Nouvelle Vague di Richard Linklater: trama e recensione del film che da Cannes è arrivato alla Festa del Cinema di Roma

Nouvelle Vague di Richard Linklater: trama e recensione del film che da Cannes è arrivato alla Festa del Cinema di Roma

Nouvelle Vague di Richard Linklater: trama e recensione del film che da Cannes è arrivato alla Festa del Cinema di Roma Photo Credit: Ansa/Ettore Ferrari


Cattura lo spirito, l’urgenza, l’amicizia, la confusione. Fa il contrario di ciò che ci si aspetta da un biopic: non mette in fila i fatti, ma ci fa sentire dentro il fuoco sacro di quegli anni

Paolo Virzì con Cinque secondi e Vincenzo Alfieri con 40 secondi hanno raccontato gli attimi sospesi tra la vita e la morte. Richard Linklater, invece, con Nouvelle Vague sceglie di raccontare venti giorni che hanno cambiato la storia del cinema.

E lo fa con un film che è insieme eleganza formale, ricostruzione storica, passione cinefila e una leggerezza intelligente che disarma.

Presentato in concorso a Cannes e ora accolto nella sezione Best of 2025 alla Festa del Cinema di Roma, la pellicola è un salto nel tempo: la Parigi a cavallo tra gli anni ’50 e ’60, i caffè fumosi, la Cinémathèque, i dibattiti infiniti sulle teorie di Bazin, le prime cineprese a spalla, e soprattutto una manciata di ragazzi determinati a cambiare tutto.

Truffaut, Godard, Rohmer, Rivette, Chabrol: nomi che oggi suonano leggendari, ma che allora erano solo giovani appassionati, uniti da un sogno e da una macchina da presa.

NOUVELLE VAGUE, LA TRAMA

Il cuore pulsante è la lavorazione di Fino all’ultimo respiro di Jean-Luc Godard, raccontata come un’odissea artistica sgangherata e folgorante: un film che sembrava destinato al fallimento e che invece avrebbe incendiato gli schermi del mondo.

Ma non si tratta di un semplice “dietro le quinte”. È un ritratto collettivo, vivo, vibrante di un manipolo di amici che si davano del “tu”, si scambiavano pellicole, sogni, amarezze, idee. Truffaut, Rohmer, Chabrol, Rivette, tutti giovani, tutti affamati, tutti pronti a riscrivere le regole, anzi a distruggerle.

NOUVELLE VAGUE, LA RECENSIONE

Linklater fa una cosa che sembrava impossibile: prende la Nouvelle Vague, la più francese delle rivoluzioni, e la restituisce al mondo con sguardo nuovo. Lui, texano, outsider, ma con la cinefilia nel sangue, si mette al servizio di quella febbre creativa e ne estrae l’essenza. Non imita, non ricalca, ma interpreta e omaggia. Cattura lo spirito, l’urgenza, l’amicizia, la confusione.

Fa il contrario di ciò che ci si aspetta da un biopic: non mette in fila i fatti, ma ci fa sentire dentro il fuoco sacro di quegli anni. Il film è un gioiello di ritmo e scrittura, girato con una grazia invisibile, che non si prende mai troppo sul serio eppure porta addosso il peso della storia. E riesce in un’impresa rara: parlare sia ai cinefili più integralisti che agli spettatori più giovani o distratti. Perché Nouvelle Vague è prima di tutto una storia di amicizia, di scoperta, di giovinezza condivisa.

È un film su un tempo in cui si credeva che il talento dovesse essere moltiplicato, non capitalizzato. In cui si scrivevano le recensioni per gli altri, si prestavano le bobine, si girava senza permessi perché l’urgenza era più forte delle regole.

Con Nouvelle Vague, Richard Linklater firma una delle sue opere più mature e affascinanti. Un film che ci ricorda cosa è stato il cinema: un gesto libero, collettivo, incendiario. Un atto d’amore verso l’arte e verso coloro che hanno avuto il coraggio di reinventarla. Un’immagine su tutte non si dimentica: Jean-Luc Godard, in una sala buia, con i suoi mitici occhiali da sole, mentre sulle lenti si riflette la luce di I 400 colpi. È un omaggio, certo, ma anche un cortocircuito emotivo. Un momento che diventa icona. E che Linklater riprende nel finale, mutando il riflesso: questa volta sulle lenti c’è un altro film, proprio il suo, destinato a entrare nella storia.

Il cinema che guarda sé stesso, che si riconosce e si rinnova. Ma la vera forza di Nouvelle Vague non è nella nostalgia. È nel respiro. Linklater non costruisce un monumento, ma un organismo vivo, che si muove, sbaglia, ride, si entusiasma.

Non vuole raccontare un’epoca d’oro: vuole mostrarci cosa succede quando un gruppo di giovani decide che il mondo così com’è non basta. E ha il coraggio di inventarne uno nuovo. Non è solo un film sul cinema, ma un film del cinema. Non ne uscirete pensando solo ai film di Truffaut o di Godard.

Ne uscirete con una voglia diversa: quella di rompere il vostro schema, di accendere una macchina da presa, o anche solo un’idea, e provarci. Come se tutto fosse ancora possibile. Come se il cinema potesse ancora cambiare il mondo. O almeno la giornata di qualcuno.



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