Il nido del corvo, la Sardegna protagonista di un thriller ricco di mistero e dalle tinte noir: Piergiorgio Pulixi ci racconta i retroscena del suo nuovo libro
Il nido del corvo, la Sardegna protagonista di un thriller ricco di mistero e dalle tinte noir: Piergiorgio Pulixi ci racconta i retroscena del suo nuovo libro Photo Credit: "Il nido del corvo" di Piergiorgio Pulixi, Feltrinelli Editore
21 marzo 2026, ore 09:00
Misteriose sparizioni, inquietanti ritrovamenti e una sfida costante per la polizia di Oristano: sono alcuni degli ingredienti di un libro intenso, condito da indagini e introspezioni dei protagonisti
Il panorama editoriale si arricchisce costantemente di nuove proposte. Storie che arrivano da ogni dove, pronte a proiettare lettori e lettrici verso mete lontane ed esotiche, ma anche racconti che affondano le loro radici nel nostro territorio. E che ci portano a scoprire anfratti “nascosti in bella vista” proprio qui, in Italia.
Se da un lato le storie “itineranti” sono prerogativa della rubrica domenicale dei migliori libri da leggere della settimana, dall’altro le bellezze nostrane passano dallo spazio dedicato ai libri del sabato. Un frangente in cui sono gli stessi addetti ai lavori a presentarci il frutto delle loro fatiche. Come avviene quest’oggi con Piergiorgio Pulixi, che è passato a raccontarci il suo nuovo libro, “Il nido del corvo”, pubblicato da Feltrinelli Editore.
IL NIDO DEL CORVO, SCORCI DI SARDEGNA IN UN OMAGGIO AI CLASSICI DELLA LETTERATURA DI GENERE
Ciao Piergiorgio, e benvenuto! Come sempre mi defilo e lascio a te l'onere di fare gli onori: cosa troviamo nel tuo nuovo libro, "Il nido del corvo"?
““Il nido del corvo” è un romanzo poliziesco che, come sta accadendo nelle mie ultime opere, ingloba in sé vari sottogeneri: c’è tanto noir, c’è un mistero da risolvere in senso più da mystery novel e c’è una struttura thriller molto forte che cerca di rendere omaggio a tre classici di questo genere: “Il silenzio degli innocenti”, “Il poeta” di Michael Connelly e “Il collezionista di ossa” di Jeffery Deaver. L’ambientazione è quella della penisola del Sinis, in Sardegna. Un luogo di straordinaria bellezza, conosciuto soprattutto nella sua veste estiva e mediterranea: meno nella veste autunnale e invernale, quando la natura assume dei contorni più inquietanti. Il romanzo è ambientato proprio d’inverno e questo contribuisce a creare un’atmosfera molto cupa e oscura. In virtù di questa natura così preponderante ed egemone sul territorio, ho cercato di portare in questo romanzo anche delle atmosfere western, da frontiera americana: si respirano echi di Cormac McCarthy e Kent Haruf. Per quanto riguarda la trama: a Oristano è sparita una ragazza, Angela Floris, da circa sei mesi. Il giorno stesso della sua sparizione il suo cellulare è stato spento e ha smesso di emettere un segnale. Gli ispettori della Squadra Mobile di Oristano Daniel Crobu e Viola Zardi l’hanno cercata dappertutto, invano. A sei mesi dalla scomparsa, il cellulare della ragazza improvvisamente si rianima e aggancia una cella vicino allo stagno di Mistras, a Cabras, nel Sinis. I poliziotti corrono sul luogo e vicino al telefonino di Angela trovano una mano perfettamente amputata e perfettamente conservata, su cui qualcuno ha appena effettuato una raffinata manicure. Da quel momento i due poliziotti entrano in un gioco e in una sfida psicologica con una mente criminale raffinata e perversa che utilizza il Sinis come una sorta di palcoscenico per la sua recita criminale.”
Possiamo parlare di un ritorno, dopo "La donna nel pozzo"? I personaggi sono diversi, certo, ma i riferimenti non passano inosservati...
“Più che un ritorno è l’espansione di un universo narrativo. Da qualche anno ho smesso di seguire la serialità classica e canonica, diciamo quella tradizionale alla Montalbano, a favore di un universo espanso, dove coabitano e convivono luoghi e personaggi. È come se i miei personaggi si muovessero dentro tutti i miei libri, anche quando non sono proprio i protagonisti, come in questo caso. In “Il nido del corvo” Arturo Panzirolli ed Ermes Calvino (protagonisti de “La donna nel pozzo”) fanno qualche comparsata qui e là, giusto per ricordare ai lettori che sono ancora vivi e per strappare loro qualche sorriso. Era un modo per mostrare ai lettori che in qualche modo tutti i miei romanzi sono legati, e che la Sardegna è il denominatore comune che unisce le loro storie e i rispettivi destini. Credo che anche in futuro giocherò in questo modo con i personaggi, utilizzando incursioni, comparsate o avventure dove chi era protagonista di un titolo diventa un comprimario in quello dopo.”
La storia si sviluppa in direzioni opposte che però convergono: da un lato i buoni che combattono per sconfiggere il male, dall'altro il cattivo di turno che, sottotraccia, lavora per portare a compimento il proprio piano. E tutti i personaggi sono sviluppati, caratterialmente e attitudinalmente, con molta attenzione e soprattutto rispetto degli equilibri: è stato difficile mantenerti distaccato da ambo le parti in causa, senza fare preferenze o mostrare "simpatie"?
“Non è mai facile essere equidistanti, e avere lo stesso rispetto, la stessa passione e la stessa dedizione per tutti i personaggi. Questa volta, però, essendo quasi tutti personaggi nuovi (Daniel, Viola, l’Artista – il serial killer della storia) è stato più divertente e sfidante del solito. I nuovi protagonisti avevano vissuti completamente diversi, erano antitetici caratterialmente e questo mi permetteva di giocare con le loro contraddizioni. A ogni personaggio corrispondeva una maschera ben precisa, ed è stato molto interessante indossare tutte queste maschere. Quello in cui mi sono identificato di più è Daniel Crobu, non tanto perché condividiamo delle similarità (tutto il contrario), bensì perché per certi aspetti ha dei tratti dell’uomo, del padre e del figlio che vorrei essere. Questo mi ha permesso di legare molto in profondità con lui.”
NEMICI DA COMBATTERE, FISICI E METAFISICI
Quelli che troviamo tra le pagine sono protagonisti che combattono contro un nemico da scovare, ma anche contro i propri demoni personali...
“Amo quei romanzi dove l’indagine “poliziesca” è anche un’indagine intima e interiore sui personaggi. Come disse Michael Connelly, “I polizieschi più belli non sono quelli dove si vedono gli investigatori lavorare sul delitto, ma quelli dove si vede il delitto lavorare sui poliziotti”. Io cerco sempre di seguire questo adagio. C’è quasi un’osmosi tra il delitto, le vittime e gli investigatori: è una sorta di principio dei vasi comunicanti. Tutto quel dolore non si esaurisce con il crimine, ma in qualche modo contagia gli investigatori che lo utilizzano come benzina per il motore investigativo. Quel dolore, però, spesso risveglia anche demoni antichi, come vecchi traumi, ferite emozionali, brutte memorie che riemergono, colpendo i protagonisti sia sul piano professionale che personale. Questo li rende doppiamente in conflitto, ed è così che un personaggio smette di essere di carta e bidimensionale ed esce fuori dalla pagina.”
Nel corso del racconto ci sono frangenti in cui - senza andare a fare spoiler - affronti argomenti molto tecnici. Quanto lavoro di documentazione e ricerca è stato necessario per questo libro?
“Questa volta la documentazione si è mossa in tre direzioni: da una parte c’era la necessità di rendere al meglio le descrizioni sensoriali dei luoghi descritti: volevo proiettare il lettore in quei territori, esaltandone profumi, rumori e colori. Come sempre mi sono mosso esplorando e “vivendo” il territorio, cercando di catturarne il genius loci, lo spirito del luogo. Ho fatto tantissime foto, tanti video, ho parlato con molte persone dei luoghi citati per entrarci ancora più in sintonia, e questa volta ho chiesto aiuto a qualche persona che vive e ha vissuto in quei luoghi nella rilettura del romanzo, così che potessero cogliere eventuali errori (io sono di Cagliari e nonostante Oristano disti solo un’ora di auto dalla mia città, questi due territori sono molto diversi). La seconda fase è stata quella legata all’indagine di polizia giudiziaria: questa volta mi sono concentrato maggiormente sulle analisi telematiche e sull’aiuto delle nuove scoperte tecnologiche che vanno in aiuto di Daniel e Viola. Per questo ho coinvolto dei poliziotti in pensione che hanno prestato servizio nella divisione Scientifica della Polizia di Stato che hanno risposto con grande pazienza e generosità alle mie strambe domande. La terza fase è quella della nail-art: essendo il mio “cattivo” ossessionato dalle mani e dalle unghie femminili, ho dovuto farmi una cultura nell’onicotecnica. Ma questa, tra tutte, è stata la parte più divertente: mi si è letteralmente aperto un mondo davanti.
Anche le ambientazioni, nell'economia della storia, fanno la loro parte, offrendo atmosfere peculiari. Senti che il territorio della Sardegna, in tal senso, abbia dato quella marcia in più al racconto?
“Senz’ombra di dubbio. La Sardegna è assoluta protagonista di questo romanzo, e con le sue atmosfere, le suggestioni che arrivano dalla natura, contribuisce a dare una forte identità alla storia. Direi che l’isola è stata davvero una partner perfetta nell’aiutarmi a creare delle sponde esterne all’inquietudine che anima l’antagonista. Da questo punto di vista ho preso come modelli sia Camilleri che Simenon: Camilleri per questo contrasto forte che creava tra l’oscurità del delitto e l’estrema luminosità e mediterraneità del contesto in cui avveniva il delitto, la sua Sicilia; Simenon, invece, perché lui era un maestro nell’allungare le atmosfere cupe interiori dei suoi personaggi all’esterno di essi, trovando una sponda nella nebbia delle banchine dei porti, per esempio, o delle periferie parigine. Atmosfera interiore ed esteriore si fondevano, diventando una cosa sola. È quello che anch’io, con molta umiltà davanti a questi maestri, ho provato a fare con Oristano e con il Sinis.”
UN COSTANTE CRESCENDO DI RITMI NARRATIVI
Nel tuo libro la musica ha parecchio spazio, a sottolineare diversi eventi che si succedono durante le narrazioni. Se dovessi identificare però il tuo libro con una canzone e una soltanto, quale sarebbe?
“Probabilmente “Waiting for the Night” dei Depeche Mode, un brano del 1990, tratto da Violator. È una canzone ipnotica, notturna, che fa da contrappunto lirico alla violenza del killer. Ha tempi lenti, sembra quasi di ascoltare la pulsazione del cuore, che cresce di intensità, ma con molta lentezza, suadente. C’è una stratificazione progressiva dei synth che regala una sensazione di attesa. Ci sono le voci di Dave Gahan e Martin Gore che si miscelano perfettamente insieme, restituendo una canzone che sembra un quadro di Hopper o un film di David Fincher. Questo minimalismo ipnotico della canzone la rende perfetta come colonna sonora del romanzo.”
Archiviato "Il nido del corvo", cosa si profila all'orizzonte? Ci sono altri progetti su cui sei già al lavoro o che addirittura potrebbero vedere la luce degli scaffali a stretto giro?
“Sì, uno scrittore è condannato a inseguire sempre le storie. A giugno verrà ripubblicato da Sem “L’appuntamento”, un mio vecchio romanzo che era diventato introvabile. A settembre, invece, uscirà “Il fattore gatto”, la terza indagine di Marzio Montecristo e degli “Investigatori del martedì”, il gruppo di lettura della sua libreria Les Chats Noirs. Dopo una storia come “Il nido del corvo” avevo bisogno di qualcosa di più leggero per riprendermi, e Marzio con i suoi due gatti, Marple e Poirot, era perfetto per regalarmi un po’ di leggerezza.”



