La burocrazia ai tempi del coronavirus, costretti a districarci tra decreti e autocertificazioni

27 marzo 2020, ore 19:51

A tutti servono le autocertificazioni, che però sono di difficile comprensione per il comune cittadino

Alla fine del 1800, il giovane studente liceale di Basilea Carl Gustav Jung iniziò la lettura del “Così parlò Zarathustra” del filosofo tedesco Nietzsche. Poco prima aveva letto, altrettanto avidamente, il “Faust” di Goethe. Scrisse Jung più tardi nella sua autobiografia di sentirsi, di fronte a Zarathustra e a Faust, come un mucchietto di polvere in confronto al Monte Bianco. Ecco, oggi mi sembra che ci siano in giro molti mucchietti di polvere e davvero troppo poche vette come il Monte Bianco. Domenica l’amico Davide Giacalone, commentando una interessante telefonata all’Indignato speciale dell’imprenditore Andrea Dall’Orto, titolare di una grande azienda di automotive, mi ha spiegato (non si finisce davvero mai di imparare) che esistono i cosiddetti codici Ateco, che specificano le attività economiche e commerciali con dei numeri e delle dettagliate descrizioni del tipo di attività.

Il decreto che ha chiuso le aziende

Nel decreto definito ChiudiItalia, pare sia consentita la produzione di plastica. Giusto, ci mancherebbe. Forse quando sarà passata la bufera del Covid-19 rivaluteremo questo materiale, peraltro inventato dagli italiani, tanto vituperato ultimamente, e con buone ragioni, per carità, a causa dell’uso smodato e della nostra incapacità a fare una ragionevole raccolta differenziata dei rifiuti. Ieri, la segretaria della Cisl, intervistata proprio sui codici Ateco e su quel 30 per cento di attività produttive ritenute essenziali, faceva notare, a mio avviso giustamente, che un conto è produrre ventilatori e maschere in plastica considerati fondamentali presidi medici durante questa emergenza, un conto è produrre sedie, ombrelloni e tavolini da giardino. Da qui la protesta, ovviamente non solo per l’esempio succitato, dei tre sindacati Cgil, Cisl e Uil contro la decisione del governo Conte di mantenere, a loro avviso, troppe attività aperte con gli evidenti rischi di contagio per i lavoratori.

La pandemia non ferma la burocrazia

Nel frattempo ho letto con attenzione la nuova modulistica. Non ho la passione delle carte della nostra elefantiaca burocrazia ma sono rimasto davvero sconvolto nel constatare che se mi fermano per strada io ho firmato un modulo in cui dichiaro di essere consapevole, in caso di mendacio, delle pene previste ai sensi dell’articolo…ecc. ecc. Un amico mi ha poi specificato che alcune di quelle norme erano state in precedenza “novellate”. Gli ho chiesto, senza tema di apparire ignorante, cosa mai significasse quel per me nuovo termine, novellare. Ebbene vuol semplicemente dire che quelle norme erano state aggiornate sulla base del Dl, ecc. ecc. Intendiamoci. So bene che la burocrazia non è una brutta parola. Grandi filosofi dall’Illuminismo in poi ci hanno insegnato che la burocrazia è l’organizzazione di persone e risorse destinate alla realizzazione di un fine collettivo secondo criteri di razionalità, imparzialità e impersonalità. Un processo presente nell’antichità ma che nella sua forma più compiuta è un prodotto del processo di formazione dello Stato iniziato nel XVI secolo. Il termine fu coniato dall’economista francese Vincent de Gournay nella sua accezione fondamentalmente negativa che oggi noi ben conosciamo. Quando firmate il modulo, dichiarando di essere a conoscenza dei vari “combinati disposti”, provate a chiedere al vigile, al poliziotto o al Carabiniere, se vi possono sgravare la coscienza dal sospetto di essere inconsapevolmente mendaci. Quindi, colpevoli.
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Tags: autocertificazione, burocrazia, coronavirus, decreto

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