Vita e morte del folletto di Minneapolis: cinque anni senza Prince, dal peccato rock alla salvezza dell'anima

21 aprile 2021, ore 20:31

Il 21 aprile 2016 il corpo senza vita del genio di “Purple Rain” fu trovato dentro un ascensore. Da molto tempo aveva bandito dalla sua casa-studio ogni tentazione di sesso e droga, diventando Testimone di Geova. A luglio uscirà un album di inediti

Il mondo gli era crollato addosso venti anni prima, nel 1996, davanti al corpicino deforme del figlio Amiir, avuto dalla relazione con la ballerina Mayte Garcia. Il neonato sopravvisse pochi giorni: Prince percepì la sorte di quell’esserino come una punizione calata dal cielo. Per la sua vita ondivaga, in cerca sì di una solida dimensione spirituale ma fino a quel momento cedevole alle tentazioni del sesso e della droga. Così il funambolo del black rock bandì dalla sua residenza studio di Minneapolis ogni elemento che lo distraesse dalla sua missione: avrebbe sì continuato a inventare musica prodigiosa come ai tempi di “Purple Rain” e “Sign O’ The Times”, ma rinunciando al suo nome. Non era più Prince Roger Nelson ma solo l’acronimo TAFKAP (The artist formerly known as Prince) e poi ancor meno, giusto un simbolo grafico. Divenne Testimone di Geova: bussava all’alba nelle case altrui, negando la propria identità di star, ma fornendo un suo telefono per chiunque fosse invogliato a incamminarsi verso un percorso di fede.


La solitudine della fine

Eppure, malgrado una carriera sotto l’occhio dei riflettori, e una vita privata non certo in isolamento totale nella sontuosa residenza di Paisley, il 21 aprile 2016 Prince spense gli occhi da solo, dentro un ascensore casalingo, senza nessuno che riuscisse a portargli soccorso. Overdose da oppiacei, farmaci pesantissimi che assumeva per lenire insopportabili dolori ai muscoli. Per certi versi, lo stesso destino “da tossico pulito” di Michael Jackson, anche lui stroncato dalla chimica legalizzata delle “cure” americane. E con un giallo sul patrimonio da distribuire agli eredi, qualcosa come 300 milioni di dollari.


Le ceneri e il nuovo album

In queste ore del quinquennale della scomparsa, gli affidatari di Paisley Park hanno aperto le stanze di quello che è a tutti gli effetti il museo sulla storia di Prince: ai 1400 visitatori selezionati è concesso sostare anche dinanzi all’artistica urna con le sue ceneri. Ma naturalmente il piatto forte è l’archivio musicale: Prince era dannatamente prolifico, con una creatività capace di trovare il punto di sintesi tra la furia rock primigenia di Little Richard, il soul di Marvin Gaye, i codici psichedelici di Jimi Hendrix e quelli jazz-funk di Miles Davis (con il re della tromba ci fu una proficua collaborazione, oltre che mutuo rispetto). Potrebbero essere centinaia, i nastri da cui trarre una discografia postuma, e di qualità non inferiore a quella ufficiale. Il 30 luglio prossimo sarà pubblicato l’album di inediti “Welcome 2 America”, con registrazioni del 2010 (più il documento di un concerto di quello stesso anno). Qui Prince sembra presagire i temi laceranti di un Paese ancora diviso tra conflitti e razzismo. E impressiona pensare alla sua visione profetica oggi, nel giorno della sentenza per l’omicidio di George Floyd. Ma anche di una nuova vittima afroamericana, per giunta minorenne, per mano della polizia.



Vita e morte del folletto di Minneapolis: cinque anni senza Prince, dal peccato rock alla salvezza dell'anima
Tags: album, Minneapolis, Prince

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