Le bambine di Roma, si viaggia nel tempo con un racconto che intreccia storia e romanzo: Emanuela Fontana si porta tra le pagine del suo nuovo libro

Le bambine di Roma, si viaggia nel tempo con un racconto che intreccia storia e romanzo: Emanuela Fontana si porta tra le pagine del suo nuovo libro

Le bambine di Roma, si viaggia nel tempo con un racconto che intreccia storia e romanzo: Emanuela Fontana si porta tra le pagine del suo nuovo libro Photo Credit: "Le bambine di Roma" di Emanuela Fontana, Mondadori


Un tuffo nel passato, ai tempi dell’Antica Roma, con gli intrecci narrativi intessuti che si divertono a mixare elementi storici e contenuti di finzione utili agli equilibri del racconto

Nella giornata odierna continua il nostro viaggio alla scoperta delle novità editoriali più stuzzicanti arrivate in tempi recenti sugli scaffali delle librerie. Un frangente che, settimana dopo settimana, ci porta a confronto con i numerosi titoli che si affacciano sulla scena. Un itinerario tortuoso e dalle mille sfumature diverse, che affrontiamo con l’entusiasmo che si confà al piacere della scoperta.

Diverse le modalità di “indagine”, dalla nostra rubrica dedicata ai migliori libri da leggere della domenica, passando poi per le interviste, in cui il focus aumenta grazie al racconto di autori e autrici, che ci portano per mano all’interno delle storie che hanno confezionato. Qualcosa che avviene anche oggi con Emanuela Fontana, che è passata a raccontarci il suo nuovo libro “Le bambine di Roma”, edito da Mondadori.


LE BAMBINE DI ROMA, UNA STORIA VERA SU UN INCONTRO TRA ORIENTE E OCCIDENTE

Ciao Emanuela, e benvenuta. Come da prassi consolidata, mi defilo per lasciare a te il microfono per le presentazioni di rito: cosa troviamo nel tuo "Le bambine di Roma"?

“Troviamo una storia di amicizia tra bambine opposte, un incontro tra Oriente e Occidente incarnati nei loro occhi con cui guardano il mondo, spero un messaggio di pace che nasce dal confronto tra le figlie dei più grandi nemici della storia. Le protagoniste sono Giulia e Selene, figlie di Ottaviano Augusto e di Antonio e Cleopatra, che vissero realmente nella stessa domus a Roma per alcuni anni, dall’infanzia all’adolescenza. La figlia del vincitore e la figlia del vinto.”


Come mai la scelta di collocare temporalmente il racconto nella Roma antica?

“Questo romanzo parte da una storia vera, la vittoria dell’Occidente sull’Oriente, di Roma sull’Egitto, dopo la battaglia di Azio. Dopo quell’evento, la piccola Selene, insieme al fratello Helios, fu portata realmente a Roma da Ottaviano come bottino di guerra e fatta sfilare nel trionfo per le vie della città. Siamo quindi proprio all’inizio dell’impero, anzi, del principato di Ottaviano Augusto, durante un evento spartiacque, che ha deciso il corso della storia. Se quella battaglia fosse andata diversamente, se Antonio e Cleopatra avessero vinto, tutto il mondo sarebbe stato diverso. Giulia e Selene sono le figlie di questa frattura della storia dell’umanità.”


Quanto ha influito il set storico scelto sullo sviluppo del racconto?

“Ho sentito subito che questa storia parlava molto dei nostri giorni, le due bambine mi sono sembrate le antenate di due bambine moderne, magari nate in Stati in guerra, che cercano tra loro una pace nonostante la storia delle famiglie le abbia sempre divise. Modernissima è anche la figura di leader di Ottaviano Augusto, che si sentiva probabilmente un predestinato, scelto dagli dei e dal destino, il portatore della pace. Però volevo che la lettura fosse un vero viaggio nel tempo, che la ricostruzione fosse fedelissima, quindi ho cercato di mantenere sempre la lingua e le atmosfere di un’ambientazione nell’antica Roma. Per esempio eliminavo tutti i vocaboli che non avessero etimologia latina. Quando mi sembrava di scivolare troppo nel moderno, rileggevo Virgilio. Più di altri classici che mi hanno accompagnata e ispirata, come Orazio e gli storici, Virgilio mi dava sempre la musica, la poesia per scrivere questa storia.”


GIOCHI DI EQUILIBRI, TRA VERITÀ STORICA E FANTASIA

Il tuo è un libro che vive di equilibri, quelli tra ricerca storica degli accadimenti di quel periodo e l'invenzione tipica del romanzo. Se dovessimo dare la ricetta, come è diviso il bilanciamento?

“Dovremmo chiederlo a Manzoni, anche se era stato criticato da Goethe per l’eccesso di digressioni storiche nei Promessi Sposi. Nemmeno Manzoni venne veramente a capo di questa formula, nel momento in cui provava a codificarla, però io cerco sempre di utilizzare nel mio piccolo il suo metodo. Mi sono accorta, leggendo le sue fonti, che lui inseriva i personaggi proprio all’interno dei passi storici descritti. Soprattutto per le scene milanesi, sfruttava tutto quello che aveva letto e riproduceva nella mente e poi con la penna il disegno minuziosissimo all’interno del quale Renzo si muoveva. Renzo ha paura, ha tentazioni, cambia. È un elemento vivo, e con lui vive davanti agli occhi di chi legge la scena disegnata. Prendiamo anche due personaggi reali come la monaca di Monza o l'Innominato. Si può procedere in questo modo sia con personaggi di fantasia che con personaggi storici.

Ecco, l’equilibrio è questo. Cerco sempre di manterrete lo sfondo storico, la cornice, robusti: ne “Le Bambine di Roma” tutti gli eventi ufficiali sono stati mantenuti, con la sequenza delle date. In questo mi ha aiutato soprattutto Cassio Dione, storico greco del terzo secolo dopo Cristo (fine secondo-inizio terzo). Il racconto del mio romanzo parte da una storia vera: l’arrivo della piccola Selene a Roma dopo la sconfitta di Antonio e Cleopatra, di cui accennano anche Plutarco e Svetonio. Lei che sfilò nel trionfo di Ottaviano. Ho quindi fatto il calco del disegno che mi arrivava dalla storia e dentro i personaggi, tutti reali, si muovevano. Se la cornice è solida, di conseguenza anche le parti romanzate dovrebbero mantenere un certo equilibrio. Cassio Dione e Plutarco sono stati due cronisti formidabili. I poeti come Orazio e Virgilio invece mi davano “l’aria” che si respirava. I vuoti enormi li colmavo così: ragionando e ragionando, ovviamente anche facendomi guidare dalle emozioni e dai sopralluoghi, fondamentali per la scrittura. Leggendo poi i saggi di storici e archeologi: dai primi traevo cultura, deduzioni, interpretazioni, dai secondi gli elementi per “vedere” Roma. Ma le mie fonti primarie erano quelle classiche. Il contatto doveva essere diretto.

Conviene però sempre leggere il testo latino a fronte, perché solo in quel modo arriva meglio a noi l’intenzione dell’autore. La percentuale degli equilibri dipende molto dal periodo storico. Nel caso dell’antica Roma le fonti sono poche e scarne. È come avere un frigorifero con pochissimi ingredienti, bisogna utilizzarli tutti al meglio. Secondo me, anche per una storia così lontana nel tempo, la verità storica deve essere completa, ma non bisogna mai dimenticare che chi scrive romanzi sta facendo un patto con chi legge: deve essere anche “poeta”, per usare una distinzione cara a Manzoni. L’animo umano è l’oggetto dei romanzi, ma spesso, provando a sondarne le ragioni e i movimenti, nel rispetto della Storia che ruota intorno, si possono creare piccole luci, cambiare i punti di vista, aiutare, in fondo, anche la ricerca storica. Sappiamo bene, se ne discute tanto anche adesso, che non esiste solo la scienza, ma anche il mistero dell’uomo. L’importante è procedere con impegno.

Nella formula del romanzo ci devono essere dialoghi, scene, emozioni, evoluzione interiore dei personaggi, non soltanto un racconto, altrimenti saremmo di fronte a un saggio. Ma tutto deve viaggiare su binari definiti, dopo uno studio il più possibile attento.”


Qual è stata la sfida maggiore che hai dovuto affrontare, lavorando a "Le bambine di Roma"?

“Credo che le sfide maggiori siano state tenere il tono immersivo, come dicevo prima, con l’ausilio della lettura dei classici, e venire a capo dall’enigma di Ottaviano. Augusto per me è stato il personaggio più difficile. Perché era ambiguo, come ambiguo è il potere. Da giovane era stato anche spietato, poi diventa più clemente. Sicuramente era un uomo scaltro, ora diremmo che metteva la ragion di Stato sopra tutto. Era un uomo parco e meticoloso, di formazione stoica. Per Giulia, ribelle, libera, forse nata fuori dal suo tempo, avere un padre del genere significava andare sempre allo scontro, anche se probabilmente da piccola c’era una sorta di adorazione per lui, perché il carisma di Ottaviano Augusto era straordinario, superiore a tutti gli uomini nati prima di lui a Roma. Forse gli faceva eccezione soltanto Giulio Cesare, più travolgente, che però era più cedevole alle passioni, in fondo più “umano”, si esponeva di più ai rischi, e infatti fu assassinato. Cesare non è un personaggio del mio romanzo, ma viene spesso evocato.


DAL DICIANNOVESIMO SECOLO ALL’ANTICA ROMA, ATMOSFERE FAMILIARI MA RICCHE DI SFIDE

Arrivi da un lavoro precedente - "La correttrice" (Mondadori, 2023) - ambientato nel 1838 e la cui storia s'intreccia con il personaggio di Alessandro Manzoni. Sono luoghi e tempi molto diversi, rispetto al tuo libro più recente: in quali frangenti ti sei trovata maggiormente a tuo agio?

“Con il romanzo su Manzoni, “La Correttrice”, avevo il grande vantaggio di respirare l’aria di casa. Prima di tutto perché sono milanese, come Manzoni, quindi camminare per le strade di Milano dell’Ottocento per me è stato abbastanza naturale. Sono nata nella nebbia di dicembre! Inoltre ho studiato per 13 anni dai padri barnabiti, come Manzoni (lui studiò in un collegio di barnabiti solo per quattro anni). Quindi per me Manzoni era una conoscenza non soltanto dalle scuole medie, ma direi dalla prima elementare. Anche con il personaggio di Emilia Luti avevo tantissime affinità, che non sto qui a descrivere.

Però l’antica Roma per me ha rappresentato da sempre un amore, il luogo più bello del mondo. Fin da bambina, ogni volta che viaggiavo a Roma e dovevo andare via, scoppiavo in lacrime. Il mio sogno era diventare archeologa. Amavo le traduzioni, sia dal latino che dal greco. Vivevo nel miraggio di un bisnonno che fino a ottant’anni passava il tempo a tradurre i classici. Del resto poi ho scelto Roma come città in cui vivere. Ne ero certa fin da bambina che sarebbe stata la città della mia vita. Quindi per me scrivere questo romanzo ambientato nell’antica Roma ha significato, anche in questo caso, tornare a casa. Anche se era una casa dell’immaginario. Diciamo che è stato un ritorno all’adolescenza, “Le bambine di Roma” mi hanno fatta sentire giovane, come ai tempi del liceo classico, quando qualche volta scrivevo frasi in latino. Credo di aver perso molti di quei talenti, ma mi è rimasta l’eco, e mi è bastata per portare a termine il romanzo.”


Se il tuo libro fosse una canzone, quale sarebbe?

“Domanda molto interessante! Io ascolto tantissima musica mentre scrivo. Canzoni e musica strumentale, in questo caso spesso anche epica. Per le parti dell’esilio da Ventotene prediligevo la musica solo strumentale per avere più silenzio. Cito “Somewhere only we Know” dei Keane, che mi sembra molto legata alla nostalgia di un luogo della felicità, un luogo che ho costruito nel romanzo, e “La terre vue du ciel” di Armand Amar, solo musica, per la parte dell’esilio. Ma una canzone che ho ascoltato in strumentale e il cui testo è molto legato alla mia storia è “Fix you” dei Coldplay. È consolante e parla del conforto verso chi ha perso qualcuno. Ecco, le mie protagoniste sono così: Giulia tenta in tutti i modi di consolare Selene che ha perso tutto (la terra, il padre e la madre suicidi) come se volesse espiare le colpe di chi l’ha generata, ovvero di Ottaviano. Aggiungo che ringrazio anche Achille Lauro, perché alcune delle sue canzoni trasmettono un grande amore per Roma, non solo quando la cita.”


Dal 1838 siamo tornati nella Roma antica: hai già qualche idea di dove ti piacerebbe andare - o dove magari già sai che porterai i tuoi lettori e le tue lettrici?

“Prima di tutto questa storia va completata, quindi rimarrò per una tappa ancora nell’antica Roma e mi spingerò oltre la nascita di Gesù. Sono molto contenta di continuare a stare in compagnia dei libri su cui ho studiato per “Le bambine di Roma”, anche se tra i poeti sposterò l'attenzione certamente su Ovidio. Poi ho una storia ambientata nel Rinascimento a cui penso da tempo. Per una questione di ordine cerco sempre di portarle a termine tutte, quindi credo che sarà la mia prossima esplorazione. Confesso però che prima o poi entrerò nel Novecento, perché l’armadio delle storie familiari è davvero ricchissimo. Ma io vado con la mente dove mi chiama una storia, magari anche nei tempi che stiamo vivendo, sono viaggiatrice.”


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