Quando gli dei lasciarono il mondo, cosa accadde a Pompei l’estate prima dell’eruzione: Gabriel Zuchtriegel ci racconta il suo nuovo libro
Quando gli dei lasciarono il mondo, cosa accadde a Pompei l’estate prima dell’eruzione: Gabriel Zuchtriegel ci racconta il suo nuovo libro Photo Credit: "Quando gli dei lasciarono il mondo. L'ultima estate di Pompei" di Gabriel Zuchtriegel, Feltrinelli
06 giugno 2026, ore 09:00
Un libro che guarda alla Pompei del passato, prima della tragedia che l’ha resa tristemente protagonista, ma che riesce a parlare anche alla società contemporanea
Si apre il fine settimana e torna per noi il momento di immergerci tra le pagine dei libri. Il weekend è infatti il frangente in cui protagonisti diventano i libri, all’interno dei diversi spazi dedicati. C’è quello della domenica, dove sotto la lente d’ingrandimento finiscono le più interessanti tra le novità selezionate per la rubrica dei migliori libri da leggere del momento. E c’è poi il sabato, quando autori e autrici passano a trovarci per portarci dietro le quinte dei loro ultimi lavori, per scoprirne i retroscena.
Oggi la scena è tutta per Gabriel Zuchtriegel, direttore del Parco Archeologico di Pompei, arrivato nelle ultime settimane sugli scaffali delle librerie con il suo nuovo libro, “Quando gli dèi lasciarono il mondo. L'ultima estate di Pompei”, pubblicato da Feltrinelli Editore.
QUANDO GLI DÈI LASCIARONO IL MONDO, LA VITA A POMPEI PRIMA DELLA CATASTROFE
Buongiorno Gabriel, e benvenuto. Rompiamo subito il ghiaccio con le presentazioni di rito: cosa troviamo nel suo "Quando gli Dei lasciarono il mondo. L'ultima estate di Pompei"?
“Un racconto di una Pompei inaudita: dietro lo splendore delle domus dell'elite dell'impero romano, troviamo una società piena di crepe, di dubbi e di vulnerabilità, dove c'è una povertà per noi difficilmente immaginabile e dove la schiavitù è una normalità che nessuno mette in dubbio. Ed è questa la società che si appresta ad accogliere man mano una nuova forma di spiritualità, il cristianesimo, anche perché quella antica, politeistica, non corrisponde più all'esperienza della realtà.”
Pompei è un luogo - e un argomento - chiave per lei, che è direttore del parco archeologico. Ed è stato anche il perno intorno a cui ruotava il suo ultimo lavoro letterario, "Pompei - La città incantata" (Feltrinelli, 2023). Com'è nata l'idea di cambiare prospettiva all'interno di questo suo nuovo libro?
“Ho notato una divisione che trovo assurda negli studi di antichità: c'è chi si occupa della storia della Chiesa da un lato e chi si occupa dell'archeologia romana dall'altro, incluso Pompei. In realtà Pompei ci può dire molto sugli inizi del cristianesimo, non perché ci siano testimonianze cristiane, tranne qualche traccia esigua, ma perché ci fa capire come funzionava quella società, e soprattutto che cosa non funzionava e dunque predisponeva al cambiamento.”
È un titolo che guarda a Pompei, alle metamorfosi che stava subendo nel periodo antecedente l'eruzione del Vesuvio che l'ha drammaticamente consegnata alla storia. Possiamo dire che ciò che ha analizzato e ha poi portato tra le pagine parli anche della società contemporanea? Con le dovute variazioni del caso, chiaramente…
“Non ho scritto il libro pensando al presente, ma quando lo stavo terminando, mi sono reso conto che sembra a tratti una descrizione del nostro presente. Infatti, l'ultimo capitolo si chiama "Pompei siamo noi", in più sensi. Pompei è ancora presente, d'altronde il presente è pieno di passato.”
POMPEI OGGI, UNA SFIDA UNICA E COMPLESSA MA ANCHE BELLISSIMA
Lei dirige il Parco Archeologico di Pompei da cinque anni - dal febbraio del 2021: cosa vuol dire avere la responsabilità di gestire un concentrato di cultura e storia come questo?
“Penso che sia una sfida unica, molto complessa e difficile, ma anche un compito bellissimo: è un luogo di una straordinaria bellezza e dove, per fortuna, c'è una grande squadra di persone eccezionali. Per noi archeologi è un po' la capitale mondiale dell'archeologia, non solo per estensione e la ricchezza del patrimonio culturale, ma anche per la lunga storia degli scavi, che iniziano nel 1748 e continuano ancora.”
C'è sempre l'idea che più di ciò che si è visto finora non ci possa essere, e puntualmente veniamo smentiti da nuovi ritrovamenti. Quanto sappiamo, ad oggi, di Pompei? E quanto ancora c'è da scoprire, che ancora non conosciamo?
“La cosa bella del nostro lavoro a Pompei è che spesso non sappiamo nemmeno quello che cerchiamo, perché spesso gli scavi sono collegati a esigenze altre, di restauro o di accessibilità o di recupero della legalità, come nel caso della villa extraurbana di Civita Giuliana, che stiamo indagando insieme alla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, guidata dal Procuratore Nunzio Fragliasso. La villa in passato fu oggetto di scavi clandestini, oggi è un grande cantiere di scavo e ricerca. Chi l'avrebbe mai pensato...”
Se dovesse fare un bilancio, fino a questo momento, relativamente alla sua gestione, quale sarebbe?
“Preferirei lasciare i bilanci ad altri, io ho cercato di portare avanti un approccio di archeologia circolare, nel senso di mettere tutela, ricerca, fruizione e comunicazione sullo stesso livello, senza gerarchie. Ovviamente la conservazione a Pompei è una grande sfida, con più di 13mila ambienti scavati in oltre due secoli e mezzo. Per questo abbiamo investito molto nel monitoraggio e nella manutenzione programmata. Ma anche nel sociale, aprendo il sito agli adolescenti del territorio, che vengono qui per fare teatro classico. La vera tutela è circolare nel senso che sa di funzionare solo grazie alla comunità che la sostiene, economicamente, culturalmente e politicamente.”
E in prospettiva futura? Se dovesse esprimere un desiderio da mettere nel cassetto, a cosa penserebbe?
“Stiamo lavorando molto su realtà aumentata, digitale e intelligenza artificiale. Penso che questi temi hanno un enorme potenziale per la ricerca, per la tutela e per la fruizione, che potrà diventare più inclusiva e diversificata. Ma ci sono anche grandi rischi; per questo penso che sia fondamentale che noi come archeologi siamo coinvolti in prima linea, perché altrimenti lo faranno altri e i rischi saranno ancora più elevati. Stiamo vivendo una grande trasformazione, ed è importante che non dimentichiamo da dove veniamo e quale è la nostra storia.”



