Addio a Franco Vaccari, il maestro che ha trasformato la fotografia in esperienza, aveva 89 anni

Addio a Franco Vaccari, il maestro che ha trasformato la fotografia in esperienza, aveva 89 anni

Addio a Franco Vaccari, il maestro che ha trasformato la fotografia in esperienza, aveva 89 anni Photo Credit: @P420gallery via X


L’artista concettuale, fotografo, filosofo e teorico dell’arte, lascia un’eredità che ha cambiato il rapporto tra immagine, pubblico e creatività. Le sue opere esposte in tutto il mondo

Il mondo dell’arte e della fotografia contemporanea piange la scomparsa di Franco Vaccari, figura di riferimento internazionale per decenni, morto oggi, all’età di 89 anni a Modena, sua città natale. Artista concettuale, fotografo, teorico e pensatore acuto, Vaccari ha lasciato un’impronta profonda nella cultura visiva del Novecento e del primo ventennio del XXI secolo, fondendo sperimentazione, filosofia e partecipazione collettiva.

La biografia

Nato nella città emiliana nel 1936, Vaccari compie studi scientifici, laureandosi in fisica, prima di abbracciare l’arte con uno sguardo radicale e originale. Nei primi anni Sessanta si afferma come poeta visivo, lavorando con fotografie che non si limitano a rappresentare, ma diventano segni, tracce e impronte di presenza. La sua riflessione rompe con la tradizionale estetica fotografica per interrogarsi sulla natura stessa dell’immagine e sul ruolo di chi guarda. Il suo esordio come poeta visivo avvenne con Pop Esie” nel 1965, “Entropico” e “Le tracce” nel 1966, anno in cui venne ospitata la sua prima opera personale alla Galleria dell’Elefante di Venezia, a cui seguiranno “L’ambiente buio” (Centro di Documentazione visiva a Piacenza) nel 1968, “Ambiente Geiger”(Galleria Techné a Firenze) e “Concerto cosmico” (Modena) nel 1969. La sua notorietà a livello internazionale arriva con la Biennale di Venezia nel 1972, dove invitato a partecipare presenta “Lascia su queste pareti una traccia fotografica del tuo passaggio”, che prevedeva un’interazione molto forte con il pubblico. L’opera, divenuta emblema del suo pensiero, incarna il concetto di “esposizione in tempo reale”: il pubblico produce immagini con cabine Photomatic (una di quelle cabine per fototessere) e le lascia in mostra, rivelando così un’arte che non si limita all’oggetto, ma coinvolge l’esperienza umana nella sua totalità. Vaccari tornerà alla Biennale anche nel 1980 e nel 1993 con installazioni che indagano nuove connessioni tra spazio, tecnologia e soggettività. Tra queste, la serie “Bar Code-Code Bar”, realizzata anche a Modena, rappresenta un luogo di incontro, dialogo e condivisione, dove l’arte si fa ambiente. Le sue personali partecipazioni alle principali rassegne artistiche dell’epoca – dalla Triennale di Milano al Museum Moderner Kunst di Vienna, dal PS1 Contemporary Art Center di New York alla Quadriennale di Roma – hanno contribuito a definire un linguaggio in cui la fotografia è idea, interazione e critica del visivo. Accanto alla pratica artistica, Vaccari sviluppa una riflessione teorica rigorosa.

Non solo fotografia, anche autore di libri

Testi come “Duchamp e l’occultamento del lavoro” (1978) e “Fotografia e inconscio tecnologico” (1979) sono ancora oggi riferimenti imprescindibili per comprendere l’evoluzione del linguaggio fotografico e la sua relazione con la tecnologia e la cultura contemporanea. Nel suo pensiero la macchina fotografica non è solo strumento di registrazione, ma agente attivo di interpretazione: “Non è importante che il fotografo sappia vedere, perché la macchina fotografica vede per lui”, scriveva, sollecitando una rottura con l’idea di autorità del singolo autore. La morte di Franco Vaccari segna la fine di un capitolo fondamentale nella storia dell’arte contemporanea. La sua eredità, però, continuerà a vivere attraverso le immagini e le idee lasciate a chi ha incrociato il suo sguardo e la sua filosofia.


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