Sessant'anni fa dei colpi di fucile cambiarono il corso della storia: il 22 novembre 1963 fu ucciso John Fitzgerald Kennedy

Sessant'anni fa dei colpi di fucile cambiarono il corso della storia: il 22 novembre 1963 fu ucciso John Fitzgerald Kennedy

Sessant'anni fa dei colpi di fucile cambiarono il corso della storia: il 22 novembre 1963 fu ucciso John Fitzgerald Kennedy Photo Credit: agenziafotogramma.it


Il 22 novembre 1963 il 35esimo presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, fu ucciso con due colpi di fucile mentre attraversava le strade di Dallas, in Texas, a bordo della Lincoln Continental

Sessant’anni fa due colpi di fucile posero fine alla vita e alla carriera politica del presidente John Fitzgerald Kennedy. “Ricordo dov’ero quel giorno, in un bar del Nord”, cantò Lou Reed nel 1982. Chi nel novembre del 1963 sentì l’annuncio dei “tre colpi sparati a Dallas”, nel giorno che ha cambiato la storia americana, togliendo al Paese quell’innocenza che con le morti del Vietnam trasmesse in televisione sarà impossibile recuperare, saprebbe identificare con estrema precisione dov’era e cosa stava facendo in quel momento, con una chiarezza mnemonica che a livello globale sarà compresa solamente l’11 settembre 2001. Lo stesso accadde in Italia la mattina del 16 marzo 1978: un altro attentato, una politica interrotta al momento della svolta. Chiunque abbia accesso il Tg del mattino in quella mattina di marzo ricorderebbe con esattezza dov’era quando venne rapito il simbolo della Dc, Aldo Moro.

L'ASSASSINIO CHE SCONVOLSE L'AMERICA

“Signor presidente, non può dire che Dallas non la ami!”. Così Nellie Connally, moglie del governatore del Texas, si rivolse al presidente Kennedy mentre la Lincoln Continental sfrecciava per le strade di Dallas. JFK aveva richiesto che alla macchina venisse abbassato il tettuccio e non gli venissero affiancate moto o macchine di scorta: tutti dovevano vedere la parata di John e Jackie Kennedy, raggiante nel suo tailleur rosa, poi macchiato dal sangue del marito. Alle 12.30 il corteo presidenziale svoltò in Daley Plaza: all’altezza di un deposito di libri, Kennedy fu raggiunto da due colpi d’arma da fuoco (il terzo ferì il governatore Connally) alla nuca e alla parte posteriore della testa. Inutili i tentativi di Jackie di schermare il corpo martoriato del marito e di rianimarlo: dopo una corsa disperata al Parkland Memorial Hospital, il presidente fu dichiarato morto all’una del pomeriggio. Alle 14.38 Lyndon Johnson prestò giuramento: la Casa Bianca aveva un nuovo inquilino.


L’EREDITÀ DI JOHN FITZGERALD KENNEDY

Tante le ipotesi che negli ultimi sessant’anni si sono susseguite per spiegare la dinamica dell’attentato: la ricostruzione ufficiale condanna Lee Harvey Oswald, il 24enne marxista che da solo riuscì a stravolgere le sorti del Paese. Sarà ucciso due giorni dopo nella centrale di polizia di Dallas: Jack Ruby, nome noto alla scena criminale degli anni Sessanta, decise che era suo il compito di vendicare l’America. La storia non si fa con i se e con i forse, dicono gli accademici: quale sarebbe stato il corso della politica statunitense se JFK non fosse stato ucciso in quella mattinata di novembre resta una domanda destinata a non trovare risposta. Kennedy, democratico moderato, aveva risolto con successo la crisi dei missili di Cuba e affrontato abilmente le trame della guerra fredda, con quel “Ich bin ein Berliner” (sono un berlinese) pronunciato nel giugno del 1963 a Berlino Ovest. Fu anche il presidente del fallimento della Baia dei Porci, quando l’intelligence statunitense non riuscì a rovesciare il governo castrista, e dell’inizio dell’incubo in Vietnam. Anche l’Italia si troverà davanti allo stesso interrogativo: quali sarebbero state le sorti del Paese se Moro non fosse stato rapito e ucciso dalle Brigate Rosse in quel 1978? Come accadde per il precedente oltreoceano, ricostruzioni accademiche e teorie del complotto non sono riuscite a dare una risposta. Nell’America di sessant’anni dopo, per le presidenziali del 2024 corre il nipote di JFK, Robert F. Jennedy Jr: cospirazionista, no-vax e accusato di antisemitismo, messo all’indice da nipoti e cugini. È lui il Kennedy che mira a occupare nuovamente lo studio ovale, ribaltando la politica che sei decenni prima zio John provò a costruire.



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