Venezia 81, The Brutalist: un sontuoso affresco di puro cinema, che omaggia lo stile retrò della settima arte

Venezia 81, The Brutalist: un sontuoso affresco di puro cinema, che omaggia lo stile retrò della settima arte

Venezia 81, The Brutalist: un sontuoso affresco di puro cinema, che omaggia lo stile retrò della settima arte Photo Credit: Ufficio Stampa Biennale Cinema


La terza pellicola di Brady Corbet irrompe nel concorso della Mostra del Cinema e punta a vincere qualcosa di grosso.

Una maratona di tre ore e mezza, sconfinata ed esaltante. Il cinema che si erge in tutta la sua potenza, mostrando i muscoli e ribadendo ad alta voce tutta la sua forza. The Brutalist, un affresco di storia americana che arriva a Venezia 81 per restarci. Una pellicola ambiziosa e dirompente che fa sentire lo spettatore piccolo come una formica. Lo sguardo dietro al film è quello di Brady Corbet, giovane attore che da qualche anno prova a fare anche il regista e forse, dopo aver visto The Brutalist potrebbe seriamente pensare di farlo a tempo pieno. Nel cast nel ruolo del protagonista Adrien Brody che potrebbe non avere grandi problemi a prendersi la Coppa Volpi come miglior interpretazione maschile.


LA TRAMA

Il film racconta la storia dell’architetto ebreo László Tóth emigrato dall’Ungheria negli Stati Uniti nel 1947.

Costretto dapprima a lavorare duramente e vivere in povertà, ottiene presto un contratto che cambierà il corso dei successivi trent’anni della sua vita. Il suo talento di architetto e designer infatti viene notato dall'eccentrico miliardario Harrison Lee Van Buren (Guy Pearce), che è deciso a finanziare ambiziosi progetti architettonici nella Pennsylvania. Ma László oltre a dover far fronte ad una grande solitudine, ad una tossicodipendenza ereditata dalla guerra, deve combattere contro la perplessità di chi lo circonda verso le sue nuove idee, il razzismo e i traumi in lui lasciati dalla tragedia bellica.


UN ATTO D'AMORE ALL'ARTE CINEMATOGRAFICA

Dopo il folle architetto di Coppola e del suo snobatissimo Megalopolis, un altro architetto fa il suo ingresso nel cinema di questo 2024. Nell’opera coppoliana c’era Adam Driver, qui invece c’è Adrien Brody, che interpreta un ruolo inventato ma che dialoga lucidamente con il contesto storico in cui si muove. Era dal 2018 che si parlava di The Brutalist. Sembrava un’utopia, un progetto irrealizzabile che mai avrebbe visto la luce. Chiunque, leggendo di ritardi, modifiche e re-casting, non avrebbe scommesso un euro sul terzo lungometraggio di Brady Corbet. Per fortuna però la caparbietà e la determinazione del suo autore lo hanno portato ad approdare dopo anni nientemeno sulle spiagge del Lido. Solenne, monumentale ed imponente fin dal primo attimo. Un film sul cinema, che rispetta e osanna anche tutta quella liturgia tipica dello spettacolo cinematografico del passato. Una storia di riscatto e ambizione, con degli squarci drammatici e cupi che arrivano dritti al cuore e agli occhi dello spettatore. Grande plauso alle scenografie e alla fotografia che le avvolge con grande calore, ma soprattutto alla musica che da una spinta fortissima al ritmo e alla struttura narrativa di alcuni passaggi chiave della narrazione. Sembra quasi di intravedere un piccolo grande erede di quella estetica figlia del regista Paul Thomas Anderson, così ammaliante e curata. Inutile nasconderlo. La durata si fa sentire, soprattutto nell’ultima parte dove una sforbiciata avrebbe sicuramente dato più respiro alla pellicola. Ma è come se Corbet avesse volutamente dilatato il tutto per poter godere di più della potenza delle immagini. Si perchè ci sono alcuni passaggi dove non si può fare a meno di provare puro godimento cinematografico.

Sarà Leone? Forse ad oggi è l’unico titolo del concorso di questa Venezia 81 che può ambire senza rivali al premio più prestigioso. Ma è ancora presto per lanciarsi in pronostici e ipotesi. Manca ancora metà dei film in competizione, tra cui Almodovar e Guadagnino che potrebbe essere molto promettente. Una cosa è certa però. The Brutalist è un’autentica lettera d’amore all’arte cinematografica e al grande schermo della sala, unico mezzo per poter vivere un’esperienza come quella messa in scena da Corbet.

Un atto di resistenza alla fruizione liquida e microscopica dei supporti contemporanei, un regalo per gli spettatori che ancora vivono la sala come la mecca dell’audiovisivo.



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