Trentaduesimo anniversario della strage di via D'Amelio: morirono Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta

Trentaduesimo anniversario della strage di via D'Amelio: morirono Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta

Trentaduesimo anniversario della strage di via D'Amelio: morirono Paolo Borsellino e cinque uomini della scorta Photo Credit: agenzia fotogramma


Domenica 19 luglio 1992: l'esplosione di 70 chili di tritolo uccisero i giudice e la sua scorta. Il ricordo e i commenti delle Istituzioni: tra depistaggi e ricerca della verità

STORIA DI UNA STRAGE

Uno dei depistaggi più grandi della storia recente italiana, messa in piedi per coprire gli autori della strage di via D’Amelio, a Palermo, dove persero la vita il giudice Paolo Borsellino e 5 agenti della scorta. Questo è l’assunto attorno al quale girano tutte le attestazioni e i messaggi per ricordare ed onorare il 32esimo anniversario del massacro. Erano le 16.58 di domenica 19 luglio 1992 quando il giudice scese dalla sua vettura per citofonare alla madre, che andava a trovare regolarmente dopo aver trascorso la giornata al mare con moglie e figli. In pochi secondi lo scenario cambiò totalmente: 70 chili di tritolo, nascosti in una macchina, esplosero facendo a pezzi tutto quello che si trovava nei dintorni: auto, finestre e tapparelle, asfalto e i corpi del giudice e di Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina, che costituivano la sua rete di sicurezza e che avrebbero dovuto proteggere Borsellino e invece finirono anch’essi nel tritacarne di questa fase nerissima tutta italiana. La strada era una trappola, un budello che non lasciava scampo e che concentrava tutta la potenza d’azione dell’esplosivo in un’area ristretta che non avrebbe lasciato scampo. Chi lo piazzò sapeva, l’intento coincise con il risultato: una strage. E se i colpevoli sono solo in parte conosciuti e condannati, la vittima sconosciuta dell’attentato è la verità. Tutto ruota attorno ad oggetti e dinamiche che costituiscono il cuore sconosciuto della vicenda: una trattativa e un’agenda rossa, che probabilmente ne conteneva i dettagli. E un falso pentito, Vincenzo Scarantino, che recitò il testo che raccontava la storia di un giudice buono ammazzato dalla mafia cattiva. Sullo sfondo un palazzo di giustizia, quello palermitano, il nido di vipere, come lo soprannominò Borsellino un mese prima di saltare in aria. Magistrati e investigatori che misero mano alle indagini, ma poi le persero… le mani, le indagini e la dignità.

IL RICORDO DI MATTARELLA 

Il presidente della Repubblica Matterella si è espresso stigmatizzando la tremenda strage di via D'Amelio: “57 giorni dopo l'attentato di Capaci, ha costituito l'apice della strategia terroristica condotta dalla mafia. Con atti spietati di guerra, si voleva piegare lo Stato e sottomettere la società. Le Istituzioni e i cittadini lo hanno impedito. Gli assassini a capo dell'organizzazione criminale sono stati assicurati alla giustizia, il sacrificio di chi ha difeso la legalità e la libertà è divenuto simbolo di probità e di riscatto. Ora il testimone è nelle mani di ciascuno di noi". E continua "Il primo pensiero è rivolto ai familiari dei caduti, al loro infinito dolore, alla dignità con cui, a fronte della disumana violenza mafiosa, hanno saputo trasmettere il senso del bene comune e hanno sostenuto la ricerca di una piena verità sulle circostanze e i mandanti dell'attentato. Questa ricerca è stata ostacolata da depistaggi. Il cammino della giustizia ha subito tempi lunghi e questo rappresenta una ferita per la comunità. Il bisogno di verità è insopprimibile in una democrazia", esorta Mattarella. "Paolo Borsellino, e con lui Giovanni Falcone, hanno inferto con il loro lavoro colpi decisivi alla mafia. Ne hanno disvelato trame e dimostrato debolezze, lasciando un'eredità preziosa, non soltanto per indagini e processi. Hanno insegnato che la mafia si batte anche nella scuola, nella cultura, nella coerenza dei comportamenti, nel rigore delle Istituzioni, nella vita sociale. Questi insegnamenti continuano a segnare il dovere della Repubblica", conclude il Capo dello Stato.

MELONI SUI SOCIAL

“Il loro coraggio e il loro impegno [Borsellino e della scorta ndr] per la giustizia e la legalità rimangono un faro di speranza e determinazione per tutti noi. È nostro dovere onorare la loro memoria continuando a combattere ogni forma di criminalità e difendere i valori di giustizia e libertà per i quali hanno dato la vita". Lo scrive sui social la presidente del Consiglio Giorgia Meloni sottolineando che "il Governo italiano è fortemente impegnato nel contrasto alla criminalità organizzata. Per noi la lotta alla mafia è una priorità assoluta, e non smetteremo mai di combattere per una società libera dalla paura e dall'oppressione mafiosa".



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