Scandalo a Parigi, l'Uefa vuole vederci chiaro sulla presunta frase razzista del quarto uomo Coltescu, in Psg-Basaksehir

Scandalo a Parigi, l'Uefa vuole vederci chiaro sulla presunta frase razzista del quarto uomo Coltescu, in Psg-Basaksehir

Scandalo a Parigi, l'Uefa vuole vederci chiaro sulla presunta frase razzista del quarto uomo Coltescu, in Psg-Basaksehir


Avviata un'indagine, sull'esatta dinamica del bruttissimo episodio di ieri. L'arbitro rumeno si difende e nega di essere un razzista, ma perché usare il termine 'negru'?

La prudenza è d’obbligo, nella vicenda della presunta espressione razzista rivolta dal quarto uomo di Paris Saint-Germain-Basaksehir, ieri sera in Champions League, al Parco dei Principi della capitale francese. Perché le implicazioni di quanto accaduto sono potenzialmente devastanti, in termini di immagine e non solo per l’Uefa.  

L'Uefa e il razzismo

L’organismo che governa il calcio europeo ha fatto del No al razzismo una vera e propria bandiera, una ragion d’essere. Al punto da portare lo slogan sulle maglie dei giocatori. Che possano arrivare a dirigere partite della massima manifestazione continentale, il torneo di calcio più importante al mondo per squadre di club, soggetti non specchiati dal punto di vista di principi base come questi, risulterebbe un fallimento epocale.

Debole autodifesa

I distinguo, da parte del diretto interessato Sebastian Coltescu, ma non solo, sono partiti già ieri sera, pochi minuti dopo la clamorosa decisione delle due squadre di tornarsene negli spogliatoi ed evitare a tutti i costi che la quaterna designata potesse portare a termine la partita. Si è detto che l’epiteto ‘negru’, in rumeno non avrebbe lo stesso tono dispregiativo a noi tristemente noto, come in inglese e tante altre lingue. Confessiamo di non avere gli strumenti necessari a dipanare il mistero lessicale.
Resta la fondatezza della domanda, rivolta a muso duro al fischietto rumeno nei concitati secondi, che hanno preceduto l’uscita dal campo delle due formazioni. Perché mai Coltescu si sarebbe dovuto rivolgere a giocatori o membri dello staff di colore in quel modo, quando si è ben guardato da utilizzare appellativi potenzialmente offensivi, quando si è dovuto rivolgere o ha indicato uomini dalla pelle chiara.

L'Uefa e la coscienza

È giustissimo che l’indagine sia accurata e coscienziosa, una faccenda del genere non può essere lasciata alle sole emozioni più accese, purché l’inchiesta non duri più del necessario e non miri ad affogare una possibile figuraccia colossale in pastoie burocratiche. Purtroppo, al di là delle belle parole, la storia del governo del calcio mondiale ed europeo è fatta anche di troppe facce girate dall’altra parte all’occorrenza. Ricordando il passato, è impossibile evitare che si accendano tutte le spie. Stasera si riprenderà a giocare dal momento della tumultuosa interruzione ed è bene (nonché un segnale chiaro) che a dirigere sia una quaterna arbitrale nuova di zecca.

Parole di circostanza

La difesa dello stesso Coltescu, affidata esclusivamente a poche parole concesse ad un quotidiano sportivo rumeno, sono più di circostanza che altro. “Chi mi conosce - ha dichiarato - sa perfettamente che non sono una persona razzista”. Ce lo auguriamo, innanzitutto per lui, ma in second’ordine per l’intera classe arbitrale europea e la stessa Uefa. Ieri, con tutti noi, hanno dovuto assistere ad uno spettacolo indecoroso.

Il peso del razzismo

Quei giocatori esasperati e furiosi erano innanzitutto uomini stanchi di troppe battutine, mezze frasi, occhiatacce che li avranno inseguiti da quando erano solo dei bambini. Ieri sera sono esplosi ed è più che comprensibile, in quello che dovrebbe essere un ambiente maturo e protetto. Potrebbe essersi dimostrato un covo di serpi e nel caso dobbiamo saperlo subito e senza sconti.  


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