M+A, Contaminiamo il pop alla ricerca della quadra perfetta

23 settembre 2016, ore 16:57 , agg. alle 18:25

Il sound internazionale del duo torna con il singolo Forever More.

Gli M+A sono tra le band italiane più apprezzate all'estero nei giri che contano, sono l'unica band italiana ad essersi esibita sul palco del leggendario Festival di Glastonbury, hanno diviso il palco con artisti come AIR, Phoenix e Disclosure, si muovono in continuazione tra pop, elettronica e produzioni di respiro internazionale, e sono tornati da poco con il nuovo singolo Forever More. Abbiamo raggiunto Michele Ducci, la M nel nome della band, la A è di Alessandro Degli Angioli,  per parlare di pop, collaborazioni difficoltose e Daft Punk.

M + A 1


Avete pubblicato da poco l'ultimo singolo, Forever More, che ha ritmi abbastanza dance, in che direzione vi state muovendo con il nuovo materiale, in attesa dell'album?

"Più o meno da sempre la nostra linea guida è fare un prodotto pop che non segua i canoni italiani. A nostro parere una delle falle di genere nella musica italiana è nel pop, quindi cerchiamo di girarci attorno con varie sfumature e partiamo dal pop per arrivare a tante altre sotto categorie come l’hip hop. Cerchiamo di fare una quadra dove al centro c’è il pop e poi attorno ci sono le altre contaminazioni, che è quello che ci piace delle produzioni estere. Sotto la coperta del pop ci sono tante contaminazioni."

Diciamolo che, a differenza di come molti vorrebbero far credere, Pop non è una brutta parola.

"Si associa spesso il pop al commerciale e il commerciale alla bassa qualità, quando in realtà negli standard europei non è così. Ci sono dei pezzi pop che hanno dietro dei geni della produzione, quindi è un peccato.  Per noi è un po’ una sfida."


Voi siete di Forlì, venite dalla provincia, e questo viene spesso visto come un punto di partenza utile per alimentare il senso di rivalsa e arrivare oltre. Per voi come è stato?


La cosa sicura è che quando parti con delle difficoltà o delle mancanze, delle problematiche di partenza, hai più fame, quindi quello a cui vuoi arrivare è molto più faticoso e riesci anche a capire certe cose che per chi ci è nato sono magari un po’ più facili. Noi siamo partiti dalla provincia ma la prima etichetta era inglese, però  la difficoltà di essere nati a Forlì con la voglia di fare pop di stampo internazionale ci ha stimolato più di come sarebbe potuto essere se fossimo nati a Londra.


In Italia, come si dice sia nel calcio, credi che i giovani italiani che fanno musica abbiano vita più difficile rispetto agli stranieri?


"E’ sempre complesso, è un problema che noi affrontiamo dal punto di vista musicale ma è quasi culturale, strutturale, economico, in toto. Noi ci rendiamo conto che per fare le nostre cose ci sono problemi di struttura: quando dobbiamo fare una produzione abbiamo difficoltà a trovare dei produttori che facciano determinate cose, la difficoltà di un mercato che la sappia far circolare. E' un po’ come abitare una casa che non è stata costruita bene ed è sia complesso viverlo che parlarne. Ha tanti punti che riguardano pienamente noi ma che non hanno a che fare solo con la musica."


Voi curate anche l'aspetto estetico del progetto, dalle grafiche ai video, come per Forever More. C'è qualche artista nel mondo della musica che vi ispira anche da questo punto di vista?


"In realtà c’è questo artista norvegese che si chiama Kim Hiorthøy  è quello a cui più o meno ancora siamo legati, anche se siamo lontanissimi dalla musica che produce, che è un grafico. Siamo molto contaminati da cose non musicali come cinema e grafica, la musica, la parte sonora, è quella che ci piace di più perché è allo stesso tempo la più vaga e la più completa per i sensi, ma è solo una delle forme di espressione. Cerchiamo quindi di andare un po’ dappertutto curando noi grafiche, estetica, immagini, video, un po’ è perché siamo fatti così e se dobbiamo commissionare un video e rischiare poi di non essere soddisfatti del risultato preferiamo fare da soli e sapere di arrivare alla nostra visione."


Nei mesi scorsi avete lavorato in studio con artisti del calibro di Jamiroquai e MGMT ma, a quanto pare, tutto si è risolto in un nulla di fatto. Che è successo?


"Quando ci guardiamo in faccia ci diciamo - Ok, la questione è avere un buon curriculum o riuscire a fare prima o poi della buona musica? - La nostra esperienza è sempre stata di produttori che stimavamo molto ma che poi arrivavano ad un prodotto che non ci rispecchiava per niente. Quindi abbiamo deciso di produrre noi le cose, magari metterci più tempo, però tagliare la testa al toro perché si entrava in meccanismi bizzarri per cui aspettavi sempre qualcuno che ti salvasse la produzione, e alla fine abbiamo deciso di fare da noi. E dire che in studio avevamo sempre molti problemi perché tendiamo a chiudere e definire tutto, dalle produzioni a tutto il resto, quindi diventava anche complicato relazionarsi… è come un innamoramento che o parte o non lo puoi portare avanti più di tanto. "


Lavorare con questi ritmi così dilatati non rischia di farvi perdere un po' il bandolo della matassa?


"In realtà sentiamo delle diversità tra i nostri pezzi siamo più che convinti ci sia una estrema connessione tra le varie cose, anche differenti, che facciamo, anche tra le primissime cose che sono lontanissimi dalle produzioni attuali. c’è sempre un tratto che continuiamo a ritrovare, e forse è quello che stiamo continuando a cercare, forse è quella la vera identità, perché ogni cosa che facciamo è volta a fare un disco che ci piaccia e che ancora non abbiamo. Ci rendiamo conto che liberandoci da tutte le fisse di dover trovare qualcuno che effettivamente ti salvi la produzione riusciamo a migliorare in molte cose e ad arrivare più o meno a quello che vorremmo fare. Chiaro è che quando ci sei dentro non ti accontenti mai della produzione che hai fatto e credo che sia un bene."


Quando capite che quello che avete in mano va bene e decidete di passate ad altro?


A livello pratico mettiamo noi dei paletti, nel senso che facciamo molte produzioni ma ad un certo punto c’è una sorta di istinto di sopravvivenza che ci suggerisce di fermarci e rilasciare anche solo un brano o un disco per capire dove siamo arrivati. Certo, è un meccanismo rischioso perché corri il pericolo sbagliare il disco facendo qualcosa di autoreferenziale o può succedere come con “These Days” nel 2013: non ascoltavamo nulla della musica che c’era fuori mentre scrivevamo e alla fine ci siamo trovati con un master depositato in concomitanza con “Random Access Memory” dei Daft Punk, anche se poi pubblicato dopo, e suoni simili. E' stata una sorta di connessione bizzarra che ci ha incuriosito molto perché, pur non sapendo ovviamente quale fossero i loro ascolti e il loro percorso né conoscendo loro, siamo arrivati alle stesse conclusioni."


Negli ultimi mesi c’è stata un po’tutta la polemica riguardante la partecipazione di Manuel Agnelli ad X-Factor alla quale lui ha risposto dicendo di non sentirsi particolarmente rappresentato nemmeno dalla realtà indie italiana. Come vedi la scena?


"Per quanto riguarda Agnelli non è un problema che lui partecipi ad X – Factor, ma ha passato una vita sputando su quella roba lì ed alla fine ci è finito dentro. Non è criticabile ma fa un po’ ridere. In realtà c’è molto movimento in Italia, mi piace Lorenzo Senni che è un compositore sperimentale romagnolo, citato anche da Thom Yorke dei Radiohead tra i suoi ascolti. Di fermento ce n’è, il problema è più nell’impianto, nel sistema."

M+A - Forever More
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