La bambina che nessuno vedeva, Fatima Sarnicola ci accompagna nella scoperta del suo libro
18 luglio 2026 alle ore 11:00, agg. alle 00:39
Un racconto che è anche un viaggio emotivo dal passato al presente: il diario di un’infanzia molto complessa che ha cambiato marcia con il momento dell’adozione
Il fine settimana apre nuovamente le porte del nostro spazio dedicato all’editoria. Un mondo fatto di pagine, che al loro interno racchiudono ecosistemi narrativi vivi e pulsanti. Come quelli che animano la narrativa fictional, che è spesso protagonista della nostra rubrica domenicale dei migliori libri da leggere del momento.
Il sabato è invece quel giorno in cui l’ingrandimento della nostra lente aumenta, grazie agli autori e alle autrici che passano a trovarci per raccontarci i retroscena dei loro lavori. Come accaduto, nelle ultime settimane, con Valerio Marra per il suo “Il gioco” (Piemme), oppure con Marta Palazzesi per il suo “L’occhio di Gaudì” (Vallecchi Firenze).
E come avviene anche oggi, con Fatima Sarnicola che ci porta dietro le quinte del suo libro, “La bambina che nessuno vedeva”, pubblicato da On Edizioni.
LA BAMBINA CHE NESSUNO VEDEVA, UNA STORIA DI DOLORE E AMORE
Ciao Fatima, e benvenuta. Per le presentazioni mi defilo e lascio a te l'onere di fare gli onori del caso: cosa troviamo nel tuo libro, "La bambina che nessuno vedeva"?
"Grazie di cuore per l’invito. “La bambina che nessuno vedeva” è il racconto della mia infanzia, ma è soprattutto il viaggio emotivo di una bambina che ha vissuto l’abbandono, la povertà, l’orfanotrofio e poi l’adozione. Non è solo una storia di dolore ma una storia di amore, di rinascita e di identità. Ho voluto raccontare tutto con gli occhi della bambina che ero, senza filtri, perché credo che siano proprio i bambini a vedere il mondo nel modo più autentico. È un libro che parla di adozione, ma in realtà parla a chiunque si sia sentito invisibile almeno una volta nella vita. Come scrivo nell’introduzione, non è una favola con un lieto fine perfetto, ma “una verità imperfetta”, dove convivono perdita, gratitudine e speranza."
Quando (e come) è nata l'idea di scrivere un libro che raccontasse la tua storia?
"L’idea è nata lentamente. Per tanti anni ho raccontato piccoli frammenti della mia storia sui social e durante incontri con le persone. Ogni volta ricevevo messaggi di persone che si riconoscevano nelle mie parole, anche se non erano state adottate. A un certo punto ho capito che alcuni ricordi meritavano uno spazio più grande e più silenzioso. Scrivere il libro è stato il modo per dare finalmente una voce a quella bambina che per tanto tempo aveva imparato a tacere."
Quello in cui ci accompagni tra le pagine è un viaggio "passo-passo", alla scoperta degli eventi che hanno segnato i diversi momenti della tua vita. Se dovessi fare un bilancio relativamente al lavoro necessario per mettere insieme tutti i pezzi, è stato maggiore il peso del dover ripercorrere alcuni traumi oppure il senso di liberazione di chi ha trovato il proprio posto nel mondo?
"Credo entrambe le cose. Ci sono stati giorni in cui scrivere significava rivivere emozioni che pensavo di aver lasciato alle spalle. Alcune pagine mi hanno fatto fermare perché tornavano immagini, odori e sensazioni molto forti. Però, alla fine, ha prevalso il senso di liberazione. Ho avuto la possibilità di guardare quella bambina con gli occhi della donna che sono oggi e dirle finalmente: “Ce l’abbiamo fatta”. È stato un percorso di riconciliazione con il mio passato, non per cancellarlo, ma per accoglierlo."
Sembra una domanda banale, ma non diamo mai nulla per scontato: avevi un pubblico di riferimento a cui sentivi di rivolgerti quando scrivevi?
"All’inizio pensavo soprattutto ai bambini e ai ragazzi adottati, perché avrei voluto che qualcuno scrivesse un libro così anche per me quando ero piccola. Poi, mentre scrivevo, ho capito che il pubblico era molto più ampio. Mi rivolgevo anche ai genitori adottivi, a quelli biologici, agli educatori, agli insegnanti e a tutte quelle persone che magari non conoscono davvero cosa significhi crescere con una storia di abbandono. Spero che questo libro possa creare più comprensione e meno giudizio."
DALLE AULE ACCADEMICHE ALLE PAGINE DEI LIBRI, PASSANDO DAL MONDO DEI SOCIAL
Oltre al percorso accademico che ti ha portata alla laurea in Biologia, e a quello legato alla scrittura, sei anche attiva sul fronte della divulgazione in materia di temi relativi all'adozione. Quest'ultimo fronte ti ha portata a esporti nel mondo social, e il tuo è forse uno degli esempi più lampanti di potenzialità di questo medium, ma anche delle controindicazioni che porta con sé…
"Sì, è una parte molto importante della mia vita. Il mio obiettivo è raccontare l’adozione nella sua complessità, senza idealizzarla ma neanche demonizzarla. Credo che parlare apertamente di questi temi aiuti non solo le persone adottate, ma anche le famiglie e la società a sviluppare maggiore consapevolezza. I social sono uno strumento straordinario perché mi hanno permesso di raggiungere centinaia di migliaia di persone e di creare una comunità che prima non esisteva. Allo stesso tempo esporsi significa anche accettare che non tutti comprendano la tua storia. I commenti negativi fanno male, soprattutto quando riguardano esperienze così intime. Però ho imparato che il rumore non deve coprire le voci delle persone che trovano conforto nelle mie parole. Se anche una sola persona si sente meno sola grazie a quello che condivido, allora ne vale la pena."
Chi è Fatima Sarnicola oggi?
"Oggi sono una donna che ha imparato a convivere con la propria storia senza esserne definita completamente. Sono una biologa, una divulgatrice, ma prima di tutto sono una ragazza che ha deciso di trasformare il dolore in qualcosa di utile per gli altri. Ho capito che le ferite non scompaiono, ma possono diventare il punto da cui nasce qualcosa di bello."
Chi vuole essere Fatima Sarnicola domani?
"Vorrei continuare a fare quello che amo, quindi studiare, fare ricerca nell’ambito della nutrizione oncologica, scrivere e dare voce a chi spesso non viene ascoltato. Sogno anche che ‘AdoptLife’ (il primo giornale italiano sull’adozione e affido che ho creato) diventi ancor più un punto di riferimento nazionale per il mondo dell’adozione. Più di ogni altra cosa, però, spero di rimanere sempre fedele alla bambina che ero, quella che continuava a credere nel domani anche quando sembrava impossibile. È grazie a lei se oggi sono qui."