Biennale, Bruxelles incalza il governo per la presenza del Padiglione russo. Meloni furiosa per il pasticciaccio Photo Credit: AnsaFoto.it/Ufficio Stampa Palazzo Chigi
05 maggio 2026, ore 14:36
L’Unione europea non è affatto soddisfatta delle risposte ricevute dall’Italia, e insiste sul sospetto che la Fondazione veneziana possa aver violato le norme sanzionatorie in vigore contro Mosca. Domani in conferenza stampa parla il Presidente Buttafuoco
Nelle ultime ore la Commissione europea ha scritto – di nuovo – al governo italiano per ottenere maggiori garanzie sul padiglione russo alla Biennale di Venezia. Insomma, l’Europa non è affatto soddisfatta delle risposte ricevute dall’Italia, e insiste sul sospetto che la Fondazione veneziana possa aver violato le norme in vigore contro Mosca.
Bruxelles
Tutto dopo che a fine marzo scorso Bruxelles aveva avvisato dell’intenzione di bloccare i 2 milioni che dovrebbero essere erogati alla Biennale entro il 2028. I ministri degli Esteri e della Cultura Tajani e Giuli avevano sottolineato le critiche pubbliche alla decisione «autonoma» della Biennale» di consentire la presenza dei russi. Ma non è bastato. La Commissione vuole risposte. Da tutti gli attori in campo, compreso il governo, che finora ha creduto bastasse prendere le distanze a parole dalla «scelta autonoma» del presidente Buttafuoco. Ma fra poche ore le carte di questo pasticciaccio-Biennale finiranno pure sul tavolo della premier Giorgia Meloni, che secondo le indiscrezioni sarebbe furiosa. Domani in conferenza stampa parlerà Buttafuoco.
Il Padiglione
Intanto l'apertura del Padiglione della Federazione Russa alla BIENNALE Arte 2026 di Venezia si è consumata in un clima attraversato da una tensione che non si è mai sciolta del tutto. Da settimane, anzi da mesi, lo spazio ai Giardini è al centro di polemiche politiche, interrogazioni istituzionali in sede italiana ed europea, prese di posizione pubbliche. Eppure, nel giorno della pre-apertura riservata, tutto questo sembra restare fuori, filtrato appena dalle voci, dai passi, dal continuo via vai di giornalisti, curatori, artisti e addetti ai lavori. L'accesso, rigidamente su invito, ha contribuito a creare un'atmosfera quasi clandestina, una dimensione parallela rispetto al resto. Non ci sono simboli evidenti riconducibili al potere politico, nessuna propaganda esplicita legata al governo di Vladimir Putin, nessun segno diretto di retorica istituzionale. Al contrario, lo spazio è dominato da un impianto sensoriale immersivo: suoni, immagini, materiali organici. Un tentativo, dichiarato e percepibile, di spostare il discorso altrove, su un piano estetico e quasi spirituale. L'arte sembra davvero separarsi dal contesto geopolitico.
Lo spazio
Nel complesso ogni spazio costruisce un racconto autonomo, ma insieme compongono una geografia complessa, attraversata da conflitti, identità e visioni del futuro. E’ come attraversare cento mondi diversi, ciascuno con il proprio linguaggio, le proprie ferite, le proprie ossessioni. In questa edizione, più che mai, ogni Paese sembra aver trasformato il proprio spazio in una dichiarazione politica, poetica o esistenziale. L'Argentina per esempio sorprende con un ambiente quasi ipnotico: il pavimento ricoperto di carbone e sale crea un paesaggio lunare, fragile e instabile, dove il visitatore è costretto a muoversi lentamente, quasi con rispetto, come se attraversasse una zona contaminata o sacra. La Bulgaria propone invece un ambiente laboratoriale: tavoli, dispositivi e installazioni interattive invitano il pubblico a partecipare, suggerendo un'idea di comunità in costruzione, instabile ma aperta.



