Guglielmo Gatti morto in carcere da tre anni, era condannato all'ergastolo per il massacro degli zii

Guglielmo Gatti morto in carcere da tre anni, era condannato all'ergastolo per il massacro degli zii

Guglielmo Gatti morto in carcere da tre anni, era condannato all'ergastolo per il massacro degli zii Photo Credit: Ansa/ FILIPPO VENEZIA/ARCHIVIO


Nell'agosto ,del 2005 il fatto di sangue che sconvolse l'opinione pubblica, Gatti non aveva più parenti, il decesso è venuto fuori per una richiesta d'intervista del Giornale di Brescia

Quando la cronaca supera la realtà. Uno dei fatti più violenti delle cronache in Lombardia, vide protagonista Guglielmo Gatti, condannato all’ergastolo per aver massacrato gli zii Aldo Donegani e Luisa De Leo nella calda estate bresciana del 2005. Se ne è andato in punta di piedi, solo e dimenticato. Quando i pochi parenti anziani lo andarono a trovare nel carcere milanese di Opera, lui gli disse di non tornare più. “Questo è un ambiente troppo duro per voi. Non preoccupatevi per me, dimenticatemi”. E così è andata.

Guglielmo Gatti è deceduto da tre anni in carcere, senza che nessuno lo sapesse. La notizia è venuta fuori perché i cronisti del Giornale di Brescia, hanno chiesto di intervistarlo. “Data uscita carcere: 15-6-2023. Motivo: decesso” è stata la fredda risposta burocratica. Neanche il suo avvocato Luca Broli era stato informato, perché la privacy impone che, in questi casi, vengano contattati solo i familiari stretti. E lui non ne aveva più. : l’unico che si era interessato della sua sorte era stato il cugino Giovanni, morto però il giorno della sentenza passata in Cassazione. Gatti adesso è sepolto in un campo del cimitero Monumentale di Milano. Ha una lapide senza nome, è diventato solo un numero, attraverso il quale è stato localizzato. In questi anni di detenzione, Gatti aveva interrotto i contatti con l’esterno, rifiutando anche l’ipotesi di una richiesta di revisione del processo. Nell’agosto del 2025 avrebbe potuto godere della semilibertà. Ma era già morto. Ora l’avvocato vorrebbe capire le cause del decesso, che non sono contenute nella risposta del carcere. Il suo avvocato è ancora più stupito, perché non gl.i risulta che avesse problemi si salute.


Un duplice omicidio apparentemente senza ragione

Guglielmo Gatti era del resto un solitario, diciamo così, per vocazione. Senza amici, perenne studente di Ingegneria, all’epoca dei fatti aveva 41 anni. Quando ammazzò gli zii, aveva perso da poco entrambi i genitori. Una tragedia che forse gli aveva spezzato definitivamente l’anima, già affaticata da anni di vita senza alcun inserimento in società, chiuso in casa, senza relazioni, nessun amico, tantomeno relazioni d’amore.

Il 31 luglio stordì i due parenti che abitavano sotto di lui nella villetta di famiglia, li trascinò in garage e fece a pezzi i loro corpi. Una lucida follia. Poi andò a denunciarne la scomparsa insieme al cugino carabiniere, in ansia per l’improvvisa assenza degli anziani zii che non allontanavano mai da casa Per giorni Gatti ostentò incredulità e preoccupazione, concedendo poche frasi masticate davanti ai cronisti che assediavano la casa. Finché, a Ferragosto, un ragazzino disse ai carabinieri di aver riconosciuto in tv l’uomo che aveva incrociato in auto l’1 agosto al Passo del Vivione. Aveva gli occhi sbarrati, andava troppo veloce su quella strada stretta e impervia. “E’ lui, Guglielmo Gatti”. Scattarono le ricerche nei boschi del circondario , e furono trovati due sacchi neri con i resti degli scomparsi. Gatti fu arrestato e processato, inevitabile il carcere a vita. Lui si proclamò sempre innocente, senza ammettere né tantomeno spiegare un doppio omicidio rimasto un mistero. Non c’erano soldi, nessuna eredità, nessuno screzio importante con gli zii. Se non qualche rimprovero per le sue abitudini, il suo stile di vita da eremita, con vacanze solitarie e uscite serali un po’ misteriose. Troppo poco, però, per giustificare la mattanza.

Anche in carcere cercava la solitudine

Nonostante la cella rimanesse aperta come le altre per alcune ore, lui non usciva mai. Preferiva restare dentro a leggere testi di matematica e filosofia, che prelevava dalla biblioteca carceraria che accudiva. Ecco, forse i libri sono stati il suo unico vero amore, in un mondo nel quale sentiva di non avere posto.



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