“40 secondi”, da domani in sala il film di Vincenzo Alfieri che riapre la ferita Willy

“40 secondi”, da domani in sala il film di Vincenzo Alfieri che riapre la ferita Willy

“40 secondi”, da domani in sala il film di Vincenzo Alfieri che riapre la ferita Willy Photo Credit: Ansa/Ettore Ferrari


È cinema che ferisce, che costringe a guardare dentro le crepe di una società dove la violenza non è l’eccezione ma la regola sottaciuta

Arriva domani, 19 novembre, nelle sale italiane 40 secondi, il nuovo film di Vincenzo Alfieri.

Una pellicola che non lascia scampo e che, alla Festa del Cinema di Roma 2025, dove era in concorso nella selezione Progressive Cinema, ha conquistato il Premio Speciale della Giuria assegnato all’intero cast.

Tra gli interpreti figurano nomi di spicco come Francesco Gheghi, Francesco Di Leva, Enrico Borello, Beatrice Puccilli, Justin De Vivo e Sergio Rubini.

40 SECONDI, LA TRAMA

Il film affonda le radici in una delle vicende più drammatiche e simboliche della recente cronaca italiana: l’ultima giornata di Willy Monteiro Duarte (interpretato da Justin De Vivo), il ventunenne di origini capoverdiane ucciso a Colleferro nella notte tra il 5 e il 6 settembre 2020, dopo essersi interposto in una lite per difendere un amico.

Sono ventiquattro ore che Alfieri racconta come un conto alla rovescia, un percorso scandito da gesti quotidiani, incontri casuali, tensioni sottili che scorrono sotto la superficie di una provincia apparentemente immobile.

E invece è pronta a esplodere. Il regista costruisce un mosaico di volti e storie che si incrociano senza mai perdere di vista il nodo centrale: quei pochi, terribili quaranta secondi in cui un atto di coraggio si trasforma in tragedia e un ragazzo che credeva nella gentilezza paga il prezzo più alto.

40 SECONDI, LA RECENSIONE

Alfieri sceglie di raccontare la vicenda con la crudezza della realtà e il pudore della verità. Nessuna ricerca di redenzione, nessuna carezza estetica, nessuna consolazione. Il regista rinuncia deliberatamente a qualsiasi scorciatoia emotiva per restituire una cronaca che si fa parabola amara dell’Italia di oggi.

Il ragazzo dai pantaloni rosa, il “film cugino” prodotto dallo stesso Roberto Proia per Eagle Pictures, cercava la luce nei margini dell’oscurità, qui Alfieri compie il percorso inverso. Niente colori che sfumano, niente vitalità che si dissolve: 40 secondi parte già dal buio e vi rimane, scavando nel fango morale di una provincia dove la giovinezza si trasforma in una giungla di rabbia, paura e smarrimento. Tutto è duro, tagliente, spigoloso, ruvido, sporco. Il contesto pandemico non è un semplice fondale: nel 2020 le mascherine sono ovunque, ma non tutti le indossano.

Alfieri le trasforma in un dispositivo narrativo, una chiave per leggere i volti e i comportamenti dei personaggi. Chi le porta e chi le rifiuta diventa metafora di un Paese sospeso tra responsabilità e negazione, tra l’urgenza di proteggersi e la voglia di fingere che nulla stia accadendo. La provincia di 40 secondi è una suburra morale più che geografica: un microcosmo di ragazzi e adulti intrappolati in un’umanità disumana, dove regna il marcio e la sopraffazione è lingua quotidiana. Giovani che vogliono divorare la vita e, insieme, temono di esserne divorati.

Alfieri li osserva senza giudizio ma con spietata lucidità, restituendo dialoghi, gesti, posture di un’adolescenza che ha perso il senso del limite. E poi c’è Willy. Non lo vediamo da subito: la sua presenza aleggia, come una promessa e una ferita. Quando finalmente appare, il film smette di essere un racconto per diventare un atto d’accusa. Non contro qualcuno, ma contro un sistema di indifferenza che si è fatto costume.

40 secondi non consola. È cinema che ferisce, che costringe a guardare dentro le crepe di una società dove la violenza non è l’eccezione ma la regola sottaciuta. Alfieri restituisce al silenzio di un Paese un grido disperato che non può essere ignorato.



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