Bimbo Napoli, l'appello di Gian Francesco Tiramani. "Storia terribile ma non mettiamo in dubbio i trapianti"
Bimbo Napoli, l'appello di Gian Francesco Tiramani. "Storia terribile ma non mettiamo in dubbio i trapianti"
21 febbraio 2026, ore 15:00 , agg. alle 16:28
A RTL 102.5 l'operatore spiega le fasi del trasporto di un organo. Poi l'appello "non mettiamo in dubbio il potere che ognuno di noi ha di dare la vita ad un'altra persona"
A Napoli si indaga sul caso di Domenico, il bambino morto, questa mattina, dopo aver ricevuto, due mesi fa, un trapianto con un cuore che si è rivelato, poi, danneggiato. Una vicenda che pone di nuovo l'attenzione sul tema. Per capirne di più, abbiamo parlato con Gian Francesco Tiramani, per anni direttore delle operazioni dei servizi di aero-ambulanze, utilizzati per il trasporto di organi.
Tiramani, tra le ipotesi al vaglio, c'è quella che il cuore sia stato danneggiato nel corso del trasporto dall'ospedale di Bolzano a quello di Napoli. Nel mirino ci sono anche i contenitori di plastica che sono stati utilizzati per contenere l'organo. Lei ha gestito per anni operazioni di questo genere, ci spiega come funziona?
"Per anni abbiamo usato dei semplici frigoriferi portatili, con dentro quei blocchi di ghiaccio che tutti abbiamo in casa. Anche perché gli organi devono essere mantenuti ad una temperatura appena sopra lo 0, vale a dire dai 4 ai 6/7 gradi. Un'operazione che si è sempre fatta: pensate che ci sono circa cinquemila trapianti ogni anno e per trent'anni non è mai stato registrato un caso di danneggiamento degli organi con questa modalità di trasporto. Fino a qualche anno fa non c'era neanche una normativa specifica di riferimento. Oggi, tra l'altro, la tecnologia mette a disposizione dei contenitori molto più evoluti, che sono in grado di mantenere e monitorare la temperatura, oltre che di registrare la pressione e di localizzare l'organo, in modo che i tecnici possano verificare quale sia stato l'andamento della temperatura durante tutto il percorso"
In questi giorni si è parlato della possibilità che sia stato utilizzato del ghiaccio secco...
"Il ghiaccio, come spiegavo, dovrebbe mantenere la temperatura leggermente sopra lo zero. Quello che viene chiamato ghiaccio secco, che poi è anidride carbonica, arriva a -78 gradi. Tra l'altro non è sempre disponibile, va prenotata. Il dubbio, da tecnico, è: come mai c'era l'anidride carbonica? Chiunque sa che in quelle condizioni non andrebbe utilizzata. Elementi che, dal punto di vista tecnico, rendono non credibile questa versione"
L'inchiesta prosegue. Secondo lei però questa vicenda rischia di gettare ombre sui trapianti?
"Questa è la preoccupazione più grande che abbiamo, io collaboro con AIDO (Associazione italiana per la donazione di organi) da tempo e sappiamo che la comunicazione è molto importante. In questi giorni, come è giusto che sia, sotto la lente c'è la storia di Domenico. Ma come lui, oggi ci sono altre 8.540 persone che stanno aspettando un organo. E 300 individui, ogni anno, li perdiamo perché questo organo non arriva. A fronte di questo dato, l'anno scorso le opposizioni alla donazione, con l'espressione che si fa quando si rinnova la carta d'identità, è cresciuta, passando dal 30% al 40%. Per far capire quanto è importante la sensibilizzazione, faccio sempre l'esempio di Nicholas Green, il bimbo americano che morì per un colpo di pistola vicino a Reggio Calabria. I genitori, americani, che avevano una cultura diversa del dono, diedero il consenso al trapianto dei suoi organi, salvando diversi bambini. Dopo quella vicenda, in Italia, il numero di trapianti triplicò. Casi come quello del piccolo Domenico, invece, possono incidere negativamente. Per questo mi fa piacere ribadirlo: non mettiamo in dubbio i trapianti, che in Italia sono un'eccellenza. Ma soprattutto non mettiamo in dubbio il potere, che ognuno di noi ha, di dare la vita ad un'altra persona quando i suoi organi non serviranno più".
È un tema che le è caro, ha realizzato anche dei cortometraggi per sensibilizzare sui trapianti. Che storie raccontano?
"L'ultimo, "Briciole al Cielo", è la storia di Giordano, un bambino di 4 anni e mezzo, un bambino sano, che ha preso un virus, come ne prendono tanti bambini. Ma come purtroppo può succedere, il virus gli ha intaccato il cuore. Ha cambiato 4 ospedali, a Torino gli è stato impiantato un cuore artificiale, con cui ha vissuto per sette mesi, finché è arrivato un nuovo cuore per lui ed è stato trapiantato. È tornato a vivere una vita normale. Il film è raccontato dal suo punto di vista, con veri interpreti, quindi gli stessi medici, infermieri, familiari sono quelli che hanno vissuto davvero la storia. Un documentario che sta facendo il giro delle scuole italiane e andrà anche all'estero, proprio per sensibilizzare alla donazione. Perché guardando Giordano che ride, che scherza, come si può pensare di dire di no a lui e a tutti gli altri Giordano che ci sono?"
Ma quante persone ci sono dietro ad un trapianto? Quanto tempo si ha a disposizione per il trasporto?
"Una catena di persone. Il trasporto di organi viene fatto di norma via terra, quando i tempi lo consentono, perché ogni tipo di organo ha un tempo massimo di cosiddetta "ischemia fredda", cioè il tempo che intercorre da quando viene prelevato dal corpo originario a quando viene impiantato nel corpo nuovo. Il cuore è quello che ha il tempo di ischemia più breve, che sono 4 ore. In queste 4 ore devono avvenire la preparazione, il trasporto e l'arrivo a destinazione. Quando il tempo lo consente, si fanno trasporti via terra con delle ambulanze o delle auto mediche, anche grazie alla Polizia, che ha dei mezzi speciali. Invece per gli organi che hanno un tempo di ischemia più lunga, come il rene, il fegato, i polmoni, si possono utilizzare anche i treni e gli aerei di linea. C'è da dire anche che oggi la tecnologia consente il trasporto con "perfusione", ovvero con dei liquidi particolari che bloccano il deterioramento dei tessuti, aumentando in modo esponenziale la disponibilità degli organi, che possiamo andare a prendere anche molto lontano"
C'è qualcosa che l'ha colpita in particolare, oltre alla tragedia ovviamente, nella vicenda del piccolo Domenico?
"Oltre alla famiglia del piccolo, in quei momenti ho pensato anche ai genitori del bimbo di Treviso da cui è stato prelevato il cuore che poi è stato danneggiato. Ho pensato a loro, che oltre al dramma, che non trova mai spiegazione, della perdita di un figlio, hanno vissuto un dolore doppio. Perché immaginare che quegli organi possano almeno aiutare qualcun altro, dà una lettura un po' diversa delle cose. Se invece scopri che, per la seconda volta, quel cuore non è servito a nulla, il dolore è doppio. Nessuno pensa mai a queste persone, a tutti coloro che donano coscientemente, ai familiari che decidono per loro. Se non ci fossero, perderemmo ottomila persone ogni anno".



