il Sette Ottobre: a un anno dal massacro. I simboli e la risposta di Israele. A un passo dal conflitto totale

il Sette Ottobre: a un anno dal massacro. I simboli e la risposta di Israele. A un passo dal conflitto totale

il Sette Ottobre: a un anno dal massacro. I simboli e la risposta di Israele. A un passo dal conflitto totale Photo Credit: agenzia fotogramma


Alle 6 e 29 del mattino partì un commando di 4 mila uomini con l'intento di ferire lo Stato ebraico e forse di scatenare una reazione che fosse lo stimolo per i musulmani di unirsi contro il 'regime sionista'

Alle 6.29 del 7 ottobre 2023 iniziava quella che Hamas ha definito “Alluvione Al Aqsa”.

L'ATTACCO

Era lo Yom Kippur, festa ebraica che celebra il giorno dell’espiazione, in Israele erano pronti i festeggiamenti, il meteo non aveva previsto piogge, l’alluvione si è abbattuta senza preavviso, cogliendo un intero popolo totalmente impreparato, chi in pieno sonno, chi in chiusura di una festa. Attraverso 119 varchi 6 mila gazawi escono dalla Striscia di Gaza con l’esplicito intento di distruggere, uccidere e umiliare lo Stato ebraico. E dalla Striscia partono 4 mila razzi su Israele. L’apparato di intelligence più efficace del mondo non aveva colto i segnali, seppur chiari, della preparazione dell’attacco più devastante.

NEL DESERTO DEL NEGEV

Nel deserto del Negev si stava svolgendo in quelle ore il rave party Nova Festival, dove si balla aspettando l’alba. Vi accorrono tutti gli anni da tutta Europa, quel giorno erano circa 3 mila. Assordati dalla musica, scambiarono le prime esplosioni per fuochi d’artificio. Poi arrivò un esercito di miliziani in ciabatte e mezzi di fortuna (side car, furgoncini, moto e macchine vecchie), ma armati di fucili e mitragliatori che diede inizio allo scempio. I morti accertati furono 364, e molti vennero presi in ostaggio, alcuni riuscirono a scappare o a nascondersi, e raccontarono di una mattanza senza precedenti e senza pietà.

I SIMBOLI

Simbolo del massacro divennero 2 donne. La prima Shani Louk, cittadina tedesca, di origine ebraica, la madre la riconobbe riversa in un Pick up, seminuda, in una posizione talmente innaturale, che le speranze di ritrovarla viva furono subito ridotte al lumicino. Pochi giorni dopo ne venne confermata la morte. La seconda fu Noa Argamani, le immagini la mostrarono disperata, su una moto, dietro un miliziano, che la porta via. Per lei un destino diverso da quello di Shani: venne rilasciata l’8 giugno del 2023 e restituita alla famiglia, la mamma, malata terminale di cancro, non si era mai data per vinta chiedendo il rilascio della figlia chiedendo anche a Biden di intercedere in tal senso.

I KIBBUZ

L’attacco della milizia di Hamas non risparmiò i Kibbutz nella fascia meridionale, quella più vicina al confine con la striscia di Gaza. Be’eri, Kfar Aza e Nir Oz sono tutt’oggi luoghi fantasma. Un anno fa la cieca violenza dell’attacco decimò i villaggi e sterminò intere famiglie. Molte immagini girarono sul web. Bambini piccolissimi portati via con la mamma o separati dalle famiglie, nella migliore delle ipotesi, altrimenti uccisi senza pietà. Donne violentate, deturpate e massacrate. Il bilancio de quella giornata fu di 1200 vittime e 250 ostaggi portati nei tunnel di Gaza.

GLI ACCORDI DI ABRAMO

Il Sette Ottobre è stato il più grande attacco nel territorio di Israele, il peggior massacro d’ebrei dopo la Shoa. Così viene raccontato a distanza di un anno l’evento che ha segnato la ripresa delle ostilità, in una regione dove era in corso un processo di ‘normalizzazione’ dello Stato di Israele con i Paesi più moderati di quell’area. Grazie ai cosiddetti ‘Accordi di Abramo’ avviati nel 2020 dall’amministrazione Trump, il Governo di Gerusalemme aveva cominciato un processo per il riconoscimento diplomatico da parte dei Regni circostanti come l’Arabia Saudita, gli Emirati e la Giordania. E forse fu proprio questa dinamica di pacificazione che ha risvegliato la furia antisemita dell’Iran, che da sempre controlla e finanzia i raggruppamenti terroristici che sono a nord e sud di Israele: Hezbollah, Hamas e Houti. Un accerchiamento che viene definito dalla stessa Guida Suprema di Teheran ‘l’anello di Fuoco’, che ha come obiettivo esplicito l’eliminazione di ciò che viene definito il regime sionista.

LA RISPOSTA

Israele, nei giorni successivi, restò immobile, sospesa e attonita davanti alla follia della violenza. Poi reagì, e non ha più smesso di rispondere a quell’aggressione, giustificando ogni attacco, ogni uccisione di innocenti ogni massacro, dietro il supremo tentativo di dimostrare che gli ebrei non sarebbero più morti come pecore. Il presupposto delle super reazioni israeliane è nell’ assunto enunciato nel 1945 “gli ebrei non andranno mai più a morire indifesi come pecore al macello»: è nella promessa che i leader sionisti fecero al loro popolo, poi rinnovata da allora ogni anno dai governi israeliani. Il «mai più» ribadito allora da David Ben Gurion è diventato il viatico per ogni tipo di operazione militare. sin dalle sue origini, Israele non ha esitato a eliminare chiunque venisse percepito come un pericolo per l’esistenza dello Stato e le rappresaglie violente al prezzo di civili innocenti non hanno mai rappresentato un impedimento. E nel paradigma della difesa a tutti i costi (anche un po’ di più), l’Idf ha attaccato e distrutto scuole, villaggi e accampamenti umanitari.



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