Come un gatto in tangenziale 2, ritorno a coccia di morto. La recensione

16 agosto 2021, ore 14:00

Il 26 agosto esce nelle sale italiane il sequel della commedia di successo, diretta da Riccardo Milani, Come un gatto in tangenziale, con Paola Cortellesi ed Antonio Albanese

Sinossi

Per una serie di fortunate coincidenze ho avuto la possibilità di visionare, in assoluta anteprima, il seguito di Come un gatto in tangenziale, intitolato Come un gatto in tangenziale/Ritorno a Coccia di Morto, per la regia di Riccardo Milani, che vede come protagonisti la straordinaria coppia di attori Paola Cortellesi ed Antonio Albanese. Per chi non avesse visto la prima parte, il film si chiude con la scena di Monica (Paola Cortellesi) e Giovanni (Antonio Albanese) che coronano il loro sogno d’amore, pur nelle evidenti diversità caratteriali e nel divario sociale. Gatto in tangenziale 2/Ritorno a Coccia di Morto si apre con l’immagine di Monica che sta per entrare in carcere, con l’accusa di furto. Del crimine sono colpevoli le sue sorellastre, le gemelle Sue Ellen e Pamela, afflitte, come sostengono le stesse, dalla sindrome da shopping compulsivo, in realtà ladre e, stando a quanto riferiscono le cronache, non solo per fiction, essendo, le due attrici, state accusate di furto aggravato il 9 febbraio del 2019. Pur essendosi lasciati da ormai tre anni, nel momento in cui Monica chiede aiuto a Giovanni lui le offre il suo aiuto incondizionato, trovandole una sistemazione più consona presso un centro di recupero parrocchiale, posizionato proprio a fianco di uno spazio multi culturale per la cui inaugurazione lo stesso Giovanni sta lavorando alacremente. Con l’arrivo della tumultuosa Monica la vita di Giovanni sarà presto sconvolta, non riuscendo a sottrarsi al coinvolgimento nelle vicende personali di questa coatta romana che non è mai riuscito a dimenticare. Anche i figli di Monica e Giovanni, Alessio (Simone De Bianchi) ed Agnese (Alice Maselli), all’estero l’uno per lavoro e l’altra per motivi di studio, si ritroveranno a Londra ed il loro nuovo incontro, sempre temuto da parte di entrambi i genitori, inevitabile.


Caratteri e personaggi

Oltre ai personaggi di Monica e Giovanni, tratteggiati con sapienza e maestria dalla dirompente Paola Cortellesi e dall’istrionico Antonio Albanese, entrambi dai tempi comici micidiali, ben delineati sono i personaggi di contorno, perfettamente funzionali alla storia. A partire dalla surreale ex moglie di Giovanni, Luce, interpretata da Sonia Bergamasco, indimenticabile, almeno per quanto mi riguarda, brigatista de La meglio gioventù. Proveniente da un ambiente radical chic, ancora impegnata, come nella prima parte del film, nella ricerca delle essenze perfette, per cui si è trasferita in Provenza, rientra in gioco come solerte frequentatrice del centro parrocchiale di cui è ospite Monica, soltanto per poter star accanto al bel Don Davide (Luca Argentero) prete anti convenzionale e dallo spirito francescano, di quelli per i quali aiutare il prossimo è la missione della vita. Non può mancare il prezioso cameo di Claudio Amendola, che veste i panni di Sergio, ex compagno delinquente di Monica, dall’aspetto trasandato e dall’aria poco raccomandabile, che in fondo è un cattivo dal cuore tenero. Ai suoi antipodi Camilla, fidanzata di passaggio di Giovanni interpretata da Sarah Felberbaum, snob ed arrivista, per la quale la beneficenza, al contrario che per l’animo candido di Giovanni, rappresenta solo un’ennesima occasione di business. Anche in questo caso Sue Ellen e Pamela, le gemelle sorellastre di Monica, così chiamate in onore alla celebre serie degli anni Ottanta “Dallas”, confermano un talento raro nell’esprimersi praticamente all’unisono e nella voluta mono espressività dei volti. Nel cast è presente, come nel primo episodio, anche Franca Leosini, conduttrice di Storie maledette, programma televisivo di cui Sue Ellen e Pamela sono addicted.


Il film

La commedia scorre piacevole e divertente, leggera nella trama solo all’apparenza, in quanto sin dalle prime battute si comprende che il film mette in risalto le disparità sociali esistenti nella nostra società, emerse con maggior vigore in seguito alla pandemia. I caratteri dei personaggi vengono volutamente esasperati: il contegno compassato di Giovanni, che proviene evidentemente da un contesto sociale benestante, contrasta nettamente con le radici popolari del personaggio di Monica, che veste i panni di una ragazza di borgata romana, dall’abbigliamento pacchiano e dai modi di dire tipici di chi ne ha viste e vissute un po' di tutti i colori (su tutti, il motivo reiterato “Me so capita io”). Non passa inosservata la citazione de Il settimo sigillo di Bergman. Il ricovero parrocchiale presso cui trova riparo Monica, per sfuggire dal carcere e non essere costretta a confessare la verità al figlio, che sta per rientrare dal Regno Unito, è retto da suore all’apparenza rigidamente osservanti (salvo poi riscoprirne un lato profondamente umano al termine della pellicola). A Monica è destinata la stanza di tal suor Forchetta, la cui effigie inquietante è ritratta sopra il letto angusto in cui la stessa è morta soltanto qualche giorno prima del suo arrivo. Durante la sua prima notte presso il centro parrocchiale, Monica sogna la suora ritratta, come nel celebro film di Bergman, come la morte personificata e vestita di nero: sinistra presenza che al termine del film, in una trasposizione comica, giocherà a carte (anziché a scacchi come nella versione originale) con la stessa Monica, perdendo simbolicamente la partita. Evidente è il messaggio che si respira sull’opportunità di far convergere la cosiddetta cultura “alta”, quella ammantata di vernissage, proiezioni d’essai e performance artistiche, con il sapere e le tradizioni popolari, senza che l’una abbia il sopravvento sull’altra o che, al contrario, debbano essere costrette a vivere in comparti netti e separati tra loro. La scena in cui Monica, dopo un violento diverbio con Giovanni, vaga per una Roma disseminata di spettacoli estemporanei, per la cui organizzazione Giovanni si è impegnato, convinto di poter offrire qualcosa di bello a chiunque ne voglia usufruire, indipendentemente dall’estrazione sociale e culturale, è una delle più struggenti. Il gesto di Monica, che sta per lanciare a terra il mozzicone della sua inseparabile sigaretta e che all’ultimo ci ripensa, dopo essersi commossa davanti a tanta improvvisa bellezza, contiene, forse, la speranza che chiunque di noi, anche chi continua a mangiare porchetta ai matrimoni o a consumare quantità eccessive di plastica, possa veramente sposare uno stile di vita più rispettoso del mondo che ci ospita. 
Come un gatto in tangenziale 2, ritorno a coccia di morto. La recensione
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