Il "delitto di Chiavari". Condanna a 24 anni per Anna Lucia Cecere per l'omicidio di Nada Cella avvenuto nel 1996

Il "delitto di Chiavari". Condanna a 24 anni per Anna Lucia Cecere per l'omicidio di Nada Cella avvenuto nel 1996

Il "delitto di Chiavari". Condanna a 24 anni per Anna Lucia Cecere per l'omicidio di Nada Cella avvenuto nel 1996 Photo Credit: Foto: Ansa/Luca Zennaro


Prima verità giudiziaria per il caso 'irrisolto' da 30 anni. Condannato per favoreggiamento anche il datore di lavoro della vittima

Ora c’è una verità giudiziaria per uno dei più grandi cold case italiani. Secondo la Corte d’Assise di Genova è stata Anna Lucia Cecere ad uccidere Nada Cella, la 24enne massacrata nell’ufficio in cui lavorava a Chiavari nel 1996. Cecere, per cui l’accusa aveva chiesto l’ergastolo, è stata condannata a 24 anni di carcere perché è rimasta l’aggravante dei futili motivi ma è caduta quella della crudeltà, il commercialista Marco Soracco, datore di lavoro della vittima, è stato condannato a due anni per favoreggiamento. Per l’accusa Cecere avrebbe ucciso la segretaria perché voleva prendere il suo posto a lavoro e nel cuore di Soracco. Entrambi hanno sempre respinto ogni accusa. "Ce l'abbiamo fatta" sono state le prime parole di Silvana Smaniotto, mamma di Nada Cella, commossa e incredula la sorella Daniela. Cecere non andrà in carcere, la pena è sospesa finché non sarà definitiva ed è scontato il ricorso in appello, già annunciato anche dal commercialista.

ELEMENTI E INDIZI RIVALUTATI A DISTANZA DI 30 ANNI

A pesare tra gli altri anche elementi come il bottone rimasto sotto il corpo agonizzante di Nada, trovato in una pozza di sangue, del tutto simile a quelli ritrovati in una perquisizione all’epoca a casa dell’ex insegnante, ma anche alcune intercettazioni e indizi raccolti nel 1996 e rivalutati oggi. 

IL PROCURATORE, ARRIVATI A CONDANNA SENZA PROVA SCIENTIFICA

Il procuratore capo, Nicola Piacente, sottolinea che si è arrivati a sentenza senza esibire una prova scientifica (presente agli atti ma di valore "neutro", visto che le uniche tracce genetiche esaminate e utilizzabili erano quelle della vittima). Pur ribadendo che "continua in ogni caso a valere il principio della presunzione di non colpevolezza per gli imputati" la condanna per l'omicidio di Nada Cella è arrivata grazie "alla ricostruzione della relativa dinamica e del movente da parte della collega pm titolare delle indagini e della squadra mobile di Genova attraverso una scrupolosa rilettura e rivalutazione degli esiti delle indagini originariamente svolte, che si erano concluse con l'archiviazione del caso". "Dall'analisi, di elementi precisi e concordanti raccolti nelle indagini ed evidenziati a dibattimento, continua Piacente, è scaturita, allo stato in primo grado, una affermazione di responsabilità oltre ogni ragionevole dubbio".


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