivo ogni giorno e conosco meglio, ma mi piacerebbe che questo libro arrivasse anche a chi ha lasciato la letteratura sui banchi di scuola molti anni fa.
Credo che tanti adulti conservino il ricordo di una materia percepita come difficile o distante, quando invece potrebbe ancora emozionarli. Mi piacerebbe che ‘Un tè con Leopardi’ fosse un libro capace di mettere attorno allo stesso tavolo un ragazzo delle superiori, un universitario e un adulto che decide di riscoprire i classici per il piacere di farlo. In fondo la letteratura non ha un’età: parla all’essere umano.”
NON MITI INTOCCABILI, MA ESSERI UMANI COME NOI: I PRIMI PASSI PER COMPRENDERE DAVVERO I GRANDI AUTORI
Domanda che non si dovrebbe fare – considerando la materia del libro – ma che è giusto fare: autore preferito?
“È una domanda quasi impossibile, perché ogni autore mi ha lasciato qualcosa di diverso. Dante Alighieri occupa sicuramente un posto speciale. Non solo perché è il padre della nostra lingua, ma perché nella ‘Commedia’ troviamo una riflessione straordinaria sull’essere umano, sulle sue cadute, sulla possibilità di cambiare e sulla ricerca della felicità. È un’opera che continua a essere incredibilmente moderna.
Amo moltissimo anche la poesia, soprattutto quella del Novecento, e Giuseppe Ungaretti è uno degli autori che sento più vicini. Riesce a condensare emozioni immense in pochissime parole. Poi c’è Primo Levi, che considero un esempio straordinario di umanità e lucidità. La delicatezza con cui riesce a raccontare una delle tragedie più grandi della storia è qualcosa che continua a colpirmi ogni volta che lo rileggo. E infine Luigi Pirandello e Italo Calvino, che trovo incredibilmente contemporanei. Entrambi ci parlano di identità, di maschere, di punti di vista e del rapporto con la realtà in un modo che sembra scritto per il nostro tempo.
Qualcuno potrebbe chiedersi, allora, perché il libro si intitoli proprio Un tè con Leopardi. La risposta è che ho voluto regalargli una piccola rivincita. Troppo spesso viene ricordato esclusivamente come “il poeta pessimista”, quando invece è uno dei pensatori più profondi e moderni della nostra letteratura. Mi piaceva l’idea di invitarlo simbolicamente a prendere un tè con noi e permettere ai lettori di conoscerlo al di là degli stereotipi.”
Tu, oltre che autrice e content creator culturale sui social, come dicevamo poco fa sei anche docente. Come si fa a far appassionare i più giovani alla letteratura?
“Credo che la chiave sia far capire che la letteratura non è qualcosa di distante, immobile o quasi sacro. I ragazzi si appassionano quando smettono di vedere gli autori come statue e iniziano a considerarli persone. Quando scoprono che Leopardi parlava di desideri e delusioni, che Pirandello si interrogava sull’identità, che Dante raccontava il coraggio di ricominciare o che Primo Levi rifletteva sull’importanza della memoria, allora quei testi smettono di essere semplicemente “compiti” e diventano occasioni per capire meglio sé stessi.
È quello che provo a fare ogni giorno, sia in classe sia sui social: costruire un ponte tra il mondo dei classici e quello contemporaneo, senza forzature, mostrando semplicemente quanto abbiano ancora da dirci.”
Sei molto attiva sul fronte social e, ormai è evidente, anche su quello editoriale. Hai qualche nuovo progetto in cantiere, e di cui si può già parlare – o a cui si può anche solo accennare?
“Questo è un periodo molto bello anche dal punto di vista professionale perché ho appena vinto il concorso per diventare docente di ruolo. È un traguardo importante, che rappresenta la realizzazione di un percorso iniziato tanti anni fa e che mi rende davvero felice.
Per quanto riguarda la divulgazione, continuerò sicuramente a portarla avanti: è una parte fondamentale della mia identità professionale, tanto quanto l’insegnamento. Mi piace l’idea di poter parlare di cultura con linguaggi diversi, cercando di raggiungere pubblici differenti.
Sul fronte editoriale, invece, al momento non ci sono progetti già definiti. Ho pubblicato un libro dedicato alla grammatica e uno dedicato alla letteratura; chissà, magari un giorno potrebbe arrivarne uno sulla storia, che è un’altra disciplina che amo molto. Per ora è solo un’idea, ma mi piace pensare che il mio percorso di divulgazione possa continuare a esplorare nuovi ambiti.”
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