Vincenzo Mollica: "Non vedo niente ma non perdo la speranza, che ricordi le chiamate di Alda Merini"

15 aprile 2021, ore 12:56 , agg. alle 14:46

Giornalista, scrittore, disegnatore, autore, conduttore in tv, ma ha fatto anche la radio. Vincenzo Mollica si è raccontato ai microfoni di RTL 102.5, in Non Stop News

Giornalista, scrittore, disegnatore, autore, conduttore in tv, ma ha fatto anche la radio. Vincenzo Mollica si è raccontato ai microfoni di RTL 102.5, in Non Stop News, con Giusi Legrenzi ed Enrico Galletti. 


Presidente, come sta?

"Sto come un apprendista pensionato, che deve studiare per portare a casa una nuova fase della vita. Mi guida la curiosità, quella non l'ho mai persa. Certo, come apprendista pensionato però cerco di evitare tutti i giovanilismi della vita, di restare ancorato alla mia età. Per il resto, mi sveglio e porto con me i tre amici che mi accompagnano: diabete, glaucoma e Parkinson. Cerco di andarci d’accordo, sono il buono, il brutto e il cattivo, a seconda delle giornate. Ma si va avanti, si cammina".

Appena dopo il suo pensionamento è arrivato il Covid. Che cosa fa, adesso? 

"Continuo a fare quello che facevo da ragazzo: cinema, fumetti, musica, letteratura. E continuo a seguire le passioni che ho portato avanti al Tg1 in quarant’anni. Ma sono anche su Instagram, ho un sito tutto mio in cui dialogo con chi mi segue. Vado avanti con la mia quotidianità, cercando di non caricarla di stress. C’è sempre un momento in cui lo stress non è più necessario". E' arrivato quel momento, e per fortuna aggiungo...".

Un giorno lei va da Benigni, che ha appena battuto tutti i record di incasso di un film italiano, lo prende sulle spalle e comincia a intervistarlo per il Tg1. Dice: “La vorrei portare in alto per questo trionfo”. E l’intervista va in onda. Che momento…

"Come dimenticarlo, è successo all'improvviso, come sempre con Roberto. Non c’è mai niente di costruito, nasce tutto lì. Eravamo in un albergo, andiamo sul terrazzo, lui mi guarda e si aggrappa alla mia schiena. Poi comincia l’intervista. L'operatore registra e va in onda tutto, senza un taglio. Non so se è stata l'intervista migliore...".

Forse la più singolare?

"Sì, ma anche a livello fisico! (ride)”

E c’è anche un’intervista migliore?

“Sono tante. La persona che mi ha regalato di più è stata Federico Fellini. Lui, come altri, fa parte di quelle persone che ti fanno avvicinare al sapere, che ti fanno capire meglio la vita e come affrontarla, come starci dentro con curiosità, con passione, ogni giorno".

E qualcuno che l’ha spiazzata?

"Sì. Adriano Celentano, ma lui mi spiazza tutte le volte che ci incontriamo. Mi spiazza ogni volta anche Fiorello, è una di quelle persone che hanno una prospettiva che io non ho".

Se avesse davanti un ragazzo che sogna di fare il giornalista, cosa gli direbbe?

"Che oggi serve un mix che deve essere ben shakerato, fatto di curiosità, passione e fatica. Per fare bene il giornalista devi essere un cercatore di storie, uno di quelli che le storie le capisce, le sa ascoltare e poi le racconta con un’emozione tale che arrivi a coinvolgere l’ascoltatore, il telespettatore. Se manca una di queste tre caratteristiche, è un giornalismo che si fa precario".

Quarant’anni al Tg1. E tutti quei Festival di Sanremo… 39 anni?

"Sì. In realtà quaranta, se ci metti che quest’anno sono diventato un ologramma. Quindi trentanove in carne ed ossa, mettiamola così".

Mollica, ma è vero che Alda Merini la chiamava a qualsiasi ora del giorno, per dettarle le sue poesie?

"Sì, mi chiamava anche dieci minuti prima del telegiornale delle 20. Mi diceva: “Scrivi, scrivi”. Per fortuna alla terza volta avevo cominciato a tenermi sempre in tasca un taccuino. In quei momenti Alda era un fiume in piena, cominciava a dettarmi le sue poesie e per me era un’emozione grandissima. Poi lei era una donna incredibile, uno di quegli esseri umani che quando li incontri li vorresti sempre abbracciare. La sento ancora con me".

Da un'intervista diventò un’amica, quindi.

"Mi chiamava a qualsiasi ora del giorno e della notte per chiacchierare, abbiamo scritto un libro insieme. Quando raccontava la sua vita, gli anni del manicomio, nei suoi occhi leggevo una voglia immensa di vivere. Un giorno eravamo seduti a un tavolo, io, Alda Merini e Lucio Dalla. Loro due cominciarono a duettare, Alda scrisse una canzone sul momento, si chiamava “La rianimazione”, Lucio faceva i gorgheggi. Dicevo che Dalla era il fidanzato naturale di Alda Merini”.

Cosa le resta, di lei?

“Una delle prime cose che mi disse, in uno dei nostri primi incontri: “Io metto in versi i miei guai migliori”. Mi sembrò un controsenso, oggi posso dire che aveva ragione".

E quei saluti ai colleghi del Tg1, prima della pensione? Emozionanti, ma anche in quell'occasione riuscì a strappare un sorriso...

“Mi inventai quella frase, del tutto spontanea: "Omerico non fui e non sarò mai per poesia, ma per mancanza di diottria". Scoppiarono tutti a ridere, ma in fondo è vero...”.

Ma cosa vede, lei, oggi?

“Non vedo una minchia di niente a qualsiasi distanza. Ma non ho ancora perso la speranza”.


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