Dove avevamo già visto i fatti di Minneapolis? Il cinema profetico come lente d’ingrandimento

Dove avevamo già visto i fatti di Minneapolis? Il cinema profetico come lente d’ingrandimento

Dove avevamo già visto i fatti di Minneapolis? Il cinema profetico come lente d’ingrandimento


Eddington di Ari Aster era riuscito a metterci in guardia e, forse, ad anticipare i fatti americani di questi giorni

Sembra il far west ma in realtà sono gli Stati Uniti d’America del 2026. Ciò che sta accadendo a Minneapolis, con la presenza degli agenti federali dell’ICE, le operazioni armate, le proteste e il cortocircuito tra autorità locali e governo federale, sono tutti i sintomi di una crisi profonda e radicata nel tessuto della società occidentale.

Una crisi strutturale della democrazia, nella quale vengono progressivamente erosi i valori fondanti della legittimità, della fiducia istituzionale e della narrazione politica. Tutte cose che il cinema era già riuscito a cogliere.

Stiamo parlando di Eddington di Ari Aster, presentato lo scorso anno nel concorso del Festival del Cinema di Cannes, che riguardandolo adesso diventa una chiave di lettura inquietante e precisa del presente.

EDDINGTON, LA TRAMA

Il film ci riporta in un momento preciso della nostra storia recente. Maggio 2020. C’è il Covid, ci sono i complottisti e, senza dirlo esplicitamente, c'è Trump. In una piccola cittadina del New Mexico, va in scena un acceso scontro tra lo sceriffo locale (Joaquin Phoenix) e il sindaco (Pedro Pascal). Questa lotta ideologica (e non solo) dà il via a una pericolosa escalation, trasformando Eddington in una polveriera pronta a esplodere. Il clima si fa scena dopo scena più teso e, mentre i cittadini si ritrovano divisi gli uni contro gli altri in una spirale di diffidenza e paura, si arriva ad un finale deflagrante e fuori di testa, proprio come l’epoca in cui siamo piombati e che continuiamo ad alimentare.

ARI ASTER AVEVA GIÀ VISTO MINNEAPOLIS

All’infuori del giudizio personale che ognuno di noi può avere sulla pellicola, è incontrovertibile come diventi una spietata cartina di tornasole di ciò che sta accadendo intorno a noi. Aster intercetta il meccanismo profondo che rende questi eventi di Minneapolis inevitabili.

In Eddington lo Stato è frammentato, contraddittorio, in guerra con se stesso. Le istituzioni non parlano una lingua comune e, soprattutto, non condividono più un’idea condivisa di realtà. Questo è il punto centrale: la violenza non nasce semplicemente dal caos o dall’assenza di ordine, ma dal venir meno di una verità riconosciuta come tale, di un quadro simbolico minimo entro cui i fatti possano essere discussi e interpretati. Quando ogni istituzione, ogni attore politico, ogni segmento della società aderisce a una propria versione del reale, il conflitto diventa strutturale e irreversibile. Minneapolis diventa così il teatro perfetto di questa frattura.

Da una parte il potere federale, che agisce in nome della sicurezza e dell’applicazione della legge; dall’altra le autorità locali e una parte consistente della cittadinanza che percepiscono quelle stesse azioni come occupazione, abuso, imposizione esterna. Non c’è un terreno neutro su cui discutere i fatti, perché i fatti stessi sono già politicizzati. Ogni versione è immediatamente ideologica. Ogni immagine è un’arma. Ogni morte diventa un simbolo prima ancora di essere una tragedia.

IL RUOLO DEI FILM

Il cinema, quindi, riacquista una funzione che va oltre l’intrattenimento o la semplice rappresentazione del reale. Non offre soluzioni, ma rende visibili le crepe, mette in scena le contraddizioni prima che diventino irreversibili.

Film come Eddington espongono il presente, lo portano allo scoperto, costringendo lo spettatore a confrontarsi con l’instabilità dei propri riferimenti. In una realtà frammentata e disordinata, il cinema rimane uno dei pochi luoghi in cui il presente può essere osservato da vicino, amplificato e messo in tensione fino a diventare un detonatore di riflessioni. 


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